SCULTORI

gli Artisti nell'ALCOVA

Renzi Lucia
BIO   Note critiche 01
Geremia Renzi&Lucia Rosano si sono incontrati fra le aule di Brera.
Da allora la vita condotta insieme li ha portati a unirsi anche nel lavoro, raggiungendo un'intesa totale. Due linguaggi ben definiti vanno a unirsi
mantenendo la propria specificità e forza.
Ferro e vetro, l'uomo e la donna in un connubio inscindibile, un matrimonio senza eguali, carico di tutte quelle tensioni che danno sfogo alla realtà dell'essere e dell'arte.
Nel 1999 fondano l’associazione “le impronte” ONLUS, organismo di ricerca, tutela, salvaguardia e promozione d’arte contemporanea di cui la rivista PASSOPASSO è l’organo di informazione ufficiale.
Dal 2000 Renzi & Lucia
Nel 2000 Geremia Renzi e Lucia Rosano si uniscono nella via e nel lavoro. Fondano la rivista d’arte, cultura e informazione “PASSOPASSO” e la manifestazione culturale “2000 Segni di Pace” in collaborazione con l’Associazione artistico - culturale “le impronte” onlus della quale sono Direttore Responsabile e Direttore Artistico.
Curatori di numerose mostre e coordinatori del museo all’aperto “Ferro via d’arte - per un museo all’aperto in Brianza”.
Nel 2002 progettano e realizzano le vetrate della Cappella Lo Torto a Tropea (RC).
Nel 2001 installano le opere monumentali “Tanti Soli” nel parco di Villa Gallia, sede dell’Amministrazione Provinciale di Como e “Il nostro Caro Angelo” nella stazione ferroviaria di Molteno (Co).
Progettano le opere scultoree per il Parco di Portofino e per il Parco di Rongio Camillo, Masserano - Biella e il monumento dedicato ad Alboreto per Rozzano (Mi).
Realizzano l’affresco “Madonna del Rosario” e l’opera pittorica “Ecce Homo” per la Parrocchia del SS. Redentore a Cortenuova di Monticello (Lc).
Stanno attualmente progettando opere scultoree, l’arredo sacro e le vetrate per la Chiesa succursale di S. Antonio di Pedenosso.
Le loro opere sono in permanenza nel Museo Mele di Santa Maria di Leuca.
Lucia Rosano
è nata a Desio il 23.03.1976. Tutor in “Tecniche dell’incisione” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, Cattedra prof. Salvatore Marchese, entra nel mondo dell’Arte nel 1998 con la Biennale Internazionale della Moda, Pianeta Sposa Palazzo Querini Dubois a Venezia presentata da Paola Bernardi. Da allora è presente nelle più importanti manifestazioni culturali e artistiche nazionali e internazionali, ottenendo notevoli consensi di critica e pubblico.
Geremia Renzi
è nato a Monteromano (Vt) il 24.02.1955. Dal 1978 è docente all’Accademia di Belle Arti di Bari. Nel 1988, trasferitosi a Milano, è docente di Plastica Ornamentale presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Il suo percorso artistico
Nel 1968 inizia il suo lungo cammino nel mondo artistico risultando vincitore al concorso “Fratelli nel mondo” a Roma e da allora la sua presenza nel campo dell’arte riscuote consensi di pubblico e di critica; vincitore di 42 Premi in concorsi d’Arte. Ad oggi ha in attivo circa 300 mostre tra personali e collettive nazionali e internazionali.
Le manifestazioni
Vastissima risulta essere la presenza dell’artista nelle più qualificate manifestazione artistiche: Expo di Bari, Les Salons des Nations di Parigi, Westart di Los Angeles, Arteder di Bilbao, Artexpo di New York, Expo Dallas, Art di Washington, Art 14 di Basilea e collettive a Bologna, Roma Dussendorf, Milano.
Nel 1984 gli viene commissionata la scultura in marmo “S. Cecilia” per la Cattedrale di Nepi.
Nel 1986 fonda a Bari il gruppo artistico “ARS Nova” e organizza la rassegna d’arte e costume “Oggi Etrusco” mostre itineranti da Tarquinia a Bari.
Nel 1987 organizza la rassegna d’arte “Incontrando la Maremma”. Ancora nel 1987 esegue l’opera pittorica per la Beatificazione di Nascimbeni, pala destra, chiesa di Monte Romano e nel 1988 affresca la stessa chiesa, la Cappella di Santa Corona. Nello stesso anno consegna l’“Ecce Homo” a Papa Giovanni Paolo II, scultura in ferro e bronzo.
Nel 1989 viene eretto a Nepi il monumento in bronzo alla Serva di Maria Cecilia Eusepi.
Nel 1990, a Monte Romano, il monumento in ferro e bronzo dedicato a Padre Pio.
Nel 1991 gli viene assegnato il primo premio di scultura alla XXI Rassegna Internazionale d’Arte “Bice Bugatti”. Sempre nello stesso anno consegna in permanenza alla Civica Biblioteca d’Arte Castello Sforzesco di Milano il “bulino su rame” per il progetto tecniche pittoriche e grafiche 1988-1992 con tre conferenze tenute da Michele Cordaro (direttore dell’Istituto Nazionale per la grafica), Mario Teleri Biasson (Docente presso il Temple University Abroad di Roma).
Nel 1991 alto rilievo di Cecilia Eusepi, nel 1993 monumento in marmo e 1995 “Via Matris”: nove stazioni in bronzo per il Convento dei Servi di Maria e un’opera pittorica presso la Basilica di Nepi (VT).
Nel 1994 e 1995 realizza trofei per il basket e il Golf per il Rotary International, poi per il campionato mondiale di sci a Madonna di Campiglio - Rotarian’s Ski Meeting - World Championship - Sky Races of Rotarians.
Nel 1999 progetta e realizza il portale in bronzo per la Cappella Borghi di Parma.
  Elogio dell’unità
di Giuseppe Casiraghi

