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occhi semplici
Persone comuni non avvezze ai linguaggi dell'Arte, raccontano le loro sensazioni al cospetto di opere prese a modello... L'Arte è veramente di tutti? per tutti?
l'angolo
Renato R. Iannone studioso ed appassionato prova ad entrare nello specifico mondo di una singola opera d'Arte presa a caso nel serbatoio ricco degli ospiti Artisti del portale
Città d'Arte
Viaggio all'interno del ricchissimo mondo delle Antiche Città d'Arte Italiane, attraverso paesaggi, storia, arte ed immagini
architettando
l'Architetto e designer Gabriella Pesacane ci conduce nello straordinario mondo de"l'Arte da vivere": L'ARCHITETTURA

amare AMALFI
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amare MASSA,VITERBO, CORTONA, PARMA, SIENA....prossimamente
amare PALERMO

Nella costa nord-occidentale della Sicilia, a partire da un golfo chiuso tra due brevi promontori, si allunga verso l'interno una piccola piana, nota come Conca d'Oro, sulla quale si è sviluppato uno dei principali centri culturali e artistici del Mezzogiorno. La città di Palermo è nata come porto nel punto più interno del golfo e si è estesa verso nord, aggirando un ripido rilievo calcareo (il M. Pellegrino), verso l'interno e un po' meno verso sud.
E' una città interessante, grande, cosmopolita, che nei palazzi, nelle chiese, nelle opere d'arte porta i segni di una storia ricca che l'ha vista capitale di un emirato arabo e di un regno borbonico, alle prese con almeno una decina di culture diverse. Ma altrettanto evidenti sono i segni dell'abbandono in cui versano molte strade e molti edifici, compresi alcuni monumenti di importanza storica. Percorrendo via Alloro, l'arteria principale del vecchio quartiere portuale della Kalsa, si osserva una successione di antichi palazzi, appartenuti all'aristocrazia siciliana, in gran parte fatiscenti, a volte provvisti della sola facciata; unica eccezione il Palazzo Abatellis che, pulito e perfettamente restaurato, ospita la Galleria Regionale della Sicilia. La stessa mitica Conca d'Oro, un tempo celebrata per la sua bellezza, praticamente non esiste più: è stata rosicchiata man mano dalla speculazione edilizia, per cui ville e seconde case hanno quasi sostituito del tutto gli agrumeti che un tempo costituivano la sua ricchezza; inoltre un incendio nell'agosto del '94 ha avuto effetti devastanti su quanto si era provvidenzialmente salvato. Questi sono solo due fra gli esempi dello stato di incuria di cui da molti anni la città soffre, e che trova le sue radici nella storia recente e meno recente, principalmente per la presenza forte di una entità altamente corruttiva come la mafia.
Naturalmente, un fenomeno come il turismo risente della situazione appena descritta, e infatti Palermo sconta tutto ciò con un numero di arrivi che non raggiunge le 400.000 unità annue, una cifra che appare bassa rispetto a quanto la città offre.
Per i turisti Palermo è troppo spesso un punto di passaggio per raggiungere altre località dell'Isola, e ciò spiega perché l'aeroporto di Palermo (Punta Raisi) si trovi soltanto al sesto posto, tra quelli italiani, per traffico passeggeri.
La successione di culture ha lasciato una stratigrafia evidente, tanto nell'impianto urbanistico, quanto nell'aspetto di molti monumenti. Un gran numero di edifici, spesso curiosi o unici per storia e stile ( come le chiese con le caratteristiche cupolette rosse dal forte richiamo orientale ) rendono Palermo una città del tutto particolare nell'ambito delle mete turistiche italiane.
Per numero di abitanti (circa 750.000), il capoluogo della Sicilia è la quinta città italiana. La crescita della popolazione è stata particolarmente forte nel dopoguerra ed è stata alimentata anche dai contadini che abbandonavano le campagne dell'Isola. Di conseguenza, negli ultimi decenni la superficie urbana si è concretizzata nella realizzazione di nuovi quartieri popolari (Borgo Nuovo, CEP, ZEN, ecc.), che hanno accolto anche anche i flussi provenienti dal degradato centro cittadino che tende via via a spopolarsi.
La crescita demografica di Palermo non è stata accompagnata da una parallela crescita economica a causa di difetti connaturati nella struttura produttiva cittadina, che tra l'altro vede attiva solo un quarto della popolazione totale. L'economia di Palermo è fortemente rivolta al terziario: l'80% degli occupati lavora in questo settore. A rendere la percentuale così alta concorrono diversi fattori, in particolare il gran numero di occupati nel pubblico impiego e la parcellizzazione del piccolo commercio. Il settore industriale ha un suo punto di forza nella cantieristica ma nel complesso è poco sviluppato.
S. Rosalia è la patrona di Palermo e a lei viene dedicata la festa popolare più importante della città. La celebrazione, che i palermitani chiamano "U festinu", si svolge nell'arco di 5 giorni, dall'11 al 15 luglio; un tempo era molto conosciuta e attirava curiosi e scrittori da tutta Europa, e anche se oggi non è più rinomata come un tempo, è comunque di gran lunga la celebrazione cui i palermitani sono maggiormente legati. Agli inizi del Seicento Palermo fu colpita da una violenta pestilenza. La Santa apparve ad un pescatore e gli rivelò il luogo ove erano nascoste le sue ossa; le reliquie, una volta recuperate, furono portate in processione per la città e presto l'epidemia fu debellata. Da questo episodio prende origine la festa che infatti vede il suo momento più importante nella processione con le reliquie della Santa. Il momento più spettacolare della festa è la sfilata di un carro alto 12 metri che porta la banda musicale e, nel punto più alto, la statua della Santa.
La ricorrenza dei morti, in novembre, a Palermo assume un significato e un aspetto particolari. La festa sembra dedicata in particolar modo ai bambini che vedono riempirsi la città di bancarelle che vendono giocattoli; ciò richiama la credenza popolare secondo la quale la notte i morti tornano nelle loro vecchie case per lasciare balocchi e dolci ai bambini che vi si trovano.

Teatro Massimo
Palermo "Il Teatro Massimo"
Da lungo tempo si parlava di erigere a Palermo un nuovo grande teatro..
Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo aprì le porte al pubblico la sera del 16 maggio 1897, ventidue anni dopo la maestosa cerimonia pubblica di posa della prima pietra.
Già questa, avvenuta il 12 gennaio 1875, concludeva una vicenda assai travagliata, portata avanti tra mille contrasti per oltre un decennio. Il concorso internazionale per il progetto e la realizzazione del teatro era stato infatti bandito nel 1864 dall'Amministrazione Comunale di Palermo, per desiderio del sindaco Antonio Starrabba di Rudinì.
Da lungo tempo si parlava di erigere a Palermo un nuovo grande teatro, degno del centro urbano del meridione d'Italia più grande dopo Napoli.
Palermo, nella seconda metà dell'Ottocento, era impegnata a costruirsi una rinnovata identità alla luce della nuova unità nazionale.
La vita culturale subiva l'influenza della nuova fisionomia nazionale e le positive conseguenze dell'attività di imprenditori illuminati, quali i Florio, che tra l'altro contribuirono con generose donazioni alla costruzione del teatro, e per qualche anno ne furono anche gestori altrettanto illuminati.
Gli intensi scambi commerciali facevano sì che a Palermo convergessero e si sviluppassero interessi di dimensione europea, e che la città fosse in continuo contatto con modelli culturali differenti da quelli propri. Erano gli inizi della Belle époque, stagione che fu per la città un momento di rinascita culturale ed economica entrato nel mito e che sarebbe stato interrotto dallo scoppio del primo conflitto mondiale.
Palazzo delle Aquile
Tra l'idea cinquecentesca della fontana-giardino, l'arteria barocca di Via Maqueda e il piano mediavale di S.Cataldo, il palazzo si innesta con la sua facies ostentatamente ottocentesca nel sito urbano più suggestivo e rappresentativo della città. Il Palazzo Pretorio si affaccia sulla Piazza e sulla fontana omonime. Fu fatto edificare dal Pretore Pietro Speciale, e i lavori, sotto la guida di Giacomo Bonfante, durarono dal 1463 al 1478: era a pianta quadrangolare, e ogni facciata aveva il suo ingresso; quello principale era di fronte alla chiesa di S.Cataldo. Il palazzo ha subito diverse trasformazioni nei secoli XVI e XVIIin seguito soprattutto ai grandi eventi urbanistici che mutarono il volto di questa parte della città: intorno al 1553 fu ampliato e furono rifatte le facciate su Piazza Pretoria, che divenne quella principale, e su Via Maqueda. Fu nuovamente sistemato da Mariano Smiriglio nel 1615-17 e definitivamente ristrutturato nel 1873-75 da Giuseppe Damiani-Almeyda, il quale, con la pretesa di riportarlo al primitivo stile cinquecentesco, eliminò le aggiunte barocche. A causa dell'abbassamento della Piazza Pretoria rispetto al piano stradale delle zone limitrofe, si sentì la necessità di raccordare la Piazza alla Via Maqueda mediante un'ampia gradinata, al cui accesso furono collocate nel 1877 due sfingi di marmo di Billiemi, opera dello scultore Domenico Costantino. La facciata principale, coperta da intonaco a stucco, presenta tre ordini di otto finestre e una sola fila di nove balconi nel piano nobile; questi hanno balaustre di marmo, decorate con colonnine e piccole teste di leone scolpite sotto le mensole. Sotto il balcone centrale è scolpita in altorilievo una grande aquila marmorea, opera di Salvatore Valenti. Sempre nel piano nobile, il prospetto occidentale presenta cinque grandi balconi con balaustre simili a quelle dei balconi della facciata principale e altrettante ampie finestre negli altri piani. Il prospetto meridionale è caratterizzato da quattro ordini di finestre che nel piano di rappresentanza sono chiuse in alto da un arco e sormontate da cornicioni. Sempre in questo piano, alle estremità della facciata, sono due balconi con balaustra in marmo. Tornando alla facciata principale, in cima al suo cornicione sono la statua di S.Rosalia e gli scudi con le insegne della città e del vicerè di Castro, opera di carlo Aprile (1661); sotto questa è un orologio da torre fatto giungere da Parigi nel 1864, racchiuso da Damiani dentro una cornice rettangolare di pietra. In cima all'edificio, ai quattro angoli, sono quattro aquile in cemento, stuccate a imitazione del marmo da Domenico Costantino. Nelle metope sull'architrave dell'ingresso sono gli stemmi degli antichi quartieri della città; il sopraporta in ferro battuto fu realizzato, su disegno di Damiani-Almeyda, dalla Fonderia Oretea, così come quello del prospetto orientale. Oltre l'ingresso è il portale barocco, con colonnine tortili, disegnato da Paolo Amato e realizzato nel 1691 da G.B. Mariano. Nel portico sono due affreschi dell'Albina e del Fonduli, recentemente restaurati. Salendo per lo scalone, edificato dopo il 1827, si giunge nel primo pianerottolo, dove è la statua del Genio di Palermo su una conca marmorea con il serpente che si nutre al suo petto e la scritta "Panormus Conca aurea suos devorat alios nutrit" e simboleggia il dio del tempo Saturno, protettore pagano della città, così come S.Rosalia è la protettrice cristiana. La statua del Genio poggia su una colonna di porfido con capitello di marmo, ai cui lati sono due punti con stemmi, attribuita a Domenico Gagini e a Gabriele di Battista. Il Palazzo è ricco di numerose opere d'arte: ricordiamo il bassorielievo di Valerio Villareale con la Sicilia incoronata da Minerva e Cerere, simboli di sapienza e fertilità, nella sala che fu sede dell'Esposizione Nazionale. In quella dei Gonfaloni sono dipinti gli stemmi di alcune città siciliane, degli anni 1891-92, opera di diversi pittori locali. Nella Sala delle Lapidi, sede delle assemblee del Consiglio comunale, il cui soffitto presenta affreschi cinquecenteschi, sono appunto conservate molte lapidi, tra cui quella del 1693, realizzata su disegno di Paolo Amato. Molti quadri e sculture di artisti siciliani della fine del sec. XIX e dei primi del XX, quali Catti, Leto, De Maria Bergier, sono esposti nella sala di Antinoo. Ricordiamo infine la sala della Giunta, detta anche Sala Gialla, pesantemente decorata nel 1870 da Damiani-Almeyda e quella del sindaco, detta Sala Rossa, in cui sono arredi ottocenteschi.
Spasimo

Restaurato nel 1995 come affascinante rudere romantico a cielo aperto, con i suoi alberi di sommacco cresciuti all’interno, tuttora cantiere aperto alla ricerca delle tracce di una ricca e variegata memoria, il complesso di Santa Maria dello Spasimo sorge nel quartiere della Kalsa (Al Khalisa, cioè l’Eletta), la cittadella fondata dagli Arabi nel 937. La sua storia comincia, però, nel 1506, quando il giureconsulto Giacomo Basilicò donò il terreno ai padri di Monte Oliveto per costruirvi chiesa e convento; e proprio a lui si deve la denominazione Spasimo, in segno di devozione alla “Madonna che soffre davanti a Cristo in croce”. Devozione che portò gli Olivetani a commissionare un dipinto sul tema al grande Raffaello. Ma lo Spasimo di Sicilia rimase solo per un breve periodo di tempo a Palermo, per poi, dopo confuse vicende, essere donato a Filippo V di Spagna (oggi si trova al Museo del Prado di Madrid).
I lavori di costruzione della chiesa non vennero mai completati perché nel 1536, sotto la minaccia dell’armata turca, l’area fu scelta per la realizzazione di un baluardo difensivo, ancor oggi visibile sul livello della copertura absidale. Fu, poi, sede di spettacoli pubblici (per alcuni studiosi, anzi, si può considerare il primo “teatro stabile” italiano), lazzaretto in seguito all’epidemia di peste del 1624, magazzino di grano a meta del ’600, di nuovo teatro alla fine del secolo, ospizio di mendicità nel ’700. Nell’800 furono realizzati altri corpi di fabbrica ad uso ospedaliero, e questa destinazione ebbe fino al 1986, mentre la chiesa continuò ad essere utilizzata come deposito, soprattutto di materiale artistico.
Frutto di un’architettura tardo-gotica con influssi rinascimentali, la chiesa è caratterizzata dallo slancio verticale dell’abside, possiede un’ampia navata centrale con cappelle laterali e numerosi elementi di stile chiaramontano o carnelivariano, che esaltano la tradizione arabo-normanna. Nel portico ottocentesco è stata messa in luce parte del magnifico chiostro cinquecentesco che porta ad un grande salone, attuale sede di mostre. Tutto il complesso, oggi, è sede di prestigiose manifestazioni culturali di diverso tipo (concerti, spettacoli teatrali, progetti espositivi, etc.).

Palazzo Ziino

Nato come “casa della cultura” nel 1999, è un edificio a tre piani, con spazi particolarmente idonei per manifestazioni e iniziative nel cuore della città. Sorge all’interno della lottizzazione di fine ’800 realizzata nell’area dell’Esposizione Nazionale del 1891-92. Dimora della famiglia dell’avvocato Ottavio Ziino, fu progettato dal fratello Nunzio nel gusto neoclassico della Palermo tardo-ottocentesca e inaugurato nel 1895, due anni prima del Teatro Massimo. Nel 1960, il palazzo fu venduto all’Enpas, che per alcuni anni lo utilizzò come archivio; poi, il periodo dell’abbandono, concluso nel 1985, quando venne acquistato dal Comune e restaurato sotto la direzione dell’ingegnere Giorgio Fernandez.
Al piano terreno, si trova, oltre ad un servizio di biglietteria automatica, il book shop, con libri d’arte riguardanti soprattutto la Sicilia e dove è possibile acquistare anche il merchandising museale. La gestione dei servizi aggiuntivi di Palazzo Ziino è affidata ad Ingegneria per la Cultura, una delle società con maggiore esperienza nel settore a livello nazionale. Al primo piano, c’è la gipsoteca, dove, lungo 14 stanze, sono esposti 64 gruppi scultorei in gesso, provenienti dai depositi della Civica Galleria d’Arte Moderna, che portano le firme di celebri artisti siciliani fra ’800 e ’900, come Mario Rutelli, Domenico Costantino, Benedetto Civiletti, Ettore Ximenes, Antonio Ugo.
Il secondo piano (15 stanze) è dedicato alle mostre temporanee (oltre ad un salone per incontri e dibattiti), che ha visto susseguirsi in due anni, fra le altre, retrospettive del Gruppo dei Quattro, di Giovanni Fattori, Afro, Saro Mirabella, Piero Guccione, e le esposizioni Sulle orme di Caravaggio e Fiori d’autore. Nelle 10 stanze del terzo piano è ospitata la mediateca – sezione della Biblioteca Comunale - che richiama decine di visitatori ogni giorno, soprattutto giovani. Conta 30 postazioni multimediali accessibili gratuitamente, di cui 4 per non vedenti; qui è possibile connettersi ad internet e, con l’assistenza di un gruppo di tutor, usufruire di una serie di servizi, quali l’editing ipertestuale (montaggio di immagini, suoni, testi), l’editing video, la video-conferenza (con traduzioni simultanee).

Museo Pitrè
Immerso nel parco della Favorita, il Museo etnografico siciliano dedicato all’antropologo ed etnologo palermitano Giuseppe Pitrè, studioso di fama europea, è una delle istituzioni più apprezzate in Europa nel suo genere. Custodisce oltre 4 mila oggetti della tradizione popolare e della vita quotidiana contadina dalla fine del ’700 ai primi del ’900 provenienti da ogni parte dell’Isola: costumi, utensili domestici, manufatti legati all'attività agro-pastorale, alle feste, alla religione e alla magia, pitture su vetro, ex voto, balocchi, cartelloni e carretti dell’Opera dei Pupi; e ancora, la collezione dei presepi di terracotta del plasticatore trapanese Giovanni Matera (1658-1718) e le riproduzioni in gesso di forme di pani e dolci tradizionalmente preparati per determinate festività; oltre ad una ricchissima biblioteca di circa 24 mila volumi, tra cui cinquecentine, testi rari, manoscritti di Pitrè, 3.600 tra fotografie, diapositive e stampe, e un cospicuo archivio.
Fondato da Pitrè nel 1910 in piccoli locali di via Maqueda, il museo venne trasferito nel 1934 nel luogo dove oggi si trova: all’interno, cioè, del plesso dei servizi attigui alla Palazzina Cinese, la singolare costruzione (con tettucci a pagoda e decorazioni in stile orientale) progettata da Giuseppe Venanzio Marvuglia nel 1799 per Ferdinando IV di Borbone.
Attorno ad uno spazioso cortile si susseguono una settantina di sale, secondo l’allestimento, modernissimo per quei tempi, voluto nel 1934 da Giuseppe Cocchiara, allievo e continuatore del magistero di Pitrè. Al piano terra si trovano le ricostruzioni d’ambiente, articolate nelle seguenti sezioni: Abitazioni rurali e urbane; Caccia e pesca; Agricoltura e pastorizia (collari bovini e ovini, bastoni, cucchiai, etc,); Arti e mestieri (venditori ambulanti e insegne di bottega); Filatura e tessitura; Costumi (celebri quelli di Piana degli Albanesi); Magia e religione; Giochi fanciulleschi e strumenti musicali; Intagli e manufatti; Arte figulina; Ceramica popolare (fiaschette, bottiglie, “alberelli”, lucerne, etc.); Presepi; Feste e spettacoli; Tradizioni cavalleresche; Carretti e bardature.
Villa Niscemi
Villa Niscemi è stata acquistata dal Comune di Palermo nel 1987 per farne la sua sede di rappresentanza. Essa costituisce un insieme di grande interesse sia per la splendida conservazione degli interni, sia per la vastità e bellezza del parco che, confinante com'è con quello della Favorita, ne costituisce la naturale prosecuzione, formando con esso un unicum paesaggistico.
Le origini della villa risalgono al XVI secolo, e sono da individuare in una robusta torre agraria, di base quadrata, messa evidentemente a controllo e difesa di una importante tenuta agricola e collegata con altre torri vicine,
Intorno a questa torre, della quale sono ancora leggibili i resti nell'angolo posteriore sinistro della villa attuale, si estese poi un ampio baglio, caratterizzato, come molti altri siciliani, dall'ampio cortile quadrato, dalla costruzione massiccia delle strutture perimetrali, dalla profonda introversione. Nel corso del Settecento, il baglio venne in proprietà, attraverso una donazione, dei principi Valguarnera di Niscemi, antica e nobilissima famiglia siciliana, risalente a Pietro d'Aragona; esso fu profondamente trasformato, assumendo la forma di una vera e propria villa di campagna, destinata sia alla villeggiatura dei proprietari, sia alla sovrintendenza della vasta tenuta che ancora la circondava Quest'ultima sarebbe stata smembrata nel 1799, quando, essendo giunto a Palermo Ferdinando di Borbone insieme alla moglie Maria Cristina, in fuga da Napoli a causa della rivoluzione, il principe di Niscemi, insieme ad altri nobili suoi vicini, quali il marchese Vannucci, il principe Malvagna, il duchino di Pietratagliata e il marchese Ajroldi, si offrì di donare parte
delle proprie terre al re, affinchè i vari appezzamenti, tutti riuniti, potessero formare tutt'attorno, e ai piedi del monte Pellegrino, un vasto parco che costituisse riserva di caccia per il sovrano e oasi di pace per la consorte. La donazione fu poi trasformata, per volere del re, in un acquisto per censuazione, con canone, tuttavia, quasi irrisorio, mentre la vicina casina dei Lombardo, "alla cinese", veniva acquistata per essere adibita a casino di caccia e di feste private.
Il fondo rimasto aggregato alla villa Niscemi doveva diventare poi l'attuale parco, per intervento soprattuto del principe Corrado e della principessa Maria Favara che, verso la fine dell'Ottocento, vi misero mano con indubbio gusto, conservando almeno qualcosa del precedente impianto, come la fontana, il cancello sul parco della Favorita, la Coffee-House e dando all'insieme l'impronta romantica e anglosassone, ma anche ariosa e mediterranea, che tutt'ora lo caratterizza. Personaggi molto conosciuti della belle èpoque palermitana, tanto da avere ispirato a Giuseppe Tomasi di Lampedusa gli
indimenticabili personaggi di Tancredi e Angelica, Corrado e Maria Valguarnera intervennero notevolmente anche sugli interni della villa, portandola a uno stato che da allora ha subito scarse modificazioni. Fra i vasti saloni in sequenza che ne caratterizzano il piano nobile, rammentiamo quello di Santa Rosalia, per i vivaci affreschi a trompe-l'oeil, quello delle Quattro Stagioni, per la quantità di arredi, per gli affreschi allegorici e per la grande scena di fondo di Carlo Magno che dona ai Valguanera lo stemma di famiglia, ed infine il salone da ballo, o Sala verde.
Attualmente sede di rappresentanza del Sindaco. Inoltre presso le stalle, oggetto di un accurato restauro finito nel luglio 1998, trova sede l'Area di servizio d'Arte e le postazioni pubbliche di consultazione per Internet.
STORIA...
Palazzo Reale