Fedele assertore di un conservatorismo ben radicato nella storia, pur non disdegnando di guardare con occhio attento, talvolta anche appassionato, alle fughe sperimentali proiettate nel futuro, ho sempre accanitamente considerato l’espressione artistica, patrimonio esclusivo dell’individuo nella sua entità autonoma, essendo l’Arte, prima di tutto e soprattutto, privata confessione.

Del resto i lavori di bottega – sia pure a quote altissime – (esemplificando: Cimabue-Giotto, Perugino-Raffaello e su su, sino ai giorni nostri) hanno sempre rivelato l’influenza predominante del maestro, l’ascendenza del potere forte sulla succube sudditanza, o quanto meno, la passiva accondiscendenza dell’altro, ovvero dell’ipotetico allievo, o quant’altro dir si voglia. La libertà, in senso critico, i personali sentimenti, sono soffocati sull’altare dell’operazione apparentemente congiunta, secondo gli esclusivi criteri di chi l’ha ideata.
Mi sono dovuto ricredere analizzando compiutamente i lavori di Renzi e Lucia. Lo faccio con estrema gioia.

“E divennero una sola carne”.
Ecco la primigenia di questa verità sta nell’approccio all’opera, non da due persone, pur predisposte ad accertarsi, bensì nel pensiero affettivo, unico, inscindibile, sancito, come documento, da un’alleanza nata al di fuori dell’intenzione produttiva, quindi immune da preconcetti, quindi scevra di qualsiasi tendenza, o tentazione, prevaricatrice.
Costruire “assieme” un progetto, realizzare “assieme” un evento, diventa, per Renzi e Lucia, un’azione automatica, spontanea, col suffragio di una evidente preparazione di base complementare, affatto alternativa. In questa omogeneità di intenti, sortiscono diafane trasparenze di vitree membrane, battiti di vellutate ali di gigantesche e variopinte farfalle, caleidoscopi dinamici in situazioni di immenso respiro, il tutto trattenuto, legato dolcemente da anime ferrose, laddove l’elemento possente assume il compito di ancorare, alla terra amica, i voli spaziali, in un abbraccio senza fine.

E questo movimento, dalle sinuose voluttà – arieggiante il futurismo boccioniano – si cangia in cartigli svolazzanti in eteree visioni, baciate dalla luce, assume toni, e sequenze policrome, in continue metamorfosi, siccome propositori di ideali che oltrepassano la consistenza della materia ed affermano l’unicità dell’essere, in pienezza, nell’Arte.