L'attuale nome è di origine greca ('pàn-ormos' = tutto porto), anche se i greci non hanno mai dominato Palermo. Infatti, dopo essere stata controllata dai Fenici e dai Cartaginesi, la città fu assorbita dai Romani nel 254 a.C.. Anche in età romana continuò a svolgere il suo ruolo di porto strategico: in seguito le invasioni barbariche la devastarono fino al 535, quando fu occupata dai Bizantini, che ne fecero il loro centro principale in Sicilia. Del periodo romano-bizantino non è rimasto quasi nulla perché, per un lungo periodo, la città fu ogni volta ricostruita dentro le mura, distruggendo regolarmente gli edifici preesistenti.
Tre secoli dopo (831), Palermo fu conquistata dagli Arabi che la resero una delle belle e floride città del tempo, specialmente dopo che fu eletta capitale dell'Emirato di Sicilia. La città si sviluppo con l'edificazione di quartieri, fortezze e palazzi: le vecchie mura, così, rimasero a cingere un quartiere chiamato el-qasr, da cui il nome di Cassaro, che indica attualmente anche il Corso Vittorio Emanuele. Furono gli Arabi ad impiantare i primi agrumeti nella Conca d'Oro aprendo nuove possibilità di sviluppo economico. L'influenza della loro cultura fu talmente forte che anche dopo la conquista della città da parte dei Normanni (1072), si continuarono a costruire giardini, chiese e palazzi secondo il gusto arabo.
I Normanni, prima, e gli Svevi, successivamente, svilupparono la vocazione commerciale della città rendendola un nodo importante dei collegamenti fra Europa e Asia. Allo stesso tempo, essi diedero un forte impulso alla vita intellettuale che continuò comunque ad arricchirsi dell'esperienza e della cultura arabe. E' in questo periodo che nasce la "Scuola Siciliana" di poesia, legata in particolare alla corte di Federico II, primo nucleo poetico-letterario consapevole sul territorio italiano.
E' questo il primo periodo di cui, nella Palermo di oggi, ritroviamo testimonianze significative. Tra le altre: il Palazzo dei Normanni, edificato da Ruggero II su una vecchia fortezza araba, e alcune chiese come S. Giovanni dei Lebbrosi, la Martorana, S. Giovanni degli Eremiti, S. Cataldo, tutte con evidenti echi architettonici arabi. E come, per così dire, arabo-normanne possono essere considerati la Zisa, residenza dei reali svevi, il Ponte dell'Ammiraglio, la Cuba e la Cubula, due padiglioni contenuti in un grande parco realizzato da Guglielmo II. Nel 1184 venne fondata la Cattedrale che, attraverso modifiche e rimaneggiamenti, rimarrà "in costruzione" fino al XIX secolo.
L'avvento degli Angioini (1266) segnò invece per Palermo l'inizio di un periodo di malgoverno e declino, reso ancor più evidente dalla perdita del ruolo di capitale in favore di Napoli. E' da tale situazione che sfociò la famosa rivolta del 1282 nota come "i Vespri Siciliani", che spinse gli Aragonesi a conquistare l'isola. Palermo conobbe quindi una nuova crescita, che coincise con un periodo di sostanziale autonomia amministrativa fondata sulle famiglie feudali che di fatto gestivano il potere, nonostante la presenza degli Aragonesi. I Vespri e la fase immediatamente seguente furono, fino al Risorgimento, l'ultimo periodo in cui la Sicilia prese parte attiva alla propria storia, prima di divenire un semplice oggetto di scambio fra le grandi potenze.
Alcune delle famiglie più influenti si fecero costruire una residenza in Palermo: per esempio i Chiaromonte e gli Sclafani, che danno il nome ai due palazzi più belli del periodo.
A partire dal 1412, con l'annessione effettiva al Regno d'Aragona, le famiglie feudali iniziarono lentamente a perdere il loro potere; contemporaneamente iniziò a scemare la prosperità economica della città lungo un processo che sarebbe proseguito, fra alti e bassi, nei secoli successivi.
Durante il Quattrocento furono costruiti alcuni edifici in stile tardo-gotico catalano, fra cui i palazzi Senatorio, Ajutamicristo e Abatellis, il quale ospita la Galleria Regionale della Sicilia
I secoli XVI-XVIII, durante i quali Palermo fu sotto il governo spagnolo, segnarono, come già accennato, un ristagno dell'economia, una diminuzione delle industre e un calo dei traffici commerciali.
Al Cinquecento risalgono la splendida chiesa di S. Maria della Catena, ancora in stile tardo-gotico catalano, la Gancia (S. Maria degli Angeli) e la Chiesa del Gesù. Nella seconda metà del secolo venne prolungato il Cassaro e furono realizzate le porte alle sue estremità (Porta Felice e Porta Nuova), e fu risistemata la Piazza Pretoria con la monumentale fontana composta da scale, statue e balaustre.
Nei secoli XVII e XVIII Palermo assunse una fisionomia barocca ( che ha in buona parte conservato ), sia con la costruzione di nuovi edifici, sia con aggiunte e rifacimenti di strutture preesistenti. Le chiese di S. Domenico e, soprattutto, di S. Teresa sono considerate due capolavori del Barocco palermitano. Di straordinario pregio sono le decorazioni in stucco realizzate da Giacomo Serpotta negli oratori di S. Rita, del Rosario di S. Domenico e di S. Lorenzo.
Di questo periodo è la novità urbanistica più importante nella storia della città, l'apertura della barocca via Maqueda, che incrocia perpendicolarmente il Cassaro (corso Vittorio Emanuele), dividendo in quattro parti l'area cittadina.
Nel 1711 ebbe termine il dominio spagnolo e, dopo un breve periodo di controllo sabaudo, la città cadde sotto i Borboni che ne ressero il governo fino all'unità d'Italia. Quello borbonico, specie nella seconda metà del XVIII secolo, fu un periodo di riforme economiche e politiche importanti che ebbero come conseguenza un forte aumento della popolazione.
Nella seconda metà del Settecento furono infatti realizzati l'orto botanico, con numerose piante tropicali rare, Villa Giulia, primo giardino pubblico di Palermo, e il Parco della favorita con la Palazzina Cinese.
All'Ottocento risalgono il prolungamento di via Maqueda con via R. Settimo e viale della Libertà, lungo la quale sorsero poi splendide ville in stile Liberty, e l'edificazione di due grandi opere in stile neoclassico, il Teatro Politeama e il Teatro Massimo.

Vucciaria

L'antichità classica
I Greci approdano sulle coste orientali...
I Greci approdano sulle coste orientali dell'isola e fondano colonie, come Catania, Siracusa, Gela e Agrigento, colonie che sviluppano proprie politica e cultura. I tiranni di Siracusa, soprattutto al tempo di Dionigi il Vecchio, tentano la conquista di tutta l'isola, confrontandosi con l'altra potenza mediorientale, quella dei Fenici, che da Cartagine aveva consolidato la sua presenza nell'isola. Gli scontri ai confini delle rispettive aree d'influenza si èbbero a Selinunte, al sud, e ad Imera al nord (480 a.C.). Nella realtà la presenza greco-cartaginese perdura sino a quando sul Mediterraneo si affaccia Roma. Sono i Romani a sottomettere le colonie greche e, con le guerre puniche, ad acquisire anche quelle cartaginesi. Da allora l'isola segue le vicende della crescita della potenza di Roma, divenendo una provincia indispensabile per la politica e l'economia sia della Repubblica che dell'Impero.
Il periodo barbarico
Con l'arrivo del flagello barbarico nell'Occidente europeo, anche l'isola risente...
Con l'arrivo del flagello barbarico nell'Occidente europeo, anche l'isola risente della nuova realtà che maturava. Questo periodo va dal 440 al 535: da quando, cioè, il capo dei Vandali, Genserico, occupata la provincia d'Africa, estende la sua potenza egemonica a tutto il Mediterraneo occidentale: un duro colpo per Roma, in considerazione del fatto che dalla Sicilia proveniva la massima parte del grano necessario alla vita della penisola italica e della stessa Roma. La Sicilia rimane sotto il dominio vandalico sino al 476, quando diviene re d'Italia Odoacre. L'isola passa in mano ai Goti, e Teodorico il Grande subentra al re degli Eruli nel regno barbarico d'Italia (495): un momento di grande tranquillità e di certa prosperità, interrotta allorquando Giustiniano, imperatore d'Oriente, tenta di ricostituire l'integrità territoriale dell'antico "Imperium Romanum".
L'arrivo dei Bizantini
Conquistato l'impero vandalico d'Africa (534), il generale di Giustiniano, Belisario, occupa in appena un anno la Sicilia...
Conquistato l'impero vandalico d'Africa (534), il generale di Giustiniano, Belisario, occupa in appena un anno la Sicilia, base strategica per la riconquista della penisola italica. Il processo di bizantinizzazione ne permea di apporti orientali la vita, ma consente una sopravvivenza dell'elemento latino indigeno. La presenza di funzionari e militari imperiali, l'immigrazione di monaci e uomini dell'area mediorientale, sono determinanti: cultori e letterati prosperano in Sicilia, come i papi Agatone, Leone e Sergio, e Giorgio di Siracusa. Grande fama ha Gregorio di Agrigento (sec. VI), autore di opere di ampia diffusione nell'ambito filosofico del tempo; letterati sono Epifanio di Catania e Gregorio Bizantino. Questa cultura sopravvive anche dopo l'occupazione musulmana.
La colonizzazione musulmana
L'organizzazione dell'emirato fa centro su Palermo, nuova capitale dell'isola al posto di Siracusa...
L'827 segna il momento dello sbarco musulmano a Mazara del Vallo, primo passo verso la conquista di tutta l'isola. Nell'831 cade Palermo, nell'865 Siracusa, e solo molto più tardi hanno uguale sorte le ultime roccaforti della resistenza bizantina. L'organizzazione dell'emirato fa centro su Palermo, nuova capitale dell'isola al posto di Siracusa: la nuova città, con le sue trecento moschee, entra in competizione con le grandi città dell'Oriente e dell'Occidente musulmano. Le lotte interne che dilaniano il Maghreb (Tunisia, Algeria, Marocco), si ripercuotono in Sicilia avviando un lento processo di destabilizzazione. E' certo che, soprattutto nella parte centro-occidentale dell'isola, si ha una vera e propria arabizzazione che perdura ancora oggi nella toponomastica e nell'agricoltura, particolarmente per quanto concerne le tècniche dell'irrigazione e della conduzione di orti e giardini. Palermo, infatti, è anche la città dei grandi giardini e dei grandi mercati.
La dominazione normanna

Orto Botanico
Il ritorno della Sicilia all'Occidente si ha con i Normanni...
Il ritorno della Sicilia all'Occidente si ha con i Normanni, milizie mercenarie che avevano occupato la Puglia, la Basilicata, la Campania e la Calabria e che con Roberto il Guiscardo tentano di conquistare lo stesso Impero orientale. Nella fase della grande espansione normanna, viene concepita una precrociata per scacciare gli infedeli Musulmani dal centro dei Mediterraneo. L'impresa, condotta dal più giovane dei fratelli Altavilla, Ruggero, dura trenta anni (1061-1091). Compito dei nuovi conquistatori quello di creare ex nihilo le strutture del nuovo Stato, sfruttando le competenze delle varie etnie presenti nell'isola al momento della conquista. Politica e cultura convivono per il costante impegno mecenatico dei sovrani normanni: nel campo delle arti, come in quello letterario e scientifico. Molte città della Sicilia mantengono ancora oggi la memoria di questa facies culturale.
L'età sveva
Questo periodo ha sviluppi incredibili sul piano della giurisprudenza, della letteratura in latino, delle scienze sperimentali...
Il matrimonio di Costanza d'Altavilla con Enrico VI di Svevia, figlio dell'imperatore Federico I Barbarossa, consente la discesa in Sicilia di Enrico e la sua incoronazione a Palermo. Ma l'età sveva (1194-1250) trova il suo grande protagonista in Federico II, nato da Costanza ed Enrico. Egli fa dell'isola la base della sua politica imperiale, ma ciononostante non vi soggiorna quasi mai, impegnato nella lotta contro i comuni dell'Italia settentrionale e nella politica germanica. Alla sua morte (1250), il regno meridionale passa al figlio Corrado IV, e poi al figlio Manfredi.Questo periodo ha sviluppi incredibili sul piano della giurisprudenza, della letteratura in latino, delle scienze sperimentali e della poesia in volgare.
Le sorti angioine e aragonesi
Ma la dominazione angioina nel regno di Sicilia, che avrebbe dovuto spianare a Carlo I la via per la conquista dell'Impero d'Oriente...
Alla morte di Federico II, la corona passa a Carlo d'Angió, fratello di Luigi IX il Santo, re di Francia. E col pretendente francese si confrontano prima Manfredi, eliminato nella battaglia di Benevento (1266), e poi il piccolo Corradino, sconfitto a Tagliacozzo e fatto decapitare dall'Angioino (1268). Ma la dominazione angioina nel regno di Sicilia, che avrebbe dovuto spianare a Carlo I la via per la conquista dell'Impero d'Oriente, è mal sopportata dai Siciliani, che non riescono ad adattarsi all'arroganza dei nuovi signori. La rivoluzione del Vespro, scoppiata a Palermo il 31 marzo 1282, determina ben presto lo sterminio dei Francesi e la cacciata degli Angioini dall'isola. Come proprio sovrano i Siciliani scelgono Pietro III d'Aragona. Su questo diritto nasce, nel 1296, l'elezione a re di Sicilia del figlio minore di re Pietro, Federico III (1296-1337); scelta che inaugura un lungo periodo di guerre, scatenate dalle grandi famiglie baronali, quali i Chiaromonte, Ventimiglia, Rosso, Alagona, Peralta, etc. Il processo di declino del regno aragonese trova il suo sbocco in una riconquista promossa da Martino l'Umano per conto del figlio, anche lui di nome Martino il Giovane. Questi sostenne una lunga lotta contro l'indomabile baronaggio siciliano, perdendo la vita in Sardegna, dove si era recato, per conto del padre, a domare l'ennèsima rivolta dei Sardi.
La casata d'Aragona
Era rimasta in Sicilia, a tenere il potere come vicaria, Bianca di Navarra, seconda moglie di Martino il Giovane...
Era rimasta in Sicilia, a tenere il potere come vicaria, Bianca di Navarra, seconda moglie di Martino il Giovane; contro di lei si scatena il grande ammiraglio del regno, Bernardo Cabrera. La nuova guerra civile, che travaglia l'isola per alcuni anni, fa scadere il regno a vice-regno, quando sul trono d'Aragona viene eletto Ferdinando d'Antequera. Bianca viene richiamata alla corte iberica ed in Sicilia è inviato il viceré Giovanni duca di Penafiel. Contro ogni tentazione autonomistica, Alfonso V il Magnanimo (1416-1450) nomina una serie di viceré scelti da lui con oculatezza. Re Alfonso saprà sfruttare con spregiudicatezza le risorse finanziarie dell'isola in favore della sua politica mediterranea. Decimato e impoverito, il vecchio baronaggio non riesce a competere con il tenore di vita condotta sui modelli spagnoli. Si fanno avanti, così, i grandi banchieri e i nuovi professionisti (Ajutamicristo, Alliata, Requesens, Abatellis, Speciale, ecc.) che, grazie a strategici matrimoni, riescono a porsi al vertice della nuova aristocrazia.
La Sicilia Spagnola
E' il momento in cui cresce la grande Spagna dei re Cattolici; l'età delle grandi scoperte geografiche e scientifiche...
I due regni di Sicilia, con la morte di Alfonso il Magnanimo, vengono divisi e quello isolano è unito alla corona d'Aragona. E' il momento in cui cresce la grande Spagna dei re Cattolici; l'età delle grandi scoperte geografiche e scientifiche; il tempo in cui, con Maometto II ed i suoi successori, la potenza turca parte alla conquista dell'Occidente. La Sicilia assume una posizione strategica, antemurale contro l'aggressione ottomana e i pirati barbareschi. Le fortificazioni che la cingono, le torri e i castelli, l'aumento delle guarnigioni e la scelta dei viceré obbediscono a questa istanza; e non a caso, nel 1535, Carlo V visita l'isola ed entra trionfalmente a Palermo. Nel Seicento, nella Sicilia spagnola che vede il trionfo dell'effìmero in campo artistico, si aggrava la situazione economica, poiché le carestie rendono deserte le campagne e la fame dilaga per le grandi città. Una rivolta divampa a Messina nel 1646, ma diversa ampiezza e risonanza ha quella di Palermo l'anno successivo, quando la folla assale il palazzo di città e libera i prigionieri della Vicarìa. Maggiore successo ha quella delle maestranze artigiane palermitane, capeggiata da Giuseppe D'Alesi che tenta l'instaurazione di un governo popolare. Un'altra rivolta, di stampo borghese, contro il viceré don Giovanni d'Austria, viene soffocata sul nascere ed il suo capo, Giuseppe Pesce, decapitato.
Tra i Savoia e la casata austriaca
Piazza Pretoria