Giuseppe Casiraghi

    Note critiche 01
 
  Testimonianza per la scultrice Concetta Palmitesta
di Leo Strozzieri
Con eleganza formale assai accentuata in ormai più di un decennio di lavoro, Concetta Palmitesta, scultrice di talento, celebra nelle sue opere la figura umana nel momento in cui questa abbandona il perimetro ideale per affrontare la dura legge della concretezza e della realtà quotidiana. In altre parole, la brava artista abruzzese, che recentemente ha avuto una lusinghiera affermazione nazionale essendo stata incaricata di eseguire sculture per il noto presepe vivente di Rivisondoli, coglie la figura umana, per lo più voltipuerili, nel momento del loro passaggio dal non-essere all'essere.Potremmo quindi definire la sua scultura "poesia della genesi".
Occorre condividere l'efficacia dell'uso della cosiddetta "tecnica del non finito", a cui quasi sempre Palmitesta fa ricorso per eseguire le sue diamantine composizioni formali; grazie ad esse lei riesce ad esternare il sentimento poetico che l'artista prova dinanzi all'atto creativo che si genera in laboratorio. Per le sue sculture l'artista si serve della pietra della Majella, materiale nobile ove sono sedimentati millenni di storia di un territorio a lei familiare e particolarmente caro. Non pochi scultori abruzzesi hanno avvertito il fascino di questo materiale, a cominciare dal grande Pietro Cascella. In questo senso Concetta Palmitesta è in sintonia con tutta una tradizione di affettività spinta nei confronti di un territorio meraviglioso che sia pure aspro e severo, estrinseca una inimitabile poesia e religiosità.
La pietra, dunque, sulla quale Palmitesta con forza e talora con estrema violenza incide i suoi sogni, le sue dolcissime melodie iconiche che farebbero invidia a quanti, vissuti in ambienti metropolitani, vorrebbero assaporare questo clima umanistico che si respira nella sua regione. Dalla pietra volti appena abbozzati, ma finemente accarezzati da una luce aurorale, sembrano emergere dal sonno della materia. In certo senso viene registrato nella pietra l'atto con cui lo spirito si libera dalla materia: è questo l'intento ardito di questa scultrice; e l'incantamento della liberazione è connotato da una luminosità radiante, da una serenità apollinea, come si addice ad una personalità che si sia abbeverata alle mirabili fonti neoclassiche.
Comunque le visioni di Palmitesta, lungi dall'essere radicalmente idilliache, presentano una formidabile dialettica concettuale, significata proprio dalle parti finite e da quelle non finite (talora lasciate addirittura nella loro selvaggia e naturale asprezza e crudeltà). Da questo scontro che sottintende quello più ideale tra razionalità e caos ne deriva una tensione e quasi una discesa agli inferi che si rivela catartica al fine di rendere paradigmatico il frammento iconico per il resto del blocco informale di pietra. Si vuol dire che l'artista offre allo spettatore soltanto qualche tessera della sua visione razionale della reale, con la pretesa però che questi frammenti siano in grado di stimolare la fantasia del lettore nel ricostruire l'ampia scenografia possibile.
In tal senso Palmitesta obbliga il fruitore delle sue opere ad un ruolo attivo, costretto com'è a prefigurare quello scenario fantasticamente vasto a cui è bene aspirare.
Va poi aggiunto un pensiero circa la dimensione domestica, elegiaca della sua scultura; anche se monumentale come si evince da un bel progetto per un cimitero, si tratta sempre di scultura domestica, poiche tanta è la grazia, direi femminile, che in essa si deposita, da sembrare quanto meno temerario ipotizzarne una collocaziOne metropolitana dispersiva di quei valori umanistici.
In definitiva ci troviamo di fronte ad un'artista che, a fronte di una encomiabile perizia tecnica ed una scelta poetica solidale con la tradizione classica del nostro paese, non disdegna certe implicanze di modernità. come appunto quella del conflitto tra logica e caos.
  Note critiche 02
  RENZI & LUCIA: un'immensa voglia d'infinito
di Franco Migliaccio

Devo confessare che, quasi per principio, non credo molto al lavoro artistico collettivo.
L'opera d'arte è notoriamente espressione diretta della personalità individuale di un solo artista e pertanto succede che quando vengono tentati lavori a più mani, questi sono inclini ad obbedire più a criteri di finalizzazione funzionale (ideologici o altro) che alla preoccupazione di tenere alto il valore d'espressività della stessa opera.
Non posso fare a meno di pensare, ad esempio, a certi collettivi di lavoro che, nell'ormai tramontato fervore sessantottesco, erano tenacemente protesi a sconfiggere il concetto di individualità borghese mediante una pratica di lavoro di per se stessa ritenuta creativa.
Creativa e rivoluzionaria.
Le opere collettive sono destinate, fra l'altro, a mettere in evidenza quella personalità che nel gruppo si distingue per decisione di carattere e precise connotazioni stilistiche; l'opera diventa emanazione di questi e relega gli altri ad un ruolo subalterno, che si stempera o si perde addirittura nell'anonimia.
Ciò è purtroppo il risultato di una società che s'è arenata nelle secche dell'individualismo e nei suoi portati non troppo edificanti: che degenerano nell'egoismo, nella celebrazione di sé, nella vanagloriosa necessità d'apparizione che è deprimente autocertificazione dell'esistere; la forma si scinde dalla sostanza, l'immagine è tutto, il contenuto (i valori) niente.
Ovviamente non è stato sempre così.
Vi sono state culture, soprattutto in Estremo Oriente, che ignoravano (o quasi) il concetto di individualità; l'opera d'arte era emanazione dello spirito d'appartenenza al gruppo e se anche era creata da un solo individuo, essa rifletteva valori non individualistici e universalmente accetti.
Durante il Medio Evo, per fare un altro esempio, una cattedrale gotica era espressione non solo di un'intera collettività ma di varie generazioni la cui unitarietà spirituale e culturale non era minimamente scalfita da meri fattori temporali.