Il trattato di Utrecht (1713) assegna la Sicilia al duca di Savoia Vittorio Amedeo 11°...
Il trattato di Utrecht (1713) assegna la Sicilia al duca di Savoia Vittorio Amedeo 11, che in quello stesso anno raggiunge Palermo dove si fa votare, nel 1714, due donativi dal parlamento, per poi tornarsene in Piemonte, carico di beni ed accompagnato da uomini di cultura, fra i quali l'architetto Filippo Juvara. Lascia come viceré il conte Maffei, che deve affrontare la campagna militare del cardinale Alberoni, per riportare con la forza la Sicilia sotto la Spagna. La spedizione del 1718 costringe i Savoiardi nell'interno dell'isola. Ma il trattato de L'Aia (1720), voluto da Austriaci ed Inglesi, porta l'isola sotto Carlo VI d'Austria, che nomina viceré il duca di Montelcone. Dopo i Savoia, gli Austriaci continuano ad impoverire la Sicilia.
La Sicilia dei Borboni
La Sicilia attendeva dal nuovo sovrano la soluzione dei suoi numerosi problemi; e Carlo III, con una intelligente politica...
Filippo V di Spagna investe Carlo del regno delle due Sicilie e questi giunge nell'isola a Palermo per farsi incoronare (30 giugno 1735). La pace di Vienna (1738) gli riconosce il titolo. La Sicilia attendeva dal nuovo sovrano la soluzione dei suoi numerosi problemi; e Carlo III, con una intelligente politica riformista, cerca di sollevare i sudditi dalle condizioni di estrema miseria in cui versano. Istituisce la "Giunta per gli affari di Sicilia" e quella "per il commercio del grano"; difende, contro la curia pontifìcia, il privilegio della Legatio Apostolica e stipula accordi commerciali con gli Stati africani. L'ondata riformistica non si interrompe col passaggio di Carlo sul trono di Spagna alla morte di Ferdinando VI (1 759) e con la cessione del regno delle due Sicilie al figlio Ferdinando, perché in Sicilia giunge, come viceré, Domenico Caracciolo, un innovatore intelligente e seguace delle teorie illuministe francesi. Sue le riforme contro i privilegi del baronaggio e la soppressione del famigerato Tribunale dell'Inquisizione (1782). Ma l'epoca del Caracciolo fu anche quella in cui si aggrava il distacco della Sicilia da Napoli e le pressioni autonomistice da parte dei siciliani: il giacobinismo penetra nell'isola attraverso la massoneria e ne è un esempio la congiura, soffocata nel sangue, di Francesco Paolo Di Blasi, che avrebbe dovuto rovesciare la monarchia e proclamare la repubblica (1795). La delusione per l'atteggiamento di re Ferdinando permane allorché, sopravvenendo il pericolo napoleonico e costretto Ferdinando a trovare rifugio nell'isola, piuttosto che esaudire i desideri autonomistici dei Siciliani si serve dell'isola per la riconquista del Napoletano.
Con l'appoggio inglese ed in particolare di lord Bentink, la Sicilia ottiene una Costituzione su modello inglese, approvata dal parlamento il 19 luglio 1812 e sanzionata dal re il 10 agosto. Il testo costituzionale ribadisce l'indipendenza della Sicilia da Napoli, la distinzione dei tre poteri e definisce il parlamento bicamerale. Questa costituzione è rinnegata da Ferdinando, quando il Congresso di Vienna (1816) gli conferma la corona delle due Sicilie. Il malcontento antiborbonico si configura nella penetrazione della Carboneria in Sicilia, anche tra i borghesi e il clero. I moti del '20 vengono repressi con la forza militare, così che il ripristino dell'assolutismo porta ad una intensificazione dell'azione dei Carbonari. La rivolta capeggiata da Domenico Di Marco, a Palermo, e quelle di Siracusa e Catania vengono soffocate. I moti del '48, capeggiati da Giuseppe La Masa a Palermo, dilagano per tutta la Sicilia: viene costituito un governo provvisorio, si dà vita al Parlamento e si costituisce ad un esercito in grado di contrastare il ritorno armato dei Borboni. Il 15 maggio 1849, le truppe del generale Filangeri entrano a Palermo: la restaurazione borbonica è travagliata da cospirazioni che ne minano l'attività e gli esuli siciliani acquistano alla causa dell'isola lo stesso Giuseppe Mazzini.

amare AMALFI

STORIA Amalfi. Le origini di Amalfi e degli altri centri della Costa Amalfitana sono avvolte nelle nubi della leggenda: da quanto emerge dalle testimonianze del geografo greco Strabone ( I sec. a.C.), in età classica la Costiera Amalfitana doveva essere quasi completamente disabitata, e l'unico insediamento esistente ai confini orientali del litorale amalfitano risulta essere stato l'etrusca Marcina, coincidente forse con l'odierna Vietri sul Mare.

Fra le varie leggende nate intorno alle origini di Amalfi, tutte aventi in comune la fondazione romana della città, quella più diffusa narra dell'epica avventura di una gruppo di famiglie romane che, al tempo dell'imperatore Costantino, partite alla volta di Costantinopoli, furono sorprese da una violenta tempesta nel mar Ionio e costrette a rifugiarsi presso Ragusa, in Dalmazia. Dopo una breve sosta, ripresero la navigazione e tra Palinuro e Pisciotta fondarono un villaggio, che dal nome del fiume che scorreva in quel luogo chiamarono Melfi. Minacciati dalle frequenti incursioni dei Vandali, pensarono di riparare ad Eboli, dove si trattennero più a lungo continuando ad esplorare i siti vicini. Fu così che scoprirono un luogo ben protetto e ricco d'acqua, dove decisero di stabilirsi definitivamente. Dopo un iniziale insediamento a Scala, fondarono due città nelle valli sottostanti cui diedero nome di Amalphia, in ricordo del paese lucano abbandonato, e di Atranum, cioè "oscuro", a causa delle rocce che incombevano sulla stretta vallata.

La città marinara compare ufficialmente nella storia in una lettera, scritta nel 596 da papa Gregorio Magno, nella quale si fa riferimento al vescovo di Amalfi. Nel testo Amalfi viene definita castrum, cioè avamposto difensivo. In effetti, per molto tempo a causa della sua posizione lungo i confini meridionali del Ducato bizantino di Napoli, essa servì da rifugio contro le incursioni dei Longobardi di Benevento, i quali alla fine ebbero la meglio e, grazie al tradimento di alcune famiglie locali, espugnarono la città e deportarono parte della popolazione.. Ma gli Amalfitani, dopo essersi riorganizzati e grazie alle divisioni interne della corte longobarda, riuscirono a saccheggiare Salerno liberando gli ostaggi e il primo settembre 839 fondarono la repubblica indipendente. La nascita dello Stato amalfitana rientra nel più ampio fenomeno della frammentazione delle due grosse realtà politiche territoriali costituite dal ducato bizantino di Napoli e dal principato longobardo di Benevento.

Il territorio dello Stato amalfitano comprendeva la costa che va da Cetara a Positano, la catena dei Monti Lattari con i centri montani di Scala, Tramonti ed Agerola, il territorio stabiano con Lettere, Pimonte e Gragnano, l'isola di Capri ed il piccolo arcipelago delle Sirenuse. I confini erano custoditi da castelli e fortificazioni, presenti anche nei centri principali.

Fin dall'VIII secolo gli Amalfitani erano presenti nel Mediterraneo orientale per motivi commerciali e nei principali centri dell'Oriente bizantino e dell'Africa araba, essi diedero vita a vere e proprie colonie con case, chiese, monasteri, ospedali. Il commercio amalfitano, che aveva nelle aree citate i suoi capisaldi, procurò alla Repubblica marinara proficui guadagni al punto da essere considerata "la più prospera città della Longobardia" e un importantissimo centro cosmopolita. I traffici commerciali ricevettero inoltre notevole impulso dall'applicazione del codice marittimo che va sotto il nome di Tabula de Amalpha, una raccolta di norme che regolamentavano anche i rapporti intercorrenti fra i componenti degli equipaggi delle navi adibite al trasporto di merci. Nel 1131 la conquista da parte dei Normanni del Ducato di Amalfi sancì la fine dell'indipendenza con la nascita del Regno di Sicilia.

Nel corso del XIII secolo, particolarmente proficuo per la società amalfitana, oltre alla realizzazione di una serie notevole di opere pubbliche e monumenti , quali ad esempio il Chiostro Paradiso e la Cripta del Duomo, si ebbero alcune importanti innovazioni nei settori marittimo, economico e giuridico. Fu introdotto l'uso della bussola, furono applicate le tecniche di produzione della carta apprese dal mondo arabo, e infine il giudice Giovani Augustariccio fissava per iscritto, nel 1274, le Consuetudines Civitatis Amalfie.

Nella prima parte del XIV secolo alcune calamità naturali piegarono definitivamente l'economia della Costiera Amalfitana già in precedenza irreparabilmente danneggiata dalla Guerra del Vespro (1282) .

Dal 1392 al 1583 il Ducato di Amalfi fu assoggettato a feudo e vide susseguirsi quali duchi di Amalfi gli esponenti di nobili famiglie quali i Colonna, gli Orsini e infine i Piccolomini. Fu in quegli anni che si svilupparono ad Amalfi, Atrani e Minori numerosi pastifici che resero famosa in tutto il Meridione la pasta della Costa.

Nel corso del XVII e XVIII secolo la città e il suo territorio furono sottoposti ad un totale rinnovamento artistico e architettonico, evidente in particolar modo nei monumenti religiosi. Nell'Ottocento Amalfi fu riscoperta quale meta di soggiorno e di studio per numerosi viaggiatori stranieri: fu così che i paesaggi, i monumenti , le scene di vita quotidiana divennero fonte d'ispirazione per scrittori, pittori, architetti provenienti da ogni parte d'Europa. E' a partire dai primi decenni di questo secolo, tuttavia, che il richiamo esercitato dalle bellezze paesaggistiche dei luoghi e le suggestioni derivanti dal loro passato ricco di storia hanno via via attirato l'attenzione di un numero sempre più ampio di estimatori, restituendo ad Amalfi e ala sua Costa una posizione di primo piano in ambito internazionale.

Le feste e le tradizioni popolari ad Amalfi sono legate strettamente al calendario ecclesiastico, che comincia con la Settimana Santa, uno degli eventi culminanti in tutta la Costiera Amalfitana con le numerose "Via Crucis" e le suggestive processioni liturgiche. Tra queste prevale quella del Cristo Morto, che si svolge la sera del Venerdi Santo lungo le strade oscurate del centro urbano di Amalfi. L'altro evento religioso di rilievo, il Natale, anche in Costiera come dappertutto nel Napoletano, è caratterizzato dal'allestimento dei presepi, che qui vengone collocati persino in grotte e fontane, come nella Grotta dello Smeraldo a Conca dei Marini, che per l'occasione diviene meta d una processione subacquea, di solito ripresa dalla televisione nazionale.

Grande importanza assumono anche le manifestaziani religiose e civili in onore dei santi, soprattutto quella di S. Andrea, il protettore della città, le cui reliquie furono trasferite nel 1208 ad Amalfi dal cardinale Pietro Capuano dope la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati. Le reliquie vengono venerate nella cripta del Duomo, dove avviene anche il miracoio della manna. Il 27 giugno e il 30 novembre ricorre la festa di S. Andrea: il busto dell'Apostolo, una scultura d'argento del barocco napoletano, sfila in processione attraverso la città e lungo la spiaggia (la benedizione della pesca) accompagnato da numerose barche. In seguito "o Viecchio" (il popolare affettuoso appellativo del Santo) viene portato a passo di corsa sulla ripida scalinata del Duomo, rinnovando così l'antico rito della "sfida alla divinità", il cui fascino sopravvive ancora in forme moderne.

Sotto l'aspetto laico le feste e le tradizioni ad Amalfi - come in tutto il Meridione - sono momenti importanti per il ristabilimento permanenente del "sistema familiare" (uno dei fondamenti principali della società meridionale). Soprattutto nella ricorrenza del santo patrono, anche i numerosi amalfitani emigrati in tutto il mondo inviano dei saluti e ricordi alla loro città natale.

Le feste sono anche occasione per preparare piatti e altri cibi di qualità o di forma particolare: basti ricordare solo le zeppole di Natale e di S. Giuseppe. la pastiera e la "minestra maretata" di Pasqua, e altre cose che sono più da gustare che da descrivere.

Ad Amalfi si prepara un‘ottima pasta fatta a mano con prezzemolo tritato, pepe e formaggio grana e condita con sugo di pomodorini freschi e vongole veraci ("Scialatielli"), crepes ripiene di salame locale, mozzarella e ricotta in bechamella insaporite con pepe e formaggio grana, minestra maritata fatta con scarole, minestra nera, verza ed altre verdure lesse in brodo di pollo con "pezzenta", (insaccato locale, con cotiche e frattaglie di maiale), profiterols con crema al limone, torta al limone in numerose varianti.

Tra le curiosità da segnalare che Amafi risulta essere uno dei luoghi preferiti per la celebrazione dei matrimoni di coppie provenienti un po' da tutte le parti d'Italia e, in misura via via crescente, anche dall'estero, al punto che il fenomeno ha attirato l'attenzione del New York Times, che gli ha dedicato un'apposito servizio, ripreso anche da altre testate europee.

La Marineria

Amalfi per tutto il Medioevo ebbe una numerosa e potente flotta, che bisogna necessariamente distinguere tra quella militare e quella mercantile. La flotta militare più volte vittoriosa soprattutto nelle battaglie combattute contro gli Arabi in difesa della cristianità: tra queste rifulge il celebre episodio di Ostia (849), quando le navi di Amalfi contribuirono notevolmente a salvare Roma dall’attacco di una potente flotta musulmana. Per la costruzione delle navi da guerra Amalfi aveva un arsenale in muratura del quale oggi restano due corsie divise da dieci pilastri. Si tratta dell’unico esempio sopravvissuto di arsenale medioevale almeno in Italia meridionale. La struttura superstite mostra i chiari segni dei restauri avvenuti nel 1240 e nel 1272, sebbene l’edificio sia documentato sin dall’XI secolo. In esso venivano costruiti gli scafi delle galee da combattimento, impostate su centoventi remi. Le navi mercantili, in genere di basso cabotaggio, venivano costruite sugli arenili, che, pertanto, erano indicati con il termine bizantino di scaria. Lo scarium di Amalfi medioevale si trova oggi sotto il mare di fronte alla città, dove sono stati di recente scoperti moli ed attracchi di età medioevale. Le strutture portuali e cantieristiche furono inesorabilmente sommerse a seguito di una frana sottomarina provocata da una possente tempesta di Libeccio, verificatasi nella notte tra il 24 e il 25 novembre 1343. Questo fenomeno diede praticamente il colpo di grazia ad una situazione mercantile e marinara già in declino.
Della storia marinara di Amalfi oggi restano, oltre all’arsenale, il codice marittimo denominato Tabula de Amalpha e la tradizione dell’invenzione della bussola. Tale codice è conservato in una copia cartacea seicentesca presso il Museo civico; esso fu elaborato tra l’XI ed il XIV secolo e i suoi capitoli contengono sorprendenti notizie a riguardo dell’avanzata e progredita società marinara amalfitana. É ormai accertato che furono gli Amalfitani per primi ad inventare la bussola quale strumento di orientamento marinaro magnetico “a secco”, che la diffusero nel Mediterraneo entro la prima metà del XIII secolo. Il mitico inventore amalfitano Flavio Gioia, in onore del quale esiste un monumento in bronzo realizzato dall’artista cavese Alfonso Balzìco sito nella piazza davanti al mare, in realtà non è mai esistito; si tratta, infatti, di un errore di interpretazione dovuto a scrittori rinascimentali dell’Italia centrale. Un’antica tradizione amalfitana si riferisce, invece, ad un certo Giovanni Gioia quale inventore dello strumento marinaro.

Testi a cura del Prof. Giuseppe Gargano

I CORTEI

VENEZIA
La repubblica di San Marco presenta un episodio storico quattrocentesco, rievocante la donazione della isola di Cipro a Venezia. Tale donazione fu possibile nel 1489, quando Caterina Cornaro, nobildonna veneziana e regina dell'isola, fu accolta con grandi onori nella sua patria, alla quale cedette la signoria di Cipro.
Il corteo di Venezia mostra l'organizzazione politico-amministrativa dell'oligarchia mercantile che reggeva le sorti dello Stato; sfilano in tal modo il Doge, i Senatori, gli Ambasciatori, il Capitano de Mar, comandante della flotta.
La parte iniziale del corteo, formata da nobili, tamburini e trombettieri, mette in evidenza il "vessillo di San Marco", donato a Venezia nel 1171 da Papa Alessandro III quale segno di gratitudine per aver svolto una funzione mediatrice tra Papato, Impero e Comuni.

GENOVA
Il corteo storico di Genova rievoca l'età consolare della repubblica ligure, prima cioè dell'avvento dei dogi e la trasformazione in una sorta di monarchia aristocratica e mercantile. L'episodio centrale del corteo è Guglielmo Embriaco detto "Testa di maglio", condottiero genovese che guidò le navi della repubblica all'assedio di Gerusalemme durante la Prima Crociata. In quella circostanza egli portò a Genova il Sacro Catino che, secondo la tradizione, sarebbe stato utilizzato nel corso dell'Ultima Cena da Gesù e dagli Apostoli.
Il corteo evidenzia poi i rappresentanti delle classi sociali genovesi del periodo comunale: i mercanti, gli uomini d'arme, il popolo. Altra figura di rilievo è infine Caffaro di Caschifellone, l'annalista che rievocò le imprese dell'Embriaco, narrando le sue spiccate doti di strategia militare e di inventore di congegni bellici utilizzati per espugnare la Città Santa.

PISA
Il corteo storico di Pisa mostra alcuni momenti salienti della storia della città. Il più antico è di certo rappresentato da Kinzica de' Sismondi, l'eroina pisana che nel 1004 salvò la sua patria da un improvviso attacco saraceno.
Vengono quindi evidenziate le varie fasi evolutive del Comune pisano, rappresentate dai consoli, dal podestà, dal capitano del popolo. Il corteo è inoltre costituito da armati, recanti il simbolo germanico dell'aquila nera in campo oro, marinai, trombettieri. timpanisti.

AMALFI
Il Corteo storico di Amalfi, ideato dallo scenografo Roberto Scielzo, rappresenta la società amalfitana negli anni intorno al Mille, quando la repubblica marinara campana aveva raggiunto il massimo apogeo. I costumi, di stile arabo-bizantino, sono confezionati mediante le stoffe pregiate di seta, lino, broccato, damasco importate dall'impero d'Oriente. Nel corteo sono presenti i rappresentanti delle varie classi sociali: le magistrature, tra cui il duca, i giudici, il conte di palazzo, i consoli; i militari, con i cavalieri della corte ducale, i cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, gli arcieri; il popolo, con i marinai ed i rematori.
Elemento centrale del corteo è il matrimonio del figlio del duca con una nobildonna figlia di un dinasta o di un prestigioso aristocratico di un vicino principato longobardo. Con tale matrimonio veniva sancita la maggiore età raggiunta dal rampollo amalfitano (18 anni) e la sua associazione al potere politico. I cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, il cui costume è divenuto francobollo nazionale, rievocano infine il fondatore del Sovrano Ordine Militare, diventato poi di Rodi e quindi di Malta, Fra Gerardo Sasso di Scala.

I casali extramoenia

Il territorio del Comune di Amalfi comprende, oltre al centro urbano, anche cinque casali collocati nel settore occidentale della costa.
Alle spalle di Amalfi, sulla collina detta Monte Falconcello, si sviluppa Pogerola, antico castello della città, di cui si conservano evidenti tracce costituite da mura e torri. In una di queste, realizzata nel Quattrocento, è stata di recente individuata la chiesa monastica di San Sebastiano, risalente alla fine del X secolo. Il casale, un tempo denominato Pigellula, forse pèrché in esso si producevano particolari piatti di terracotta, conserva tuttora alcune chiese medievali di particolare pregio: la parrocchiale di Santa Marina del XII secolo; quella dedicata a San Michele Arcangelo a pianta bizantina, edificata nel 1181; quella della Madonna delle Grazie, fondata da alcune famiglie autoctone nel 1539.
Il casale più prossimo alle mura di Amalfi è Pastena, il cui toponimo ricorda l’attività del “pastinare” cioè del coltivare la terra. In esso sono evidenti la parrocchiale di Santa Maria a due navate con volte a crociera, nonché la chiesa di Santa Maria de Lupino, risalente al XIV secolo
Ancor più ad occidente s’incontra il casale di Lone; anch’esso sviluppantesi tra la costa del mare e le sovrastanti colline è caratterizzato da coltivazioni a gradoni. La sua chiesa principale è dedicata a Santa Maria di Montevergine ed è la ricostruzione dell’omonima parrocchiale duecentesca purtroppo crollata.
Ai confini del territorio comunale di Amalfi si estende il casale di Vettica Minore, che contiene alcune piccole ma deliziose spiagge, nonché grotte ed anfratti naturali formatisi nella roccia calcarea. La chiesa parrocchiale, di età bassomedievale, è dedicata a San Michele Arcangelo.
Il casale di Amalfi più elevato è Tovere, antico insediamento abitato da marinai-contadini. Alcuni di questi, che fecero fortuna nel XIII secolo, costruirono o ampliarono le chiese del casale, prima fra tutte quella parrocchiale di San Pietro Apostolo, che conserva emergenze artistiche ed architettoniche di stile arabo-bizantino, tra cui l’elevato campanile. Nel territorio di Tovere è stata di recente riportata alla luce la chiesa rupestre della SS. Trinità.
Nell’ambito dei cinque casali di Amalfi si conservano tuttora interessanti dimore medievali e moderne appartenute alle famiglie locali che si erano arricchite mediante i commerci marittimi. Queste abitazioni sono dette “case a volta”, perché mostrano evidenti volte estradossate di vari stili. Tali costruzioni s’inseriscono perfettamente nel paesaggio naturale della Costa.

Testi a cura del Prof. Giuseppe Gargano

Tra i monumenti...

Il Duomo
Dedicato a S. Andrea, il duomo di Amalfi sorge al termine di una ripida scalinata, e sovrasta l'omonima piazza al cui centro e' collocata la settecentesca fontana di S. Andrea o del Popolo. L'edificio, il cui impianto originario risale al IX secolo, fu rifatto nel 1203 in forme arabo-normanne siciliane e poi nel corso dei secoli piu' volte rimaneggiato. La facciata, di particolare bellezza, riedificata dopo il crollo del 1861, presenta pregevoli decorazioni musive: nel timpano e' raffigurato Cristo in trono tra i simboli degli Evangelisti e la podesta' terrena, su disegno di Domenico Morelli. A sinistra della facciata si erge il campanile, iniziato nel 1180 e ultimato nel 1276, il quale, seppur piu' volte restaurato, conserva l'aspetto originario. Utilizzato nel 1389 come torre di difesa nell'attacco compiuto dagli Angioini, si compone di un piano di bifore e di uno di trifore, elementi architettonici di evidente derivazione normanna e culmina con la variopinta cupola maiolicata, d'ispirazione araba. Imponente la porta in bronzo, fusa a Costantinopoli prima del 1066, che presenta rilievi con figure di Cristo, della Madonna e dei Santi Andrea e Pietro. L'interno della chiesa, a croce latina a tre navate, ricostruito in stile barocco, conserva affreschi, statue e altre opere d'arte di notevole interesse: si possono ammirare i dipinti di Andrea d'Asti, che ornano il soffitto della navata mediana e del transetto, la rinascimentale ancona marmorea con tre santi, la cinquecentesca tomba del vescovo Andrea d'Acunto e due amboni con decorazione musiva appartenenti alla chiesa originaria. Da visitare poi la cripta, del 1253, nella quale sono custodite le reliquie di S. Andrea e una sua colossale statua, dono di Filippo III di Spagna, e la suggestiva cappella del Crocifisso, che conserva elementi duecenteschi.

Chiostro del Paradiso
Dall'atrio del Duomo di Amalfi si accede all'incantevole Chiostro del Paradiso, uno degli edifici piu' noti e interessanti della cittadina. Fatto costruire negli anni 1266-68 dall'arcivescovo Filippo Augustariccio come cimitero per i cittadini illustri e benemeriti, il Chiostro e' una deliziosa costruzione in stile arabo costituita da un peristilio di colonnine binate, che sostengono archi acuti intrecciati; al centro si trova un grazioso giardinetto con palme. Abbandonato agli inizi del XVII secolo, il Chiostro fu restaurato nel 1908; nelle gallerie si possono ammirare importanti testimonianze di epoca romana e medioevale: due antiche colonne reggenti aquile, il sarcofago del decurione P. Ottavio Rufo, due sarcofagi romani con bassorilieviraffiguranti l'uno le nozze di Peleo e Teti, l'altro il ratto di Proserpina, un sarcofago trecentesco e, infine, frammenti dell'antica facciata del Duomo.

Grotta dello Smeraldo
A breve distanza da Amalfi, nell'incantevole baia di Conca dei Marini, si trova la grotta dello Smeraldo, considerata, per bellezza e suggestione, la gemma della costiera. Scoperta nel 1932, la grotta, un tempo all'asciutto, e in seguito, a causa dei movimenti bradisismici, invasa dal mare, deve il suo nome alla particolare colorazione assunta dall'acqua nel riflettere la luce che penetra attraverso le rocce. All'interno la cavita', che ha dimensioni di circa 30 m per 60, con un'altezza massima di 24 m, offre ai visitatori uno scenario straordinario e ineguagliabile: l'atmosfera, in cui dominano i toni brillanti del verde e dell'azzurro, e' resa ancora piu' suggestiva dalla presenza di sottili stalattiti e soprattutto dalle spettacolari formazioni di stalagmiti, che fuoriescono dal mare e, come enormi colonne alte piu' di 10 m, si congiungono alla volta. Di grande interesse, infine, l'originale presepe subacqueo in ceramica, sommerso sul fondale della grotta a circa 4 metri di profondita'.

La regata Storica

Storia della Regata
L'idea di una manifestazione di carattere eminentemente storico, che potesse rievocare le fulgide imprese delle Repubbliche Marinare d'Italia, si formò, alla fine degli anni '40 del nostro secolo, indipendentemente nelle menti di due appassionati: il pisano Mirro Chiaverini e l'amalfitano Francesco Amodio. L'atto costitutivo dell'Ente Regata delle Quattro Repubbliche Marinare fu stipulato ad Amalfi il 10 dicembre 1955.
Da allora in poi ogni anno la manifestazione, che consiste nella sfilata dei cortei storici ed in una gara remiera, si svolge a turno nelle quattro città marinare

La Regata
E' una gara remiera effettuata mediante galeoni, ricostruiti su modelli del XII sec., da Alvio Vaglini, spinti da otto rematori e guidati da un timoniere. Le quattro imbarcazioni, lunghe 11 metri, pesanti 760 chilogrammi ed a sedile fisso, furono varate il 9 giugno 1956 sulla Riva dei Giardini Reali e benedette dal patriarca di Venezia Angelo Roncalli. Gli scafi dei galeoni sono dipinti mediante i colori tradizionali delle quattro città marinare (Amalfi: azzurro; Pisa: rosso; Genova: bianco; Venezia: verde); presentano il castello a poppa con la bandiera di ciascuna repubblica ed hanno una polena a prua. Così Amalfi usa un cavallo alato che, insieme alla sirena, era uno dei motivi principali utilizzati per le polene delle galee medievali; Genova ha invece il drago rievocante il suo Protettore S. Giorgio; Pisa mostra l'aquila imperiale germanica a ricordo della fedele collaborazione offerta alla causa sveva e ghibellina dalla repubblica toscana; Venezia presenta il leone di S. Marco quale simbolo del suo santo protettore.

Il percorso di gara è di 2000 metri in linea. Ad Amalfi la gara ha inizio dal Capo di Vettica, presso un promontorio sul quale si erge una torre vicereale del XVI sec. Il percorso avanza poi davanti alla sinuosa costa occidentale per giungere alfine ad Amalfi; dove è sistemato il traguardo, davanti alla Marina Grande ed al suggestivo sfondo del Monte Aureo, con la Torre dello Ziro, l'ex monastero di S. Lorenzo del Piano, il rione Capo di Croce, l'ex convento e la torre di S. Francesco.

amare VOLTERRA

Le descrizioni di Volterra, offerte dalla letteratura di tutti i tempi ci mostrano una città posta su un’altura, circondata da mura, dominante un vasto e immenso territorio: e infatti da qualunque parte ci si avvicini alla città, il profilo di Volterra, adagiata su un contrafforte collinare del periodo Pliocenico, a m. 541 s. l. m. domina il territorio circostante delimitato dal massiccio del Montevaso, dai cordoni dei Cornocchi e delle Colline Metallifere.
La posizione privilegiata del colle, posto alla confluenza della val di Cecina e della val d’Era, la naturale defendibilità del luogo nonché le caratteristiche ambientali e le risorse minerarie presenti nel territorio, favoriscono fin dal periodo Neolitico i primi insediamenti umani, sicuramente documentati dai copiosi reperti litici rinvenuti sul contrafforte volterrano e in particolare nella zona di Montebradoni.
Il periodo etrusco
Ma si deve agli Etruschi nel secolo VII, se concludendo il processo di aggregazione tra i vari insediamenti del colle volterrano, essi danno vita alla città di Velathri costruendo nel IV sec. la grande cinta muraria il cui perimetro, di oltre sette chilometri lascia supporre che insieme all’habitat racchiudesse anche terreni a pascolo e a coltivazione, capaci di assicurare alimenti in caso di prolungati assedi. Infatti, Volterra, divenne una delle dodici lucomonie che formarono la nazione etrusca, con un territorio che si estendeva dal fiume Pesa al mar Tirreno e dall’Arno al bacino del fiume Cornia; inoltre, nel VI sec., divenne la più importante base strategica della valle inferiore dell’Arno sia per la spinta romana dal sud, sia per l’invasione gallica dal nord.
Il periodo romano
Agli inizi del III sec., lo scontro decisivo del lago Vadimone (283 a. C.) segnò la definitiva rinuncia dei popoli dell’Etruria alla lotta contro Roma: Volterra sottomessasi ai Romani verso il 260, entrò a far parte, insieme ad altre città, della confederazione italica. Da un noto passo di Livio relativo agli approvvigionamenti che l’esercito di Scipione ricevette da alcune città etrusche, durante la seconda guerra punica nel 205 a. C., sappiamo che Volterra contribuì con legnami per le navi e principalmente con frumento, prodotto che presuppone una fondamentale attività agricola di tipo estensivo. Nel 90 a . C. con la Lex Julia de Civitate, Volterra ottenne la cittadinanza romana, fu iscritta alla tribù Sabatina e costituì un florido municipio i cui supremi magistrati elettivi ordinari e straordinari si trovano menzionati in varie iscrizioni. Scoppiata la guerra civile, Volterra seguì le sorti del partito di Mario; la città sostenne per due anni (82 - 80) un lungo assedio contro Silla, finché, stremata, dovette arrendersi.
Le conseguenze della sconfitta furono gravi, ma non irreparabili: grazie sia all’azione moderatrice di Cicerone sia al grande potere economico e ai rapporti con personalità di spicco della vita politica romana di alcune delle maggiori famiglie volterrane che riuscirono a superare i torbidi, conseguenti all’assedio e alle rappresaglie sillane (81 - 79 a.C. ); tra queste soprattutto i Caecinae che sono in posizione spesso di prestigio, come A. Caecinae Severus, consul suffectus nell’anno I a. C., al quale si deve la dedica del teatro romano di Vallebona.
Con l’ordinamento territoriale augusteo, Volterra costituì uno dei municipi della VII ragione, l’Etruria e, nel V sec., alle prime invasioni barbariche la città strutturatasi in forme castrensi, era già sede vescovile a capo di una diocesi che ricalcava i confini del municipium romano e della lucomonia etrusca e costituiva una delle circoscrizioni ecclesiastiche più importanti della Tuscia AnnonariaL’alto medioevo
Assoggettata dagli Eruli e dai Goti, ospitò successivamente un presidio bizantino e, durante il regno longobardo, divenne sede di gastaldo, facendo parte della dotazione del re. Nel periodo più oscuro delle invasioni, appare la leggendaria figura del vescovo Giusto, patrono da Volterra, che, insieme ai compagni Clemente e Ottaviano, si rese benemerito della città a causa di imprese civili e religiose cui dette luogo durante la sua vita. Nei IX-XI sec., per il favore degli imperatori carolingi, sassoni e franconi, inizia e si sviluppa la signoria civile dei vescovi volterrani, che, esenti dalla giurisdizione comitale e forti di privilegi e immunità, finirono per imporre la loro civile autorità non solo in Volterra ma anche su molti popoli della diocesi.
Contemporaneamente, il risveglio economico generale, di cui appare qualche barlume negli ultimi tempi longobardi, porta la città ad essere il polo di focalizzazione non solo degli interessi religiosi, ma anche della vita sociale, economica e giurisdizionale del contado: i quattro mercati concessi dagli imperatori carolingi durante il IX sec. in concomitanza ad altrettante feste religiose, oltre a dimostrare la ripresa dei traffici e dei commerci nel territorio volterrano, rivestono una grande importanza, essendo mercati franchi, esenti da gabelle.
Il libero comune e i vescovi-conti
L’aumento della popolazione (dopo l’anno Mille) al termine delle ultime invasioni ungare e la fine dei conflitti fra Berengario I e Alberto marchese di Toscana che portarono alla quasi totale devastazione di Volterra, provocano la nascita dei primi borghi che si addensano ai margini della zona del Castello: il borgo di Santa Maria (attuale via Ricciarelli) e il borgo dell’Abate (attuale via Buonparenti e via Sarti), l’uno perpendicolare l’altro parallelo alle mura castellane. Ma nella prima metà del XII sec. Volterra si organizza in libero comune, pronto a lottare con il vescovo per il possesso della città e delle ricchezze del suo territorio: consapevole che il maggior provento della città è la produzione del sale di sorgente, acquista diritti sullo sfruttamento delle Moie nonchè molti diritti sul’estrazione dello zolfo, del vetriolo e dell’allume nella zona di Larderello, Sasso e Libbiano.
La lotta tra il vescovo e il comune fu lunga ed aspra ed ebbe il suo culmine con i tre vescovi della stessa potente famiglia dei Pannocchieschi: l’esito dello scontro fu favorevole al comune, ma ben presto Volterra dovette fare una politica tutta rivolta alla sua conservazione e molto conciliante verso Pisa, Siena e soprattutto verso Firenze.
Dal punto di vista urbanistico si assiste ad una riorganizzazione dell’insediamento che configura in maniera pressocchè definitiva la città. La prima iniziativa importante è la edificazione della nuova cinta muraria che sostituì quella etrusca del IV sec. a. C. troppo ampia per assicurarne le difese visto il numero della popolazione residente: il lavoro occupò il comune fino dai primi anni dell Duecento e impegnò ingenti risorse economiche. Contemporaneamente alla costruzione delle mura nuove srgono il palazzo del Popolo, poi dei Priori e la sistemazione della piazza dei Priori, la “platea communis” già chiamato Prato.
E intorno al Prato sorgono fin dai primi anni del XIII sec. le prime costruzioni a torre fra cui quella detta del Porcellino che diventò in seguito la sede del Podestà. Il palazzo dei Priori iniziato nel 1208 da maestro Riccardo, fu terminato nel 1257 sotto il Podestà Bonaccorso Adimari, come si legge nella lapide appoista sulla facciata. Il complesso sorgeva isolato: un chiasso, chiuso in epoca posteriore lo divideva dal Duomo; l’accesso avveniva da due arcate che davano su di un ampio loggiato terminato da un Arengo.
Anche il Duomo e il Battistero che costituiscono l’altro nucleo urbano importante, subiscono grandi lavori di ristritturazione: l’ingrandimento e la decorazione esterna dellla facciata della Cattedrale viene assegnata dal Vasari a Nicola Pisano nel 1254.
La guerra con Firenze
Intanto, il contrasto tra il temporalismo ecclesiastico e le istituzioni comunali favorì agli inizi del XIV sec. il sorgere di condizioni adatte per l’affermazione di una Signoria e Ottaviano Belforti assunse il ruolo di signore della città. Il governo personale dei Belforti finì miseramente nel 1361, anno in cui, uno dei suoi membri, fu decapitato nella pubblica piazza per aver pattuito la vendita della città a Pisa. Ma la fine dei Belforti fu anche il disastro della città: i fiorentini, venuti da amici per aiutare i volterrani a liberarsi della tirannide, pretesero, come compenso, la custodia della Rocca e l’esclusione dai pubblici uffici di uomini legati in qualche modo a Volterra, ad eccezione dei loro concittadini. La repubblica volterrana, nonostante la formale proclamata indipendenza, divenne suddita di Firenze, che sempre di più mostrava interesse non solo alle ricchezze naturali controllate dalla città, ma anche alla sua ubicazione che poteva costituire un fortissimo baluardo avanzato contro la repubblica nemica di Siena: se ne ebbe una conferma, quando la repubblica fiorentina estese anche al territorio volterrrano la legge sul catasto, contrariamente ai patti convenuti tra due le parti. Seguirono gravi agitazioni di popolo contro la legge e Giusto Landini, patrizio popolare, pagò con la vita la sua opposizione alla politica egemonica di Firenze. Antagonismi di interessi privati, rivalità e invidie, animosità ed avversione di famiglie e di classi, l’interesse personale di Lorenzo dei Medici cusarono l’inutile guerra delle Allumiere, terminata con il sacco di Volterra nel 1472, ad opera delle milizie del duca di Montefeltro.
Assorbita nello stato fiorentino, la città fu sottoposta ad un duro trattamento che provocò l’emigrazione di molte famiglie facoltose e la conseguente alienazione dei beni a prezzo di fallimento. Il segno visibile del dominio fiorentino in Volterra é la costruzione tra il 1472 e il 1475 del Mastio, la Fortezza voluta da Lorenzo il Magnifico per controllare contemporaneamente la città e costituire una roccaforte verso il territorio senese. . Il periodo rinascimentale
Mentre si operava nelle difese, le grandi famiglie volterrane dettero il via a numerose trasformazioni dei loro palazzi secondo i modelli elaborati dalla cultura architettonica fiorentina. La probabile presenza di Michelozzo nel cantiere del convento di San Girolamo a Velloso (1445) e di Antonio da San Galllo il vecchio, nella ristrutturazione della “Vendita” (attuale palazzo vescovile) potrebbe aver facilitato la diffusione dei modelli fiorentini: case e palazzi come quelli delle famiglie Pilastri, Ricciarelli, Minucci e Gherardi conoscono un rimodernamento delle facciate e un adeguamento delle antiche torri al nuovo gusto diffuso dalla città dominante.
La Fortezza Medicea
Nel 1530, in un’ultima disperata speranza di riacquistare le libertà perdute, Volterra si ribellò ai fiorentini in guerra con i Medici, alleandosi con questi ultimi, ma fu ripresa e nuovamente saccheggiata dal Ferrucci. Restaurati i Medici a Firenze, Volterra perse definitivamente la propria indipendenza, e divenne una delle città dello stato mediceo di cui seguì le sorti; ma con il dominio granducale inizia per Volterra e il suo territorio un perido di lenta ma progressiva decadenza che si protrarrà fino a tuto il XVIII sec.
La ripresa della lavorazione dell’alabastro verso la metà del XVI si realizzò quasi esclusivamente come fatto d’arte e non si orientò verso indirizzi commerciali. Anche il tessuto insediativo non mostra grosse trasformazioni; si possono trovare alcuni interventi di completamento, come palazzo Inghirami (facciata realizzata su progetto di Gherardo Silvani) e di nuove costruzioni soprattutto religiose, fra le quali spicca la riedificazione della chiesa dei SS. Giusto e Clemente. Verso la fine del XVIII sec. e nella prima metà del XIX sec. si registrano incrementi nell’agricoltura, nella commercializzazione dell’alabastro e un decisivo miglioramento nei collegamenti viari; l’abitato urbano è oggetto di un generale adeguamento e riordinamento: si ha la costruzione del teatro Persio Flacco (1819), l’apertura della passeggiata dei ponti e della nuova carrozzabile per le saline (1833) nonchè il restauro degli edifici posti nella piazza dei Priori (1846).
Nella seconda metà del secolo, dopo l’unità d’Italia, a parte alcune ristrutturazioni degli spazi all’interno del centro storico per far posto agli uffici del nuovo regno, l’intervento di maggior rilievo è la creazione dell’ospedale psichiatrico (1888). Infine il 13 marzo 1860 con 2315 voti favorevoli, 44 dispersi e 78 contrari Volterra vota la sua annessione all’Italia unita, pagando il suo contributo di sangue sia all’edifiazione dell’unità nazionale nella guerra 1915-18 sia alla lotta di resistenza contro il fascismo. In passato l’economia del terrritorio si basava soprattutto sulla estrazione del rame, dell’allume, dell’alabastro e del sale che venivano lavorati nelle manifatture volterrane ed esportati.
Oggi, con l’emigrazione avvenuta nel secondo dopoguerra, l’industria si basa su piccole aziende artigianali per la lavorazione dell’alabastro, sull’estrazione del salgemma, su qualche industria metelmeccanica e chimica; la popolazione residente dalle 17840 unità nel 1951 è scesa a 13800 nel 1991.
Una delle fonti principali di reddito è attualmente il turismo: Volterra infatti è in grado di mostrare non solo i grandi monumenti che hanno caratterizzato i suoi 30 secoli di storia ma possiede e gelosamente conserva tre strutture museali di notevole interesse storico artistico, il Museo Guarnacci, la Civica Pinacoteca e il Museo Diocesiano di Arte Sacra.

Case e Torri

Case-Torri Buonparenti
Si trova fra la via omonima e via Ricciarelli ed è uno dei punti più caratteristici della città. La casa-torre dei Buonparenti unita dall’altissimo arco in muratura con il fortilizio dell’ Angelario costituiva il crocevia di Borgo Santa Maria, punto di partenza dell’espansione urbana in epoca comunale. La casa-torre che in via Ricciarelli (borgo di Santa Maria) è vicinissima a quella dei Buonparenti apparteneva ai Bonaguidi, legati in consorteria con i primi.