Il discorso ci porterebbe lontano e noi abbiamo qui lo spazio sufficiente per parlare di due artisti che hanno operato la scelta di condividere i nessi e i connessi di un medesimo atto creativo. Il ché comporta una condivisione totale di tutti i punti di vista di un'arte intesa come sintesi di due distinte personalità già formate e forgiate solidamente nell'attività artistica vissuta costantemente come professionale esperienza quotidiana.
Per Geremia Renzi e Lucia Rosano non s'è posto il problema di pervenire ad una sorta d'annullamento di quei tratti specifici che avevano caratterizzato la loro appartenenza ad un'area poetica e ad un indirizzo stilistico-espressivo ben distinti; la ricerca di soluzioni di sintesi è venuta quasi naturalmente, senza forzature, come diretta conseguenza d'una intima affinità nel sentire l'arte e l'atto creativo in sé; come rovesciamento, l'uno sull'altra, di esperienze diverse ma compatibili; come incanalamento dei rispettivi flussi d'energia che vanno ora a costituire un nuovo percorrimento, di natura simbiotica. Tali affinità sono l'estensione naturale di tutto ciò che intimamente lega e cementa i due quotidianamente: Renzi e Lucia sono compagni non solo in arte ma anche nella vita.

Questa nuova "entità" artistica dalla sintomatica (ma non troppo) ascendenza manzoniana (la "&" fra i due nomi potrebbe far pensare anche ad un sodalizio di tipo societario) presentano ora le loro opere, frutto dell'intesa profonda nata spontaneamente, consolidata nel tempo e rafforzata dalla comune esperienza artistica.
La mano di ogni singolo artista -e ciò si presenta come un dato d'indubbio interesse- è chiaramente distinguibile.
Non v'è stato annullamento e nemmeno prevaricazione di chi nella coppia poteva vantare una più sostanziosa esperienza e maturità professionale; non è stato costituito, per intenderci, un nuovo linguaggio che fosse il risultato della "fusione" di quelli preesistenti. Riscontriamo, "semplicemente", un'inscindibile senso d'unitarietà ottenuto dalla perfetta integrazione delle parti, una nuova, dinamica articolazione di valori spaziali, segnici e cromatici; un'indulgenza discreta al valore decorativo (tenuto sempre alto e mai fine a se stesso); il delinearsi d'una emozionalità sospesa fra cuore e cervello, fra ragione e sentimento.
Le opere di Renzi & Lucia convincono; "funzionano" già perfettamente.

I lavori che ho avuto modo di vedere mi parlano chiaramente della continuità stilistica dei due artisti: ritroviamo del Renzi il mondo di figure scarnificate e dolorose, realizzate per tramite di un segno plastico che rinuncia alle masse e si proietta, dinamicamente, nello spazio; ritroviamodi Lucia la spazialità delle sue stele imbrigliate da segni filiformi, che ora si arricchiscono di superfici cromatiche leggere e incorporee, ottenute con lastrine di vetro colorato.
E' oltremodo interessante il contrasto tattile fra la materia ruvida e grezza del metallo e la liscia e colorata trasparenza del vetro; contrasto che si smorza visivamente nel risultato di un'accattivante ambientazione dell'immagine, ricca di riflessi e più che mai aperta ai giochi della luce, ai perforamenti di questa per fare interagire lo spazio esterno e concreto, fuori da qualsivoglia intenzionalità illusionistica.
Il mondo interiore intensamente disagiato di Renzi mi pare abbia ritrovato occasioni non rare di conciliazione con la realtà.
Le figure appaiono meno crudamente drammatiche, addolcite dalla presenza di appigli positivi che il colore luminoso di Lucia sembra voglia porgere, evocare o suggerire.
Non è venuta meno l'intima spiritualità cui l'uomo di Renzi aspirava o di cui era diretta espressione.
Nuove forme e nuovi schemi compositivi puntano e svettano verso l'alto e, attraverso volute e faticose circonvoluzioni spaziali, si proiettano laddove la materia è sempre più rarefatta favorendo l'abbraccio dell'immenso, dell'infinito.
Franco Migliaccio

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