Case-Torri Toscano
È un gruppo di torri, alla confluenza di via Matteotti e di pazzetta San Michele, fatto costruire nel 1250 da Giovanni Toscano tesoriere di Re Renzo di Sardegna, che fece innalzare da Giroldo da Lugano intorno ad una torre posta in S. Agnolo una vera e propria dimora magnatizia, come attesta l’iscrizione scolpita sopra il portone d’ingressso. L’edificio passò in proprietà ai Rapucci, quindi ai Cafferecci e ai Guarnacci che aggiunsero alla casa-torre il palazzo seicentesco che si snoda lungo la via di sotto già via degli Asinari.

Case-Torri Baldinotti
Anticamente incrociata o quadrivio dei Marchesi il palazzo sulla via Turazza presenta al piano terra una serie di arcate sormontate da coni in pietra dove, per la presenza di botteghe nel luogo, venivano fissati i cardini delle porte che si aprivano sulla strada.

Case Torri Buonparenti

Palazzo Inghirami
Fu fatto costruire dall’Ammiraglio Jacopo Inghirami nel XVII sec. su disegno di Gherardo Silvani. Ampie finestre mensolate fanno da cornice al grandioso portale in bugnato alla cui sommità è il busto bronzeo del grande ammiraglio vincitore a Bona attribuito al Tacca.

Palazzo Maffei
Fatto costruire da Monsignor Mario Maffei vescovo di Cavallion le cui spoglie riposano nel monumento eseguito da G. Angelo Montorsoli in Duomo, fu compiuto nel 1527 come indica l’iscrizione sotto la cornice del primo piano. Ampie finestre sormontate da sporgenti timpani triangolari e con altri a coronamento orizzontale sono riquadrate da solenni marcapiano, da ampie paraste angolari e dalla gronda sporgente a cassettoni. Il Palazzo divenuto, nel XVIII sec. proprietà del Guarnacci, fu la prima sede del museo e della biblioteca che da lui prendono il nome. Secondo una vaga testimonianza del Vasari, la facciata sarebbe stata dipinta a fresco da Daniele Ricciarelli.

Palazzo Beltrami
Finestre con arco a tutto sesto, incorniciate da conci in bugnato e da eleganti marcapiano caratterizzano la facciata cinquecentesca di questo palazzo, già appartenuto ai Desideri.

Palazzo Lisci, (oggi Marchi)
Antico ospedale di Santa Maria, detto di Via Nuova, presenta una facciata la cui costruzione è riconducibile almeno a due differenti epoche: la parte inferiore in pietra, con due grandi archi otturati e una iscrizione marmorea recante il nome dello spedalingo, è databile alla metà del XIII sec. mentre più recente, XVIII sec., appare la parte superiore a cortina di mattoni.

Palazzo Maffei
Del XVI sec. e secondo con questo nome, si caratterizza per la torre angolare inserita nella nuova costruzione rinascimentale, la cui porta incorniciata da solido bugnato è concordemente attribuita ad Antonio da San Gallo.

Palazzo Incontri (oggi Viti)
Il caldo colore dell’intonaco che fa da sfondo alle grandi finestre timpanate e quadrate, ai marcapiano, alle paraste angolari eseguiti col “panchino” volterrano, rende solenne la facciata di questo palazzo, assegnato tradizionalmente, all’Ammannati e nel cui interno fu costruito nel 1819 un Teatro su disegno dell’architetto Luigi Campani, cui fu dato il nome del poeta volterrano Aulo Persio Flacco, raffigurato, nel grande sipario, nel regno delle muse, dal pittore ottocentesco Nicolò Contestabile.

Cortile di Palazzo Minucci-Solaini

Palazzo Minucci (oggi Solaini)
Attribuito dalla storiografia locale ad Antonio da San Gallo il Vecchio è tra i più singolari della città per le limpide e rigorose proporzioni del prospetto e per il mirabile ed elegante equilibrio architettonico del cortile nonché per la varietà espressiva dell’impianto distributivo e decorativo dell’interno. È sede della civica pinacoteca di Volterra.

Chiese

San Michele
La facciata del XIII sec. interrotta all’altezza del cornicione e modernamente completata mostra gli stemmi gigliati di casa Farnese, mentre nella lunetta sull’architrave della porta sta la copia del gruppo marmoreo della Vergine col Bambino di scultore tinesco del XIV sec. conservato nel Museo Diocesano di Arte Sacra. All’interno completamente ristrutturato nel XIX sec. è da segnalare nel presbiterio un tabernacolo marmoreo di artista fiorentino del XV sec. contenente una Madonna col Bambino in terracotta smaltata di Giovanni della Robbia e una tavola raffigurante Angelo Custode di Nicolò Cercignani di Pomarance; nella navata, una Sacra Famiglia del Maratta e la Madonna del Riscatto, affresco staccato del XV sec. attribuito a Cenni di Francesco.
Oratorio di San Cristoforo. Affresco raffigurante la Madonna col Bambino attribuito al pittore sangimignanese Vincenzo Tamagni.

San Francesco
Lo stemma crociato del popolo campeggia sulla semplice facciata a cortine di pietra con copertura a capanna. L’interno ad una navata a capriate ha subito profonde trasformazioni durante i secoli.
Nell’altare maggiore entro un fastoso tabernacolo marmoreo settecentesco è conservata la tavola di una Madonna con il Bambino, opera di artista toscano del XV sec.. Intorno al presbiterio quattro monumenti funebri di alcuni personaggi della Famiglia Guidi, tra cui quelli di Monsignore Jacopo Guidi (1588) e dell’ammiraglio Camillo di Jacopo Guidi (1719). Dei dipinti esposti sugli altari sono da ricordare la Concezione di G. B. Naldini (1585) la Natività del Balducci, il Crocifisso di Cosimo Daddi (1602), inoltre il deposito di Mario Bardini, ricco di marmi di diversa provenienza, eseguito da G. Silvani (1616), e quello di Monsignor Mario Guarnacci, che lui stesso, ancora in vita, ideò e fece costruire. In una stanza attigua alla chiesa: gruppo di quattro figure, quasi al naturale, in terracotta smaltata a colori del volterrano Zaccaria Zacchi.

Cappella della Croce di Girono,Cenni di Francesco, Strage degli Innocenti,
(part.)

Cappella della croce di Giorno. Costruita dai Tedecinghi nel 1315, la cappella, un’elegante costruzione, è formata da due crociere archiacute e un’abside tripartita. Nella parete e nei lunettoni Cenni di Francesco nel 1410 affrescò scene della vita della Vergine e di Cristo (celebre l’affresco con la strage degli Innocenti) e con le storie della vera croce, desunte dalla Leggenda aurea di Jacopo da Varazze. Sull’altare è una tela raffigurante la Crocifissione del pittore sangimignanese Vincenzo Tamagni.

San Giusto
Grandiosa fabbrica, che sorge in cima ad un inclinato piano erboso, tra due filari di cipressi: fu iniziata nel 1627 in sostituzione dell’altra crollata inesorabilmente per l’avanzare delle Balze, dall’architetto fiorentino Giovanni Coccapani, eseguita dal volterrano Lodovico Incontri, fu consacrata nel 1775. All’interno sobria architettura ad un’unica navata sono da segnalare una tela di Cosimo Daddi, raffigurante La visita di Santa Elisabetta, una tela di Giandomenico Ferretti, eseguita nel 1743, con San Francesco Saverio che predica nelle Indie, una piccola tavola, parte centrale di un polittico di Neri di Bicci del XV sec., e nell’oratorio della Compagnia, l’affresco del volterrano Baldassarre Franceschini raffigurante Elia dormiente.
Lo Gnomone. Davanti all’ingresso dell’oratorio si trova un interessante orologio solare progettato dal volterrano Giovanni Inghirami nel 1801: la luce, penetrando da un foro gnomico praticato nella cupoletta di incrocio del transetto e proiettando il raggio solare su una linea meridiana di marmo bianco, segnata sul pavimento, indica per tutto il corso dell’anno le ore 12, e non ha mai sbagliato una volta!!

San Girolamo
Costruita su disegno di Michelozzo insieme all’annesso convento francescano nel 1445. La facciata è preceduta da una portico sui cui lati si trovano due cappelle contenenti due pale in terracotta invetriata di Giovanni delle Robbia: San Francesco consegna i Capitoli del Terzo Ordine a San Lodovico di Francia e a San Elisabetta di Ungheria e il Giudizio Universale (1501).

Nell’interno, restituito in parte alle sue linee originali, ai lati dell’altare maggiore due dipinti del XV sec.: L’annunciazione di Benvenuto di Giovanni, senese, e Madonna col Bambino e Santi di Domenico di Michelino. Nella cappella attigua: Immacolata Concezione di Santi di Tito. Le due statue di San Girolamo e di San Francesco, in terracotta smaltata, sono attribuite a Giovanni Gonmelli, detto il Cieco di Gambassi.

Sant'Alessandro
Consacrata, secondo la tradizione, da Papa Callisto II nel 1120, la chiesa, dall’architettura molto elementare, presenta una copertura a capanna del tipo a fienile e all’esterno è preceduta da un portico cinquecentesco. Nell’interno soffitto a capriate, ad una sola navata, conserva una croce dipinta su tavola sagomata del XII sec., di autore toscano, e due tavole raffiguranti Santa Attinia e Santa Greciniana di Cosimo Daddi. Nella parete destra dell’altare c’è un prezioso tabernacolo marmoreo del XV sec. inserito recentemente nell’arredo della chiesa.

San Lino
Fatta edificare dal beato Raffalello Maffei nel luogo dove si dice che avesse la casa il pontefice San Lino è una struttura propria dei monasteri femminili ad un’unica navata con coro disposto sulla volta centrale ribassata.
Nell’interno sull’altare maggiore tavola raffigurante la Vergine e i Santi di Francesco Curradi; alle pareti laterali la Natività della Vergine di Cesare Dandini (prima metà XVII sec.) e la Visita di Sant’Elisabetta di Cosimo Daddi di cui sono pure le lunette lungo le pareti alla impostatura della volta (1619). A sinistra nel presbiterio monumento sepolcrale del beato Raffaello Maffei eseguito da Silvio Cosini da Fiesole nel 1522.

Il Duomo

Dedicata all’Assunta, la cattedrale fu ricostruita intorno al 1120 su una preesistente chiesa dedicata a Santa Maria. La facciata a salienti è divisa orizzontalmente da una cornice a trecce e fiori mentre verticalmente è ripartita in tre comparti da forti lesene quadrangolari di tipo lombardo. L’inserzione del portale marmoreo con la lunetta a tarsie geometriche, formato da materiale di sfoglio di epoca romana, è da riportarsi al XIII sec. quando tutta la fabbrica viene ingrandita e adornata, secondo il Vasari, da Nicola Pisano. L’interno, pur conservando nella struttura e nell’impianto la forma romanica a croce latina, a tre navate, per i continui rifacimenti avvenuti nel corso dei secoli, offre, in particolare sulla linea delle navate, un aspetto tardo-rinascimentale.
Ai primi decenni del Cinquecento si devono i disegni dei sei altari, in pietra di Montecatini, formati da un grande arco cassettonato, recante in fronte festoni di fiori e frutta con stemma o emblema. Esso poggia sopra una trabeazione classica e sopra due colonne scanalate, con capitelli con foglie di acanto e volute, impreziosite da nicchie, vasi e delfini.
Al 1580-84 nell’opera di adeguamento della fabbrica alle nuove norme liturgiche, scaturite dal Concilio di Trento e caldamente sostenute dal vescovo Serguidi, furono fatti scarpellinare e poi rivestire di stucco a Leonardo Ricciarelli, nipote di Daniele, i capitelli delle ventidue colonne che Giovampaolo Rossetti rivestì pure di stucco “di polvere di marmo e mattoni”. Fu eseguito, pure il soffitto a cassettoni, gradevole insieme da croci, rombi, ottagoni, fiorami, figure di santi e vari colori e oro, disegnato e messo in opera da Francesco Capriani, intagliato da Jacopo Pavolini da Castelfiorentino e messo a oro da Fulvo della Tuccia. Al centro della navata è lo Spirito Santo (il Paradiso). Intorno sono i busti dei santi della chiesa volterrana: S. Ugo e S. Giusto, S. Lino Papa, S. Clemente, le SS. Attinia e Greciniana. Al centro del transetto è la Vergine Assunta in cielo con ai lati S. Vittore e S. Ottaviano. Gli stemmi dei Medici, del Serguidi e del Comune sovrastano l’arcone trionfale e una iscrizione ricorda che il grandioso soffitto è stato realizzato grazie alla munificenza del granduca, alla sollecitudine del vescovo, alla concordia dei cittadini. Fu anche ricomposto un pulpito con materiali preesistenti e pezzi nuovi, dopo che fu tolto il recinto presbiteriale, che era al centro della chiesa. Le finestre romaniche furono occluse e aperte quelle rettangolari ancora in uso.
I lavori di restauro del Duomo del 1842-43, determinarono la pittura della chiesa a finte lastre bianche e grigiastre. Tutto il pavimento fu rifatto di marmo di ambrogette bianche e nere. Il finto marmo cinquecentesco delle colonne fu colorato di granito rosa, e a spese del vescovo fu fatto anche l’attuale presbiterio, il cui disegno esclusivo è di Aristodemo Solaini.
I restauri del 1934-36 provocati da un incendio, portarono il transetto alla forma gotica, per quanto non originale, con le quattro monofore digradanti e la massa muraria a filari di tufo. Furono però abbattuti i cinquecenteschi organi.
A destra entrando. Monumento a Francesco Gaetano Incontri arcivescovo di Firenze: il busto è dello scultore Aristodemo Costoli (XIX sec. ) mentre il disegno e gli ornati sono di Mariano Falcini. Il paliotto costituito da otto formelle, avanzi di un antico recinto presbiteriale, accolgono negli abili giochi cromatici delle tarsie elementi ornamentali pisani e fiorentini del XII sec.
Cappella Giorgi. Tavola raffigurante l’offerta di Volterra alla Vergine eseguita da Pieter de Witte nel 1587 su commissione del Capitano Francesco detto del Bovino della famiglia Giorgi, che appare alla sinistra della tavola.
Cappella Collaini. Tavola raffigurante la Natività di Maria, realizzata da Francesco Curradi prima del 1618.
Cappella Perissi. Tavola raffigurante la Presentazione della Vergine al tempio, di Giovan Battista Naldini eseguita nel 1590
Cappella di San Carlo. Sopra la porta una tavola raffigurante Crocifisso con la Vergine, San Giovanni, Sant’Antonio A., San Francesco, Sant’Agostino, eseguita da Francesco Curradi nel 1611. All’interno, sull’altare di tipo vasariano una tela raffigurante l’Estasi di San Carlo Borromeo davanti alla Vergine, di Jacopo Chimenti detto l’Empoli. Alle pareti laterali Santa Maria Maddalena di Scolaro di Guido Reni e Immacolata Concezione e Santi, di Francesco Brini.
Cappella Serguidi. Attribuita al Vasari, fu terminata nel 1595 decorata di stucchi da Leonardo Ricciarelli e di pitture da Giovanni Balducci. Sull’altare tavola raffigurante la Resurrezione di Lazzaro, di Santi di Tito eseguita nel 1592. Alle pareti laterali due tele di Giovanni Balducci, 1591: Cristo caccia i profanatori dal tempio e la Moltiplicazione dei pani.
Cappella della Deposizione. Gruppo di cinque figure in legno policromo raffigurante Cristo deposto dalla Croce, eseguito nel 1228 da ignoto scultore volterrano.
Cappella di Sant’Ottaviano. Arca contenente il corpo del Santo Eremita, eseguito nel 1522 da Raffaele Cioli da Settignano in segno di ringraziamento per la fine di una pestilenza; gli angeli cerifori ai lati dell’arca sono di Andrea Ferrucci.
Cappella Maggiore o Coro. Francesco del Tonghio e Andreoccio di Bartolomeo hanno eseguito gli stalli canonicali e la preziosa cattedra episcopale ricca di intarsi mentre le panche dei cappellani sono opera di maestri toscani del XVI sec. . Nello sfondo della volta affresco dell’Eterno Padre, ultimo resto di un ciclo di affreschi che decoravano il coro con storie della Vergine eseguiti da Niccolò Cercignani nel 1585. L’altare maggiore in marmo opera degli inizi del 1800 è concluso dal ciborio che Mino da Fiesole eseguì per la cattedrale nel 1471 a forma di un tempietto quadrato, nel cui fusto sono scolpite le tre virtù teologali. Ai lati dell’altare sono due colonne di marmo bianco a tortiglione ornate di fregi con capitelli corinzi opera del XII sec. Sostengono due figure genuflesse di angeli cerifori attribuiti allo stesso Mino da Fiesole che appartengono al ciborio.
Cappella di S. Ugo. Il corpo del santo vescovo volterrano, Ugo dei Saladini, riposa nell’urna marmorea fatta eseguire nei 1644 da Ludovico Incontri dei Cavalieri di S. Stefano e imitante nella forma e nell’ornato l’arca cinquecentesca di S. Ottaviano.
Cappella della Madonna dei Chierici. La statua lignea della Vergine con il Bambino, donata da maestro Jacopo di Ciglio, detto il Barbialla è opera giovanile di Francesco di Valdambrino, eseguita nel primo ventennio del sec. XV.
Cappella di S. Paolo o degli Inghirami. Ricca per varietà e qualità di marmi, fu costruita dall’ammiraglio Jacopo Inghirami su disegno di Alessandro Pieroni, mentre Giovanni Mannozzi, detto Giovanni da S, Giovanni, ha dipinto nei riquadri della volta e delle pareti storie della vita di S, Paolo. Da notare la visione del Battistero di Volterra, affrescato nella scena del “Corteo per Damasco” nel lunettone sopra la cimasa dell’altare, mentre a destra, davanti alla finestra, compaiono quattro personaggi di Casa Inghirami fra cui l’ammiraglio Jacopo in piacevole conversazione. Alle pareti laterali, delimitate da cornici di Nero di Porto Venere la tela di Matteo Rosselli, raffigurante “La Missione di S. Paolo a Damasco” e la tela di Francesco Curradi raffigurante “La decapitazione di S. Paolo”
Sull’altare la tela raffigurante “La caduta di S. Paolo sulla via di Damasco” eseguita nel 1623 da Domenico Zampieri, detto il Domenichino.
Sopra la porta che immette nella canonica una tela raffigurante la ”Immacolata Concezione e Santi” di Cosimo Daddi (sec. XVI).
Cappella dei Verani. Tavola raffigurante la “Immacolata Concezione”, eseguita da Nicolò Cercignani, detto il Pomarancio, nel 1586.
Pulpito. Sono di sicura discendenza guglielmesca (sec. XII) le tre formelle raffiguranti “L’Ultima cena, l’Annunciazione e la Visitazione, il Sacrificio di Abramo”, nonché i leoni stilofori mentre la base dei cancorrenti e le lastre di alabastro intarsiato sono del 1584, anno in cui, tolto il recinto presbiteriale dal centro della cattedrale, fu composto l’attuale pulpito con materiale nuovo e vecchio di diverse scuole e provenienze.
Cappella dell’Annunziata. Tavola raffigurante l’Annunciazione di Maria di Mariotto Albertinelli con la collaborazione di Bartolomeo Della Porta, limitatamente all’angelo, come recita la scritta in carboncino dietro il quadro, che porta la data 1497.
Cappella di S. Sebastiano. Tavola raffigurante il Martirio di S. Sebastiano, eseguito da Francesco Cungi di Borgo S. Sepolcro nel 1588.
Monumento sepolcrale di Mario Maffei. Il presule, in abiti pontificali, ritratto sul sarcofago nella posa di un dormiente, è stato eseguito da Giovan Angelo Montorsoli, allievo di Michelangelo, che per volere dei familiari Guido e Paolo Riccobaldi Del Bava, vollero eternare la memoria del loro congiunto che fu cittadino benemerito della sua città, noto umanista e vescovo di Cavallion, morto in Volterra nel 1537.
Oratorio della Vergine Maria. I tabernacoli aperti nel muro e chiusi da fastosi cancelli seicenteschi in ferro battuto contengono due gruppi statuari in terracotta colorata a tutto tondo e di grandezza quasi al naturale che la recente critica ha assegnato a Giovanni della Robbia. A sinistra il Presepio con sullo sfondo affresco di Benozzo Bozzoli raffigurante la cavalcata dei Magi. A destra l’Epifania.
Cappella del S.S. Nome. In elegante cornice architettonica del Cinquecento è conservato il Monogramma di Cristo donato da San Bernardino da Siena alla città, racchiuso in preziosa teca argentea del XVIII sec.
La sacrestia. Postergali sormontati da baldacchini ed archetti finemente intarsiati forse avanzo di un antico coro, intagliati da Gaspare di Nando di Pelliccione di Colle Val d’Elsa nel 1423. Grande armadio seicentesco a forma di altare contenente preziosi busti reliquiari in argento dei Santi volterrani. Armadi a formelle intarsiati a disegni geometrici e lavabo in marmo bianco del XV sec.

La Fortezza Medicea

La Fortezza Medicea
Costruita sul più alto ripiano del monte volterrano, è costituita da due corpi di fabbrica, la Rocca Antica e la Rocca Nuova, uniti insieme da una doppia cortina, coronata da un ballatoio sorretto da archetti pensili (bertesche) il cosiddetto Cammino di Ronda, mentre all’interno forma un vasto piazzale.
La Rocca antica presso porta a Selci, include parti di più antica fortificazione resi visibili da recenti restauri, e la torre di forma semiellittica, detta volgarmente la Femmina, attribuita al Duca di Atene.
La Rocca Nuova fu fatta innalzare da Lorenzo de Medici sul luogo dove esisteva il Palazzo dei Vescovi distrutto dai fiorentini nel 1472. È costituita da ampio quadrato di pietra panchina, i cui angoli terminano in baluardi circolari: al centro si innalza la Torre del Mastio, che si impersona e rende famosa la Fortezza, della quale è la parte più monumentale.
Edificata ad uso militare fu, fin dall’inizio, utilizzata come carcere politico; nelle sue celle passarono sia gli oppositori dei Medici, sia i patrioti del nostro Risorgimento Nazionale.
Oggi ospita reclusi a vita e a tempo, con una sezione di carcere giudiziario.

Piazza dei Priori

Il terreno sul quale nel periodo comunale sorse il cuore della vita cittadina era di pertinenza del vescovo, che vi esercitava la sua giurisdizione, ne regolava l’attività mercantile, riscuoteva le tasse e si identificava con il prato vescovile, in origine prato del re. E il comune, appena sorto, cercherà di sostituirsi all’autorità vescovile in queste funzioni, dettando, a sua volta, leggi e statuti. Intorno alla spiazzata del Prato incominciarono a sorgere le torri e la prime abitazioni e sulla vasta spianata fu piantato, all’uso tedesco, un olmo, sotto il quale si radunavano abitualmente i consoli e gli anziani per discutere e legiferare.
Palazzo dei Priori
Edificato da maestro Riccardo nel 1239 come recita l’iscrizione vicino al portale d’ingresso, presenta la forma di un parallelopipedo. La facciata, percorsa da tre file di bifore tra i porta-fiaccole e i porta-stendardi tra i quali è inserita l’unità di misura del comune, la canna volterrana, è infiorata dagli stemmi inghirlandati robbiani dei magistrati fiorentini del XV-XVI sec.. Ai lati, i due pilastri sormontati dai due marzocchi sorreggenti lo scudo fiorentino furono aggiunti nel 1472, quando il palazzo divenne sede del capitano di giustizia, a simboleggiare il dominio fiorentino sulla città. Il palazzo è sormontato da una torre pentagonale che dopo il terremoto del 1846 ebbe l’attuale coronamento dall’architetto Mazzei, che operò altri interventi negli edifici prospicienti la piazza.
All’interno, decorato dagli stemmi di capitani fiorentini, sono conservati una Crocifissione e Santi, affresco di Pier Francesco Fiorentino che dipinse anche l’altra Crocifissione nell’anticamera del sindaco, mentre la Vergine con il Bambino è attribuita a Raffaellino del Garbo. Nella sala del Maggior Consiglio, decorate con scritte e stemmi nel XIX sec., spicca l’affresco riportato su tela dell’Annunciazione fra Santi Cosma e Damiano e San Giusto e Ottaviano di Jacopo di Cione e Nicolò di Pietro Gerini. Nella parte destra tela lunettata raffigurante le Nozze di Cana di Donato Mascagni, XVI sec.. Nella sala attigua detta della Giunta: tavola raffigurante Persio Flacco di Cosimo Daddi, un affresco monocromo riportato su tela riproducente San Girolamo, due piccole tele raffiguranti Adorazione dei Magi di Giandomenico Ferretti (XVIII sec.) e Nascita della Vergine di Ignazio Hugford, una tela con il Giobbe di Donato Mascagni. Nella controparete: sinopia dell’affresco dell’Annunciazione esistente nella sala del Consiglio: intorno, postergali lignei finemente intarsiati del XV sec., provenienti dal Monte Pio.
Palazzo Pretorio
e Torre del Porcellino
Formato da più corpi di fabbrica e ridotto allo stato attuale nel XIX sec., fu sede dei Podestà e dei Capitani del Popolo. Sulla torre, concordemente ritenuta una delle più antiche della città, sopra una mensola è la figura di un porcellino da cui il popolare nome dato alla Torre.
Palazzo Vescovile
Edificato come Casa dei Grani o Vendita perché serviva per i magazzini del grano, fu adibita a Palazzo Vescovile solo dopo il 1472, quando il palazzo dei Vescovi, nella zona di Castello, fu raso al suolo dai fiorentini per la costruzione del Maschio. Alla foderatura dei grandi archi di prospetto, sembra abbia lavorato Antonio da San Gallo il Vecchio.
Palazzo Incontri
Sede della Cassa di Risparmio di Volterra, il complesso aggrega strutture medievali e rinascimentali che un recente restauro ha reso perfettamente leggibile.
Dopo il Concilio di Trento fu sede del Seminario fino al termine del XVIII sec..
Palazzo del Monte Pio
Ridotto alla forma attuale agli inizi di questo secolo per armonizzare con gli atri edifici medievali della piazza, il palazzo risulta un insieme di torri e strutture del XIII sec., ben visibili nel retro della costruzione, nell’adiacente vicolo Mazzoni.

Porta all'Arco
Inserita nel ricorso delle antiche mura del V sec. a.C., deve senza dubbio la sua conservazione al suo utilizzo nella cinta medievale cittadina del XIII sec.. La costruzione di questa porta sembra si debba riferire a tre epoche diverse: i fianchi formati da blocchi rettangolari come le mure e a queste contemporanei, mentre gli archi, in tufo sembrano una ricostruzione avvenuta dopo l’assedio di Silla (80-82 a.C.). Di incerta collocazione le tre teste poste a decorazione dell’esterno, che potrebbero evocare sacrifici di vite umane nella conservazione di nuove costruzioni, o un ricordo del costume di affiggere alle porte le teste tagliate dei nemici vinti. Forse potrebbero rappresentare Giove e i Dioscuri, oppure la Triade Capitolina, Giove Giunone e Minerva.
Manifestazioni Culturali
Concentrate durante il periodo estivo le manifestazioni culturali sono particolarmente allettanti. Innanzitutto il festival teatrale VolterraTeatro, in luglio, i concerti di musica classica e moderna e il Festival dei gruppi corali. Tra le manifestazioni folcloristiche a Volterra l'Astiludio, rievocazione storica di un torneo tra sbandieratori, e il Palio delle Contrade a Pomarance. Appuntamenti questi che, uniti a numerose mostre d'arte, garantiscono una vacanza ricca di stimolanti occasioni di incontro culturale.

amare AGRIGENTO

La citta' e' un centro turistico isolano rinomatissimo grazie al suo ingente patrimonio storico, culturale, naturalistico e folcloristico. Essa ha saputo valorizzarsi dal punto di vista sociale, come dimostra la manifestazione culturale del "Mandorlo in Fiore" che ricorre ogni anno nel mese di febbraio e che si svolge nella mitica Valle dei Templi ed esattamente nei pressi del Tempio della Concordia e che da qualche decennio e' stata associata al Festival Internazionale del Folclore.
La Sagra del Mandorlo in Fiore e' un chiaro richiamo turistico che tende a valorizzare il gia' pittoresco patrimonio culturale e storico della citta' in cui si svolge, quindi e' un ottimo strumento turistico.
La citta' va ricordata per aver dato i natali a personaggi illustri come il filosofo Empedocle e lo scrittore Luigi Pirandello.
Tra le varie tradizioni di questa provincia ricordiamo la cucina che e' rap- presentata degnamente, ad esempio, dalla pasta condita con ricotta e fave, tipica tradizione culinaria che proviene dalle campagne dell'agrigentino, la pasta con le sarde alla sciacchitana, il piatto di pasta chiamato "Tiano d'Aragona", il tortino di melanzane, la pasta chiamata "Lo sfincione", per passare poi ai dolci, a partire dalla "Cucuzzata" - la conserva di zucca molto utilizzata nella preparazione dei dolci - e le "Uova murine", un dolce tipico della citta' di Sciacca.

Storia

L'attuale Agrigento e' il seguito temporale dell'antica Akragas fondata nel VI secolo A.C., ed esattamente nel 580 A.C., dai Rodii presenti a Gela presso il fiume che poi diede il nome alla citta'. Il sito fu prescelto grazie alla presenza di campi fertili e la prossimita' della collina dell'Acropoli e a quella della Rupe Atenea.
Il fasto e la gloria che tutta la citta' assaporo' durante il periodo della dominazione greca e' sapientemente manifestato nella Valle dei Templi e nel Museo Archeologico.
Con l'avvento dei Cartaginesi e delle loro lotte di conquista delle citta' siciliane, Agrigento fu assediata ed incendiata nel 406 A.C.. Successivamente le due citta' si allearono.
Ulteriore fase storica cittadina e' quella determinata dall'avvento dei Romani che la conquistarono definitivamente nel 210 A.C. e la ribattezarono col nome di Agrigentum. Durante questa lunga dominazione la citta' conobbe fasi economiche e sociali alterne che prevedono progressi determinati dall'importanza del centro come emporio marittimo ma anche fasi di declino.
Succesiva dominazione fu quella Araba che inizio' nell'828 e che porto' una nuova e positiva ventata di crescita demografica e sociale.
Infine ricordiamo l'arrivo dei Normanni, esattamente nel 1087. Con essi la citta' aumento' il suo potere sociale: e' ripristinata e riorganizzata la sede vescovile. Si hanno nuove ed interessanti costruzioni come quella riguardante la cattedrale e delle fortificazioni. Anche il settore economico e' valorizzato e determinanti in questo caso furono i rapporti commerciali con il Nord Africa.
Il XIV secolo e' caratterizzato dalla supremazia politica ed economica delle famiglie nobiliari. I secoli successivi videro un costante spopolamento ed un concomitante preponderanza degli interessi vescovili.
Il XVIII secolo determina un nuovo sviluppo sociale ed economico che riguarda tutta la citta'.

Il Centro Storico

L'ampio viale della Vittoria, belvedere ombreggiato da ficus da cui si può ammirare la valle dei Templi, conduce alla piazza della stazione ove, sulla destra, sorge la cinquecentesca Chiesa di S. Calogero, santo particolarmente venerato in questa zona. Della facciata, si ammiri il bel portale a sesto acuto.
Poco oltre, da piazza Aldo Moro si snoda la bella via Atenea. Lungo la via si incontra sulla destra Palazzo Celauro (il prospetto principale è sulla via omonima) dove, ai tempi del suo Grand Tour, soggiornò Goethe e, sulla sinistra, la chiesa francescana dell'Immacolata (rimaneggiata nel '700). Sulla destra della chiesa, oltre un cancello, si può ammirare la facciata del Conventino Chiaramontano (XIV sec.) chiamato così per Io stile del portale e delle bifore che lo affiancano.
Ritornando in via Atenea, si giunge in piazza del Purgatorio ove si eleva la bella facciata di S. Lorenzo (XVIII sec.) in cui il tufo giallo ocra crea un piacevole contrasto con il bianco portale arricchito da colonne tortili.
All'interno stucchi del Serpotta. Poco più avanti, in corrispondenza di via Bac, la Chiesa di S. Giuseppe.
Giunti in piazza Pirandello si può ammirare il Municipio, ex convento dei padri domenicani (XVII sec.) e l'annessa chiesa, dalla bella facciata barocca arricchita da una scala a tenaglia. In secondo piano, lungo il fianco sinistro della chiesa, si eleva la torre campanaria.

Abbazia di S. Spirito - Da via Atenea, prendere via Porceio, poi la salita di S. Spirito. La chiesa e l'attiguo convento risalgono al XIII sec. Purtroppo le condizioni degli edifici stanno man mano deteriorandosi. La facciata della chiesa presenta un bel portale gotico sormontato da un rosone. L'interno, in stile barocco, è a navata unica. Alle pareti vi sono quattro altorilievi attribuiti a Giacomo Serpotta: Natività e Adorazione dei Magi sulla destra. Fuga in Egitto e Presentazione di Gesù al tempio a sinistra. Sulla destra della facciata una porta immette nel chiostro. Vi si accede passando sotto i due imponenti contrafforti della chiesa. Sul fondo si può ammirare la bellissima entrata della sala capitolare con un portale a sesto acuto e due bifore ai lati con una decorazione in stile arabo-normanno. Le monache benedettine di clausura confezionano ottimi dolcetti di mandorle (ricco, conchiglie, amaretti e paste nuove) ed il cuscusu (il nome richiama il più tipico piatto a base di semola di grano duro e di pesce, versione trapanese della specialità araba), dolce al cucchiaio fatto con cioccolato, pistacchio, grano e decorato con frutta candita.

Via S. Girolamo - E' fiancheggiata da bei palazzi. In particolare si notino la facciata di Palazzo del Campo-Lazzarini (XIX sec.) al n.14 (di fronte alla chiesa di S. Maria del Soccorso) o quella di Palazzo Barone Celauro (XVIII sec.) al n°86, scandita da due file di balconcini con finestre coronate da timpani arcuati e triangolari.

Biblioteca Lucchesiana - Fondata nel 1765 dal vescovo Lucchesi PalIi, conserva più di 45000 volumi antichi e manoscritti, Il salone centrale, dominato dalla statua del vescovo, ha una bella scaffalatura in legno. Alla sinistra della statua trovano posto i testi di argomento profano e alla destra, in maniera simmetrica, quelli religiosi. La divisione è sottolineata dalle due figure scolpite nel legno alle spalle della statua: a sinistra una donna che medita, a destra una donna con in mano uno specchio, simbolo della fede attraverso la quale si conosce se stessi.

Cattedrale - Il lato che si affaccia su via del Duomo conserva ancora elementi dell'edificio originario (le monofore. XI sec.) costruito dai Normanni e che coinciderebbe con l'attuale transetto. Rifatta nel XlIl-XIV sec. viene rimaneggiata nel Seicento e restaurata dopo la frana deI 1966. La facciata, preceduta da un'ampia scalinata, è coronata da un timpano e scandita da quattro paraste sporgenti. Sulla destra si erge la torre campanaria incompiuta (1470), il cui lato sud presenta quattro monofore cieche a carena di nave sormontate da archi a tutto sesto.
AIl'interno, la navata centrale ha un bel soffitto ligneo a capriate (XVI sec.) con figure di santi ed apostoli dipinte sulle travi da Masolino da Floregia, mentre i due spioventi sono arricchiti da cassettoni con fiori scolpiti a formare un originale "giardino al contrario". Oltre l'arco di trionfo, la copertura è a cassettoni (XVIII sec.) e presenta al centro un'aquila bicipite, emblema degli Aragonesi. L'esuberanza barocca del coro, con angioli e ghirlande dorate, contrasta con la sobrietà delle navate.

Chiesa di S. Maria del Greci - Edificata sui resti di un tempio dedicato ad Athena, la chiesa risale al XIV sec. Vi veniva officiato il culto di rito greco-ortodosso.

DINTORNI

Scala dei Turchi - Raggiungibile da Realmonte o da Porto Empedocle. In ambedue i casi seguire le indicazioni per Madison. Se si giunge da Realmonte, la scogliera è visibile appena oltrepassata la discesa verso l'hotel. Poco oltre un sentierino (indicato in estate dall'elevato numero di macchine posteggiate, in inverno solo soggetto alla... volontà di chi lo cerca) permette di raggiungere la spiaggia. L'incredibile parete bianca e liscia digrada dolcemente a gradoni verso il mare e si trasforma,in estate, in un immenso Iettino ove sdraiarsi a prendere il sole. L'altro lato della "scala" forma onde più strette e sinuose che denunciano più chiaramente l'azione dell'acqua e del vento.
Favara - 12 km a nord-est. Cittadina di origine araba, raggiunge il massimo svi luppo sotto la potente famiglia dei Chiaramonte (XIII-XIV sec.) che vi costruiscono il massiccio castello. In piazza dei Vespri si erge invece l'imponente facciata della Chiesa Madre (XVIII sec.) con la sua alta cupola che si eleva su un tamburo ad archi.
Racalmuto - 22 km a nord-est. E' la cittadina originaria di Leonardo Sciascia. che qui ha passato gran parte della sua vita. Lo scrittore è sepolto nel piccolo cimitero. In centro sussistono i resti del Castello dei Chiaramonte, costituito da due grandi torri.
Valle dei Templi - Vedi http://www.sicilyweb.com/valledeitempli

STORIA

La storia di Akragas - Il sito ove sorge Agrigento è abitato fin dalla preistoria, ma è solo intorno al 580 a.C. che un gruppo di abitanti di Gela, originari di Rodi e Creta, decidono di fondare la città di Akragas, dal nome di uno dei due fiumi che ne stabiliscono i confini. Sotto il tiranno Falaride (570-554 a.C) la città viene fortificata e organizzata politicamente. E' a lui che gli antichi attribuiscono la trovata di un toro cavo di bronzo (commissionato a Perillo) come strumento di tortura per i suoi nemici.I malcapitati venivano rinchiusi nel ventre dell'animale sotto il quale era acceso un fuoco. Le urla dei condannati risuonavano come muggiti. Odiato dal suo popolo, Falaride viene pubblicamente lapidato.
La città raggiunge il suo massimo splendore con il tiranno Terone (488-472 a.C.): potenza militare, sconfigge a più riprese i Cartaginesi, imponendo loro, tra l'altro, il divieto di fare sacrifici umani. Alla forza economico-politica fa riscontro la fioritura artistica: viene costruito il tempio di Zeus Olimpio e si dà ampio spazio alle lettere. Il filosofo Empedocle (492 ca - 432 a.C. ca) propugna la democrazia moderata, che permane a lungo. Nel 406 Agrigento subisce una pesante sconfitta da parte dei Cartaginesi, che la distruggono quasi completamente. Viene ricostruita nella seconda metà del IV sec. a.C da Timoleonte, condottiero corinzio impegnato nella lotta contro i Cartaginesi in Sicilia. E' a questo periodo che risale la costruzione del quartiere ellenistico-romano i cui resti danno un'idea del nuovo aspetto urbanistico della città. Nel 210 a.C. Akragas subisce l'assedio dei Romani che la conquistano e modificano il nome in Agrigentum.

Le vicende di Girgenti - Con la caduta dell'Impero Romano, la città passa in mano ai Bizantini prima e agli Arabi poi (IX sec.). Questi ultimi costruiscono un nuovo nucleo urbano più in alto (dove oggi sorge il centro della città moderna) e Girgenti (nome mantenuto fino al 1927 quando riprende il toponimo romano) diviene capitale del regno berbero. Nel 1087, la città viene conquistata dai Normanni e conosce un nuovo periodo di prosperità e potenza che le permette anche di respingere i frequenti attacchi saraceni. Sotto Ruggero il Normanno vengono edificate le chiese di S. Nicola, S. Maria dei Greci e S. Biagio.
Dopo alterne vicende, che vedono un progressivo spopolamento, la città riacquista floridità soprattutto nel XVIII sec;: il centro si sposta da via Duomo a via Atenea. Nel 1860 gli abitanti vessati, come tutto il resto dell'isola, dal malgoverno borbonico, aderiscono entusiasticamente alla proposta di Garibaldi. Durante la seconda guerra mondiale, Agrigento subisce numerosi bombardamenti.

Due figli famosi della città - Agrigento ha dato i natali a personaggi famosi sia nell'antichità che in tempi recenti. Fra i più noti si può ricordare il filosofo Empedocle (V sec. a.C.) morto, vuole la leggenda, per essersi gettato nel cratere dell'Etna al fine di provare la sua natura divina (e, quasi a conferma di ciò, l'Etna avrebbe poi restitulto il suo calzare in bronzo). Nel XX secolo invece, la figura di maggior spicco è Pirandello, il famoso drammaturgo e romanziere nato in una contrada ai piedi di Agrigento, il Caos (si veda alla voce), dove ora riposano le sue ceneri. Per gli appassionati dello scrittore, in via Regione Siciliana 120 si trova la Biblioteca Luigi Pirandello che possiede anche una vasta selezione di scritti di autori siciliani.

TURISMO

Man mano che ci si avvicina ad Agrigento, si infittiscono i mandorli che, nel periodo della fioritura (gennaio, febbraio), formano nuvole bianche sul verde dei prati e sul terriccio brullo delle colline. Ed è proprio in questo periodo che la città si anima e si veste a festa per la Sagra del Mandorlo in fiore.
Chi giunge ad Agrigento dalla costa gode di uno spettacolo bellissimo, soprattutto se vi arriva al tramonto, quando le case che si stagliano allineate lungo il crinale si tingono di colori pastello ed il tempio di Eracle si erge infuocato in primo piano (entrare in città dalla Valle dei Templi). Dopo aver superato il varco della Porta Aurea, due alte pareti tufacee che si ergono a segnare e proteggere l'ingresso alla città antica, appare sulla sinistra la Chiesa di S. Nicola, sempre di quel tufo giallo intenso che caratterizza tutta la parte antica e la città vecchia.

MUSEO ARCHEOLOGICO E DINTORNI
(Vedi anche http://www.sicilyweb.com/musei/ag-mra.htm)

Museo Archeologico Regionale - Entrata dal chiostro di S. Nicola. Ospitato in parte nell'antico monastero di S. Nicola, il museo riunisce i reperti rinvenuti nella provincia di Agrigento.
Periodo precedente la colonizzazione greca - Si può ammirare una bella coppa a due anse decorata con motivi geometrici e dal piede molto alto, forse per l'usanza di mangiare seduti per terra con la coppa all'altezza del petto. Notevoli anche un'anforetta micenea dalla linea elegante, il calco di una patera a sei figure animali (bovini) in rilievo e di due anelli-sigillo sempre con animali. L'elemento di maggior interesse è un Dinos (vaso sacrificale) con raffigurata una triskeles (letteralmente "tregambe"), simbolo della Sicilia (nell'accezione di Trinacria, cioè a "tre punte"). I Telamoni (o atlanti) Questi imponenti colossi agrigentini, più usualmente chiamati atlanti, portano il nome dato loro dai Romani, Tiamo(n), voce dotta latina, ma derivante dal greco, testimonia la loro funzione, quella di (sop)portare, in questo caso la struttura. La loro funzione di sostegno è accentuata dalla posizione, con le braccia piegate a sostenere il peso sopra spalle. La figura mitologica cui fanno riferimento si ricollega invece all' altro etimo, Atlante, gigante e capo dei Titani in lotta contro gli dei dell'Olimpo, viene condannato da Zeus a sostenere il peso della volta celeste.
La colonizzazione - La bella collezione di vasi attici (sala 3). E' costituita in gran parte da crateri a figure nere e a figure rosse, tra i quali spicca il cratere di Dioniso del pittore Pan: il dio del vino, con un'ampia veste ondeggiante, tiene in una mano un ramoscello d'edera, mentre sul braccio sostiene la pelle maculata di una pantera. Si nota, tra gli altri, un cratere a fondo bianco su cui si delinea la figura raffinata di Perseo pronto a liberare Andromeda incatenata.
La sala 4 raccoglie un numero elevato di statuette votive, maschere, matrici ed altre figure in terracotta ritrovate durante gli scavi dei santuari. Al centro, ad un livello inferiore, si apre uno spazio dove si erge maestoso il possente telamone del tempio di Zeus, unico rimasto dei 38 originali che ornavano l'edificio. Sulla sinistra, in una vetrina, vi sono altre tre teste di queste possenti figure, una delle quali permette di individuare meglio le fattezze del viso.
L'Efebo di Agrigento (sala 10), figura marmorea di un giovane (V sec. a.C.). E' stato ritrovato in una cisterna nei pressi del tem- pio di Demetra, trasformato in età normanna nella chiesetta di S. Biagio (si veda più avanti). E' con tutta probabilità la statua di un giovane agrigentino vincitore nelle gare olimpiche, destinatario di culto eroico.
Siti archeologici della provincia - Vi sono riuniti sarcofaghi, reperti preistorici ed il bellissimo Cratere di Gela (sala 15). attribuito al pittore delle Niobidi. Nella fascia superiore è raffigurata una centauromachia, mentre nella parte inferiore vi sono episodi dei combattimenti tra Greci ed amazzoni.

Chiesa di S. Nicola - In tufo, è stata edificata nel XIII sec. dai Cistercensi in stile di transizione romanico-gotica. I conci utilizzati provengono dalla Cava dei giganti, come ve niva comunemente chiamato il Tempio di Zeus in rovina, fonte quasi inesauribile di materiale. La facciata è scandita da due alti ed imponenti contrafforti (aggiunti nel '500) che racchiudono un bel portale ad arco acuto.
L'interno ad un'unica navata è coperto da una volta a botte. Sul lato destro si aprono quattro cappelle. La seconda custodisce un bel sarcofago romano (III sec. dC.), detto sarcofago di Ippolito e Fedra, particolarmente amato da Goethe. Ispirato a modelli greci, è scolpito su tutt'e quattro i lati ad altorilievi dalle linee pure e morbide che suggeriscono il movimento delle figure e sottolineano la dolcezza delle espressioni. Vi è raffigurato l'amore non corrisposto di Fedra per il figliastro Ippolito che viene bandito dal regno ed ucciso da cavalli impazziti sotto l'infamante (ed ingiusta) accusa della matrigna di averla insidiata. Sul sarcofago si vedono (in senso antiorario, partendo dal 1° lato lungo) l'eroe in procinto di partire per una battuta di caccia ed il momento in cui rifiuta il messaggio di Fedra portato dalla nutrice: il dolore ed il delirio di Fedra circondata da nove ancelle: la caccia al cinghiale con Ippolito a cavallo ed infine la morte dell'eroe. Di fianco all'altare, sulla sinistra, un bel crocifisso ligneo del '400, chiamato il Signore della Nave, ha ispirato la novella omonima di Pirandello (nella raccolta Novelle per un Anno). Dalla terrazza davanti alla chiesa si gode di un bel panorama* sulla Valle dei Templi.
Oratorio di Falaride - La leggenda ubicava qui il palazzo del tiranno Falaride (si veda la parte introduttiva). Il monumento attuale è probabilmente un tempietto ellenistico-romano, trasformato in epoca normanna. Di fianco all'oratorio si possono osservare i resti di un Ekklesiasterion, un piccolo anfiteatro destinato alle assemblee politiche (gr. ekklesia, assemblea). L'area è stata identificata come antica agorà.
Quartiere ellenistico-romano - E' un esteso complesso urbano. Si possono osservare resti di abitazioni, alcune delle quali presentano ancora porzioni di mosaici a tessere in pietra (protette da tettoie e plexiglass) con disegni a forme geometriche o figurative. La rete viaria segue le disposizioni classiche dell'urbanista greco Ippodamo da Mileto con decumani paralleli e intersecati ad angolo retto dai cardi.
Chiesa di S. Biagio (Tempio di Demetra) - Lasciare l'auto davanti ai cimitero. La chiesa è sulla sinistra, raggiungibile attaverso un sentiero. La chiesa normanna, eretta nel XIII sec., sorge sui resti di un tempio greco dedicato a Demetra. In posizione sottostante si trova anche un Tempio rupestre di Demetra (non raggiungibile) che testimonia quanto fosse vivo nella Sicilia antica il culto di questa dea.


La Valle dei Templi

Lungo un crinale, impropriamente chiamato valle, e nella zona più a sud, vengono eretti nell'arco di un secolo (V sec. a.C.) numerosi templi a testimonianza della prosperità della città. Incendiati dai Cartaginesi nel 406 a.C., vengono restaurati dai Romani (I sec. a.C.) che rispettano l'originale stile dorico. Sono forse gli eventi sismici, o la furia distruttrice dei cristiani avallati da un editto dell'imperatore d'Oriente Teodosio (IV sec.), a determinare il crollo dei templi. Unico rimasto intatto è il Tempio della Concordia, che nel VI sec. viene trasformato in chiesa. Durante il Medioevo i materiali di costruzione vengono saccheggiati e poi utilizzati per innalzare altri edifici. In particolare il Tempio di Zeus Olimpio viene familiarmente chiamato Cava dei Giganti e fornisce materiale per la Chiesa di S. Nicola e per il braccio settecentesco del molo di Porto Empedocle.
Tutti gli edifici sono orientati verso est, per rispettare il criterio classico (sia greco che romano) che l'ingresso alla cella che ospitava la statua della divinità fosse illuminato dal sole nascente, fonte e principio di vita. I templi sono inoltre in stile dorico ed esastili (cioè con sei colonne sul lato frontale), tranne quello di Zeus Olimpio che presentava sette semicolonne incassate in un muro che chiudeva tutto l'edificio. Costruiti in tufo calcareo, i templi offrono una vista particolarmente suggestiva all'alba e soprattutto al tramonto, quando assumono una calda colorazione dorata. Il nome dato ai templi è quello greco, tra parentesi viene dato il nome latino delle divinità (nel
caso sia differente). Si consiglia di iniziare la visita dall 'area archeologica del Tempio di Zeus che osserva orari più ridotti. Altare sacrificale - Subito dopo l'entrata, sulla destra, in posizione leggermente arretrata, si vedono i resti di un enorme altare, destinato ai sacrifici importanti. Vi si potevano sacrificare fino a 100 buoi in una sola volta. Il termine ecatombe, utilizzato oggi per indicare una strage, significa proprio uccisione di cento - hecaton - buoi - bous.Tempio di Zeus Olimpio (Giove) - Completamente rovinato al suolo, venne eretto in seguito alla vittoria degli agrigentini (alleati ai siracusani) sui Cartaginesi ad Himera (avvenuta intorno al 480 a.C.) come forma di ringraziamento a Zeus. Era uno dei più grandi templi dell'antichità con i suoi 113 m di lunghezza e 56 m di larghezza, e si suppone non sia mai stato terminato. La trabeazione era sostenuta da semicolonne alte 20 m a cui probabilmente si alternavano i telamoni, colossali statue delle quali una si trova al Museo Archeologico Regionale (si veda più avanti). Una sua riproduzione è distesa al centro del tempio e dà un'idea delle dimensioni che l'edificio doveva avere. Il tempio non era circondato dal classico colonnato aperto, ma da un paramento continuo che chiudeva gli spazi tra le colonne che, all'interno, divenivano pilastri squadrati. Alcuni dei blocchi presentano ancora i segni che servivano per il sollevamento. Sono incisioni profonde a forma di U entro le quali venivano fatte scorrere le corde che, collegate ad una sorta di gru, permettevano di sollevare e impilare i vari elementi.Tempio di Castore e Polluce o dei Dioscuri - E' il simbolo di Agrigento. Costruito negli ultimi decenni del V sec. a.C.. è attribuito ai due gemelli nati dall'unione di Leda e Zeus, tramutato in cigno. Del tempio restano solo quattro colonne ed una parte della trabeazione. rialzate nel XIX sec. Sotto uno spigolo della cornice si può ancora ammirare una rosetta, tipico elemento decorativo. Sulla destra sussistono i resti di un probabile santuario dedicato alle divinità ctonie (infernali): Persefone, regina degli Inferi, e la madre Demetra, dea della fertilità. Si distinguono in particolare un altare quadrato, destinato probabilmente all'offerta sacrificale di porcellini, e un altro di forma circolare, con al centro un pozzetto sacro. Qui veniva verosimilmente compiuto il rito delle Tesmoforie, festa in onore di Demetra celebrata dalle donne sposate.
In lontananza, ultimo sulla linea immaginaria che collega tutti i templi della valle. si scorge il Tempio di Efesto (Vulcano). Ne rimangono pochi resti. La leggenda racconta che il dio del fuoco avesse un'officina sotto l'Etna dove fabbricava i fulmini di Zeus aiutato dai ciclopi.
Ritornare sui propri passi, uscire dal recinto e imboccare la via dei Templi, oltre la strada, sulla destra. Tempio dl Eracle (Ercole) - In stile dorico arcaico, è il più antico della serie. Le vestigia ci permettono di indovinare l'eleganza di questo tempio, che oggi presenta in posizione eretta un allineamento di 8 colonne, rastremate, rialzate nella prima metà deI '900. Dal tempio si vede, verso sud, la cosiddetta Tomba di Terone. Proseguendo lungo la via si possono ancora vedere, sulla sinistra, dei profondi solchi generalmente interpretati come segni lasciati dalle ruote dei carri. La marcata profondità è forse dovuta ad una successiva trasformazione in condotte per l'acqua.
Sulla destra si oltrepassa la Villa Aurea, residenza di Sir Alexander Hardcastle, mecenate appassionato di archeologia che finanziò il risollevamento delle colonne del tempio di Eracle. Necropoli paleocristiana - Si trova proprio sotto la strada ed è scavata nella roccia, non
lontano dalle antiche mura della città. Vi si riscontrano diversi tipi di sepoltura: a loculo e ad arcosolio (vani sormontati da una nicchia ad arco), come si trova più frequentemente nelle catacombe. Prima di giungere al Tempio della Concordia si può notare un altro gruppo di sepolture sulla destra. Tempio della Concordia - E' uno dei templi meglio conservati dell'antichità e questo permette di apprezzare appieno la sua eleganza e imponenza. Il fatto che sia giunto integro fino a noi è da attri- buire alla sua trasformazione in chiesa nel VI sec. della quale si possono ancora intravedere, all'interno del colonnato, le arcate praticate nell'originario muro della cella del tempio classico. E' stato costruito, si suppone, intorno all'anno 430 a.C., ma non si sa a chi fosse dedicato. Il
nome Concordia deriva da un'iscrizione latina trovata nelle vicinanze. Il tempio presenta il procedimento di "correzione ottica": le colonne sono rastremate (si assottigliano cioè verso l'alto in modo da sembrare più alte) e presentano l'entasi (un piccolo rigonfiamento a circa 2/3 dell'altezza che elimina l'effetto ottico di assottigliamento), ma sono anche leggermente inclinate verso il centro del lato frontale. Questo permette all'osservatore che si trovi ad una certa distanza dal tempio di cogliere un'immagine perfettamente diritta. Il fregio presenta l'alternanza classica di triglifi e metope, non ornate da bassorilievi. Nemmeno il frontone era decorato.Antiquarium di Agrigento Paleocristiana (Casa Pace) - Ripercorre una parte della vita della città attraverso interessanti pannelli esplicativi ed alcuni reperti. In particolare è illustrata la storia della trasformazione del Tempio della Concordia in basilica. Antiquarium lconografico della Collina del Templi (Casa Barbadoro) - In un rustico ristrutturato sono raccolte belle immagini della Valle dei Templi nei disegni e nelle incisioni dei
viaggiatori e degli studiosi del passato.Tempio di Hera Lacinia (Giunone) - Si trova sull'estremità della collina ed è tradizionalmente
attribuito alla dea protettrice del matrimonio e del parto. L'appellativo Lacinia deriva da un'associazione impropria con il santuario che sorge nei pressi di Crotone, sul Promontorio Lacinio. Il tempio conserva il colonnato (anche se non in perfette condizioni), parzialmente risollevato neI '900. All'interno si distinguono le colonne del pronao e dell'opistodomo ed il muro della cella. Costruito intorno alla metà del V sec. a.C., è stato incendiato dai Cartaginesi nel 406 a.C. (si possono ancora notare delle tracce di bruciato sulle pareti della cella). Ad oriente si conserva l'altare del tempio, mentre alle spalle dell'edificio (di fianco alle scale) c'è una cisterna. All 'uscita della città, si trovano la tomba di Terone e il Tempio di Asciepio.Tomba di Terone - Visibile anche dalla strada di Caltagirone. Il monumento, erroneamente creduto il sepolcro del tiranno, risale in realtà all'epoca della dominazione romana e sarebbe stato eretto in onore dei soldati caduti durante la seconda guerra punica. In tufo, è di forma leggermente piramidale ed era probabilmente coronato da un tetto a punta, il basamento, molto alto, sostiene un secondo ordine ornato di false porte e, agli spigoli, di colonne ioniche.Tempio di Asciepio (Esculapio) - Poco oltre la tomba di Terone, sulla strada per Caltanissetta. Pannello indicatore poco visibile, sulla destra. I resti di questo tempio del V sec. a.C. sorgono in mezzo alla campagna. Era dedicato ad Asciepio, dio della medicina figlio di Apollo del quale sembra vi fosse custodita una bellissima statua, opera di Mirone.

Eco

La tradizione vinicola provinciale ha delle origini storiche davvero antiche che risalgono all'insediamento delle prime colonie greche nella zona ed oggi la provincia e' al secondo posto per tale produzione.
Principale produzione vinicola locale riguarda la lavorazione dell'uva da vino Inzolia ed anche la realizzazione di buoni vini spumati, tra i quali ricordiamo uno dei piu' pregiati, il Grecanico Sei Corone Brut.
Tra le altre produzioni vinicole locali ricordiamo il Marsala, il Bianco d'Alcamo, il Passito di Pantelleria.
Ulteriore settore economico veramente redditizio, grazie soprattutto alla bellezza e alla varieta' culturale presente in tutta la provincia agrigentina, e' quello turistico.
Da ricordare, infine, anche i centri marittimi previsti nella provincia, meritatamente propulsori del turismo locale.

Geo

La geografia agrigentina e' veramente ricca e spazia tra alcune riserve dal notevole interesse naturalistico come quella della Montagnola - riguarda il rilievo presente vicino il centro di San Giovanni Gemini e dove si puo' ammirare la suggestiva grotta dell'Acquafitusa ricca di stalattiti e stalagmiti -, quella del Monte Cammarata - e' presente nella sommita' di tale monte ed e' caratterizzata dalla presenza di numerose specie erbacee -, quella denominata Torre Salsa - tra Capo Siculiana e Capo Bianco - ed infine quella che riguarda la foce del fiume Belice.
La provincia comprende anche le rinomate isole Pelagie - Lampedusa, Linosa e Lampione -.
Per esser piu' precisi, si puo' dire che la provincia di Agrigento e' delimitata a nord dai Monti Sicani, ad est dal tratto terminale del fiume Salso o Imera Meridionale, ad ovest da quello del fiume Belice, a sud da una fascia che va dalle foci dei due fiumi appena citati al Mar Mediterraneo.
La zona prevede anche un altipiano solfifero che interessa anche le province di Caltanissetta ed Enna e che e' compreso tra il fiume Platani ed il fiume Salso.
Il litorale agrigentino e' interessato dalla presenza di dune costiere caratterizzate dalla spesso notevole altezza e dalla sabbia finissima. Il litorale agrigentino comprende svariate localita' come Scala dei Turchi, una scarpata rocciosa di gesso.

amare MANTOVA

LA CITTA' DEI GONZAGA
Remotissime sono le origini di Mantova. Diventò città sotto gli Etruschi dei quali la popolazione mantovana conservò a lungo sangue e spirito civile, nonostante la successiva permanenza dei Galli, sostituiti, sul finire del III° secolo a.C., dai conquistatori romani. Al tempo di Augusto nacque il poeta Virgilio in un borgo chiamato Andes situato nel luogo in cui oggi, poco lontano da Mantova, è la frazione di Pietole appartenente al comune che porta il nome del poeta. Caduto l'impero romano, anche Mantova subì le invasioni barbariche. Vuole la tradizione che sia stato in territorio mantovano, presso Governolo, che papa Leone Magno indusse Attila ad interrompere la marcia verso Roma. Dopo questo cupo periodo Mantova venne inclusa nell'immenso feudo di Canossa, la potente famiglia di cui Matilde fu l'ultima e più illustre rappresentante. Morta la famosa contessa (1115) il popolo mantovano instaurò il governo comunale, durato fino a quando le lotte intestine non favorirono le ambizioni di Pinamonte Bonacolsi che nel 1276 si fece proclamare Capitano generale perpetuo di Mantova. Ma nel 1328 i Gonzaga ordirono una congiura e, cacciati i Bonacolsi, si impadronirono del potere che tennero fino al 1707. Poi, salvo la parentesi napoleonica tra il 1797 e il 1814, il territorio mantovano fu soggetto all'Austria fino al 1866 quando diventò parte dell'Italia unita. Numerosi monumenti attestano la feconda operosità del periodo comunale, il solenne prestigio della famiglia Bonacolsi, la prestigiosa magnificenza di casa Gonzaga.

La Provincia

LA PROVINCIA
Virgilio canta il suo fiume che scende da Peschiera al Po percorrendo un itinerario di oltre sessanta chilometri. Con quelle del grande fiume, e dell'Oglio, del Chiese, del Secchia, le acque del Mincio fecondano i 2339 kmq. della provincia mantovana, una delle più fertili d'Italia. Alle genti queste terre, come offrono generose le messi, così porgono il segno di una civiltà antica le cui testimonianze arricchiscono preziosi musei archeologici amorosamente ordinati, ad Asola, a Cavriana, a Viadana.

Svettano sui crinali delle colline e sul verde della pianura gli austeri campanili delle illustri chiese matildiche: Santa Maria di Valverde, San Lorenzo di Pegognaga, San Fiorentino di Nuvolato, le parrocchiali di Pieve di Coriano, di Felonica e di Acquanegra, le pievi di Medole e di Cavriana. Tra le mura di quello che fu il grande cenobio di Polirone un Museo della Civiltà Contadina esalta idealmente la collaborazione attraverso cui i monaci di San Benedetto e i terrazzani della plaga riscattano i campi della palude.

Resti di rocche e castelli richiamano la severa età medievale un pò in tutto il mantovano: a Ponti sul Mincio, a Castellaro Lagusello, a Monzambano, a Volta, a Mariana, a Casaloldo, a Redondesco, a Castiglione Mantovano, a Casteldario, a Villimpenta. E le torri di Gonzaga, di Revere, di Suzzara, di Sermide, di Castellucchio, di Rivarolo, di Piubega, di Ceresara, di Commessaggio.

Il palazzo dei Gonzaga a Revere è l'espressione più maestosa dell'architettura che i tempi dell'Umanesimo e del pieno Rinascimento hanno fatto fiorire nel contado mantovano. All'edificio Luca Fancelli ancora giovanissimo ha recato quel messaggio toscano che poi svilupperà, oltre che in varie costruzioni del capoluogo, nei palazzi di Motteggiana (la "Ghirardina"), di San Martin Gusnago (palazzo Pastore) e di Poggio Rusco (palazzo Municipale).

Orna la piazza grande di Castel Goffredo la solenne costruzione che fu dimora di Luigi Alessandro Gonzaga; caratterizzano la villa Zani a Villimpenta, la grandiosa corte Spinosa in comune di Porto Mantovano, le decorazioni interne della Galvagnina Vecchia a Coazze di Moglia i moduli inconfondibili di Giulio Romano. E spiccano altresì tra le ville e le nobili residenze di campagna, il castello di caccia del Bosco della Fontana (Marmirolo), i costrutti della "Virgiliana" in comune di Virgilio, il palazzo gonzaghesco di Portiolo, l' "Arrigona" a San Giacomo delle Segnate, "Villa Mirra" a Cavriana, i resti della grandiosa "Favorita" a Porto Mantovano.

Vespasiano Gonzaga (1531-1591) fu l'artefice primo della Sabbioneta rinascimentale. Prestarono la loro opera artisti come Vincenzo Scamozzi, Andrea Cavalli, Leone Leoni e Bernardino Campi. Esaltano la loro opera e la sensibilità artistica del loro committente i principali monumenti della cittadina: il palazzo ducale o "palazzo grande", le porte "Imperiale" e "della Vittoria", il palazzo del Giardino,la Galleria degli Antichi, le chiese di S. Maria Assunta e dell'Incoronata. Il suggestivo teatro ducale è dello Scamozzi che aveva portato a termine l'Olimpico del Palladio a Vicenza. Fastosi e ricchissimi alcuni soffitti lignei del palazzo ducale. Tutto fu costruito nella seconda metà del Cinquecento.

A San Benedetto Po grandi vestigia dell'antichissimo complesso monastico fan da corona alla chiesa abbaziale, interamente ricostruita da Giulio Romano tra il 1539 e il 1544, nella quale sono eccellenti opere pittoriche, statue in cotto di Antonio Begarelli, sculture lignee dei Piantavigna e di Vincenzo Rovetta. Di eccezionale interesse l'oratorio romanico di Santa Maria, cui si ammira uno dei più bei mosaici romanici d'Italia datato 1151. Nelle costruzioni antiche sono i chiostri di San Benedetto, di San Simeone e "dei secolari", la forestiera, il refettorio.

Anche Asola è ricca di attrattive artistiche. La gotica cattedrale di Sant'Andrea custodisce un grande polittico attributo al Vivarini e opere del Romanino, del Moretto, di Palma di Giovane, di Luttazzo Gambara, di Antonio Gandini, di Giovanni d'Asola.

Castiglione delle Stiviere passò sotto il dominio dei Gonzaga nel 1404. Ne assunse poi la signoria un ramo cadetto della casata, dal quale nacque San Luigi. La chiesa dedicata al Santo conserva un dipinto del Guercino; nel duomo è una pala attribuita a uno dei Procaccini. Nel Collegio delle Vergini di Gesù è allestito un Museo nel quale sono quadri e oggetti molto pregevoli; il palazzo Longhi accoglie il Museo nazionale della Croce Rossa.

Uno dei quadri più importanti della provincia mantovana è nella chiesa parrocchiale di Medole: la pala "Cristo che appare alla Vergine" (1563) di Tiziano.

Nel comune di Curtatone il venerato santuario di Santa Maria delle Grazie è ricco di richiami artistici. Vi riposa Baldassarre Castiglione in un mausoleo disegnato da Giulio Romano; vi sono quadri e affreschi dei Bonsignori, del Gambara, di Lorenzo Costa Jr. e di Altichiero da Zevio.

Ma il nome di Curtatone richiama anche l'epopea risorgimentale di cui il mantovano fu spesso tormentato teatro. Sottolineano questo capitolo di storia locale i monumenti di Montanara, di Goito, di Solferino, le memorie di Governolo, di Sermide, di Gazzuolo, di Bozzolo.

I Palazzi

palazzo D'Arco
Sorge nel luogo della cinquantesca abitazione dei conti Chieppio nella piazza omonima. Palazzo D'Arco assume gli attuali contorni architettonici nel 1784, quando gli eredi, un ramo della famiglia D'Arco, lo ereditarono per poi annettervi cent'anni dopo un bel giardino. L'imponente edificio è frutto del paziente lavoro dell'architetto Antonio Colonna che trasfuse in esso un po' dello stile palladiano; all'interno, Palazzo D'Arco è una vera casa-museo perfettamente conservata tanto da sembrare ancora abitata.
L'itinerario di visita è piacevole e si snoda attraverso le sale cariche dell'atmosfera signorile e arricchite da preziose tele: la più bella è senz'altro la Sala dello Zodiaco, ubicata al primo piano del palazzo, che custodisce originali dipinti ispirati al tema delle costellazioni e dei segni zodiacali attribuiti al Falconetto, un pittore veronese che probabilmente realizzò questi lavori nel primo Cinquecento. Di sicuro interesse è anche la Sala Rossa, in cui campeggia una carrellata storica dei ritratti dei signori D'Arco, una cornice autorevole al "salotto" di casa. Numerosi altri sono i motivi di interesse di questa residenza settecentesca: vanno dalle sette grandi tele di Giuseppe Bazzani, ad altre opere secentesche e di scuola fiamminga, fino ad un vasto patrimonio bibliografico tra cui la biblioteca ippologica e preziosi volumi di interesse naturalistico.

palazzo Ducale
E' senz'altro il più importante monumento cittadino e per questo va inserito in ogni caso nel programma di visita delle cose che si devono vedere. Conosciuto anche come la Reggia dei Gonzaga, Palazzo Ducale rappresenta un fenomeno architettonico a sé stante della città vecchia, per ampiezza, imponenza e per le innumerevoli articolazioni degli edifici che lo compongono. Si tratta infatti di un vasto complesso di costruzioni di epoche diverse che nel tempo ha acquisito una precisa identità abitativa; occupa una superficie di 34.000 metri quadrati, chiusa da un lato dal lago inferiore e dall'altro dalla bellissima Piazza Sordello e ospita 500 sale di varia grandezza e cortili, strade, piazze e giardini. I blocchi della Reggia sorsero in epoche diverse tra il XIV e il XVII secolo, dando all'insieme una configurazione articolata, con linee architettoniche su piani diseguali in una asimmetria che ci rappresenta la lenta evoluzione del complesso ducale.
Nucleo centrale della vita politica mantovana, Palazzo Ducale divenne nel tempo anche il simbolo del gusto e della raffinatezza dei signori che l'abitavano: agli artisti più celebri del momento i Gonzaga affidarono il compito di decorare ed impreziosire quelle numerose sale. Vennero ospitati a corte Mantegna, Pisanello, Giulio Romano, Domenico Fetti, Rubens, Luca Fancelli e molti altri; o come"dipendenti"o come"liberi professionisti"al soldo dei Gonzaga, questi personaggi lasciarono testimonianze preziose, dipinti, affreschi e decorazioni che ancor oggi il visitatore può ammirare nella loro originale bellezza. Tra queste opere, almeno due hanno varcato per fama i confini del continente: le sinopie del Pisanello nella Sala dei Principi e la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, in una delle torri del Castello di San Giorgio.

palazzo Te
Il mecenatismo dei Gonzaga, non disgiunto dal desiderio di vivere in ambienti raffinati ed estremamente personalizzati, richiamò a Mantova artisti di grande talento che diedero alla città un’impronta urbanistico-artitettonica indelebile. Se Ludovico II fu l’ispiratore dei preziosi affreschi mantegneschi del Ducale, Federico determinò la fortuna della Villa del Te, affidando a Giulio Romano la stesura del progetto. L’artista, Giulio Pippi detto"il romano", nel 1525 si mise al lavoro per erigere, in un luogo paludoso ai margini della città, il palazzo che doveva servire al tempo libero e agli ozi del Signore di Mantova.
L’opera si concluse circa dieci anni dopo e si rivelò immediatamente come il frutto dell’ingegno versatile ed estroso di Giulio Romano: un’ampia costruzione a pianta quadrata, su un unico piano, realizzata intorno ad un ampio giardino chiuso più tardi (XVIII secolo) da un’esedra. Da vedere, la Sala dei Cavalli, quella di Amore e Psiche (la sala da pranzo del Signore e dei suoi ospiti), la Sala dello Zodiaco con forme riproducenti i segni zodiacali, la Sala delle Aquile, il superbo vòlto della Loggia d'Onore e la Sala dei Giganti, senz’altro l’esempio più prestigioso della fantasia e della creatività giuliesche: il soggetto è mitologico, la scena è resa terribile dalle figure colossali dei Titani impauriti dalla furia di Giove; pareti e soffitto, a volta, si fondono dando origine ad un singolare effetto acustico.

Teatro Accademico
E’ il gioiello settecentesco della città. Costruito alla fine del XVIII secolo quando a Mantova regnava sovrana Maria Teresa d'Austria, il Teatro Scentifico porta la firma indelebile di Antonio Galli Bibiena che lo progettò secondo un’idea di raccolta raffinatezza: una piccola platea circondata da un colonnato che sostiene due alte pareti foderate di graziosi palchetti. Nel 1773 viene ristrutturata la facciata ad opera del Piermarini: il palazzo dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti che ingloba il teatro è così recuperato completamente. Bello, intimo, armonioso, il Teatro Scientifico del Bibiena è oggi una tappa d'obbligo dell’itinerario artistico mantovano; e ad accrescere l’ammirazione del forestiero è anche il racconto dell’indimenticato concerto che Wolfang Amadeus Mozart vi tenne, ancora ragazzo, attribuendogli un prestigio che vive tuttora.

Le Chiese

San Francesco
L’ultimo intervento compiuto su questo edificio religioso risale all’immediato dopoguerra: fortemente danneggiato da un bombardamento nel 1945, esso fu ricostruito e riaperto al culto. Le origini di S.Francesco risalgono ai primi del XIV secolo. Nonostante le trasformazioni ed i restauri, la chiesa ha mantenuto le forme tipiche dell’archittettura gotico-francescana (riscontrabili in molte costruzioni realizzate dagli ordini religiosi d'epoca medioevale) con qualche accenno alle sobrie linee del Romanico. L’interno di S. Francesco, spoglio e solenne, si articola in tre navate; in fondo a una di queste, si trova la Cappella di San Bernardino dove per circa un secolo e mezzo, vennero sepolti i membri della famigli Gonzaga, tanto che oggi la cappella si chiama appunto "dei Signori" o "dei Gonzaga". Quest’angolo del tempio, indenne dai bombardamenti, conserva resti di affreschi trecenteschi attribuiti a Serafino e Tomaso da Modena; tra i frammenti salvati, ve ne sono di Domenico Morone e Stefano da Verona.

 

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amare ORVIETO

la storia della città
La rupe, su cui è insediata la città di Orvieto, che da qui domina la pianura in cui scorrono i fiumi Paglia e Chiani poco prima di confluire nel Tevere, è la prima e indimenticabile immagine che si presenta allo sguardo del visitatore. Questa enorme piattaforma in tufo vulcanico brunastro che si solleva dai venti ai cinquanta metri dal piano della campagna, fu creta dall’azione eruttiva di alcuni vulcani che depositarono qui, un’enorme quantità di materiali. In seguito l’azione modellatrice della natura (fiumi,piogge etc,) conferì alla rupe l’attuale aspetto. Notizie attendibili riguardanti i primi insediamenti umani risalgono all’VIII sec.A.C. , ma è da ritenersi che il luogo fosse già abitato fin dall’Età del Bronzo e del Ferro. Del periodo etrusco moltissime sono le testimonianze che documentano questo insediamento (necropoli, edifici, oggetti artistici etc.) a conferma di una presenza di questo popolo, non casuale, ma di uno stanziamento protratto nel tempo. Denominata, probabilmente, Volsinii Veteres( la disputa sul nome di questa città etrusca non si è ancora conclusa, ma questa sembra la più attendibile) sorgeva nei pressi di un famoso santuario etrusco, Fanum Voltumnae, meta ogni anno degli abitanti dell’Etruria che vi confluivano per celebrare riti religiosi, giochi e manifestazioni. La città raggiunse il massimo splendore tra il VI e il IV sec.A.C. diventando un fiorente centro commerciale e artistico con una supremazia militare garantita dalla sua invidiabile posizione strategica che le dava l’aspetto di una fortezza naturale. Questo periodo idilliaco finì quando le legioni romane iniziarono la conquista dell’Italia centrale e, dopo una serie di sconfitte culminate nella battaglia del 263 A.C., Volsinii Veteres capitolò definitivamente diventando colonia romana col nome Urbus Vetus (Città vecchia).Il periodo romano, fu per Urbus Vetus, abbastanza tranquillo, grazie all’abile politica dei Romani che non inferivano sui vinti ma, anzi, lasciavano ai popoli sconfitti le loro tradizioni sociali e religiose, non umiliandoli ma facendoseli alleati. dopo il crollo dell’Impero Romano , Orvieto divenne dominio dei Goti fino al 553 quando, dopo una cruenta battaglia ed un assedio, fu conquistata dai Bizantini di Belisario. Successivamente , dopo l’istituzione del Ducato di Spoleto, divenne Longobarda. Poco prima dell’anno Mille, la città posta sulla linea di confine dell’Italia Bizantina , di cui costituiva un importante nodo strategico, tornò a rifiorire, espandendo il suo tessuto urbanistico con la costruzione di fortificazioni, palazzo torri, chiese e case. Si costituì in Comune , ma anche se non faceva parte ufficialmente del patrimonio di S.Pietro, si trovava sotto il suo controllo; per essere riconosciuto governo comunale ebbe bisogno di una dichiarazione di consenso da parte di papa Adriano VI nel 1157.Nel XII secolo dunque orvieto, forte di un agguerrito esercito, iniziò ad ampliare i propri confini che, dopo vittoriose battaglie contro Siena , Viterbo, Perugia e Todi, la videro dominare su un vasto territorio che andava dalla Val di Chiana fino alle terre di Orbetello Talamone, sul mare Tirreno. In questa sua espansione Orvieto si era fatto un potente alleato : Firenze (rivale di Siena) che ne aveva appoggiato l’ascesa. I secoli XIII e XIV furono il periodo del massimo splendore per Orvieto che, con una popolazione di circa trentamila abitanti (superiore perfino a quella di Roma) , divenne una potenza militare indiscussa e vide nascere nel suo territorio urbano solenoidi palazzi e monumenti, di cui oggi giustamente va fiera. Ma paradossalmente quest’epoca vide anche il Nascere di furibonde lotte intestine nella città. Due famiglie patrizie, la guelfa Monaldeschi e la ghibellina Filippeschi, straziarono la città con cruenti battaglie che , insieme alle lotte religiose tra i Malcorini , filoimperiali e i Muffati, papalini, indebolirono il potere comunale, favorendo nel 1364 la conquista da parte del Cardinale Egidio Albornoz. In questo lasso di tempo altri avvenimenti degni di nota si erano registrati a Orvieto: nel 1216 papa Innocenzo III dai pulpiti della chiesa di S.Andrea , aveva proclamato la IV crociata; nel 1281 nella stessa chiesa alla presenza di Carlo D’Angiò, veniva eletto al pontificato papa Martino IV e nel 1297 nella chiesa di S.Francesco, avveniva la canonizzazione di Luigi di Francia, presente papa Bonifacio VIII. Dopo il cardinale Albornoz, Orvieto venne assoggettata a varie signorie: Rinaldo Orsini, Biordo Michelotti, Giovanni Tomacello e Braccio Fortebraccio, per ritornare poi nel 1450, definitivamente a far parte dello Stato della Chiesa, divenendone una delle provincie più importanti e costituendo l’alternativa a Roma per molti pontefici, vescovo e cardinali che qui venivano a soggiornare. I secoli XVII e XVIII scorsero per la città in tranquillità. Sotto l’Impero Napoleonico assurse a cantone e più tardi, nel 1831, sotto la Chiesa, venne elevata a Delegazione Apostolica. Nel 1860, liberata dai cacciatori del Tevere, fu annessa al Regno d’Italia.

Le tante Orvieto...

Orvieto...Etrusca
Orvieto: città etrusca
I resti del Tempio del Belvedere, nei pressi del Pozzo di San Patrizio, sono quelli che più di ogni altro si avvicinano al tipo canonico del tempio tuscanico, come ci è stato tramandato da Vitruvio. Il podio, in grossi blocchi di tufo, di un altro edificio con probabile funzione religiosa è stato recentemente rinvenuto sotto il Palazzo del Popolo. La base dell'altare nella Chiesa di San Lorenzo non è altro che un'ara circolare etrusca reimpiegata. Il pozzo della cava, una geniale opera idraulica deve il suo impianto agli ingegneri etruschi.
Nei musei sono conservate le più importanti collezioni di reperti etruschi rinvenuti sia in città che nel territorio e fra questi spiccano per interesse le terrecotte architettoniche dei templi. Il Santuario di Cannicella (in fase di scavo) e la Necropoli del Crocefisso del Tufo, sotto la rupe orvietana, completano l'immagine dell'ultima città etrusca distrutta dai Romani.

Orvieto: città medioevale
In epoca altomedioevale la rupe orvietana tornò ad essere un sito appetibile come baluardo naturale e nei secoli intorno al mille si formò il nuovo centro urbano che nel XIII e XIV secolo ebbe la sua maggiore espansione, con una originale struttura urbanistica che è rimasta pressoché inalterata nel tempo. Gli edifici pubblici più rappresentativi - il Palazzo Comunale, il Palazzo del Popolo, il Duomo e il Palazzo dei Sette- trovano spazio nel sistema urbano affiancandosi alle Chiese più antiche - San Giovenale, Sant'Andrea - ai conventi di San Domenico, San Francesco, Sant'Agostino e Santa Maria dei Servi, al complesso del Palazzo Papale - ed ai palazzi privati con le loro torri gentilizie.
La città-stato medievale, con Orvieto al centro di un vasto territorio, trovò nel libero comune la massima espressione civile e politica; si svilupparono le Arti e i Mestieri ohe arricchivano la società di raffinati manufatti, mentre la vita cittadina scorreva operosa - ora tranquilla ora tumultuosa - scandita dai battiti dell'orologio del Maurizio, il primo automa che regolò il tempo del lavoro.

Orvieto: città moderna
Il Finimondo che il Signorelli affrescò nella Cappella di San Brizio in Duomo tra il 1499 ed il 1503 segnò la fine di un'epoca, quella medioevale, e l'inizio dell'era moderna. Non è un caso, infatti, che uno dei personaggi rappresentati nella scena dell'anticristo sia stato identificato in Cristoforo Colombo. Nell'arco di tutto il cinquecento la città si rinnova e sul vecchio tessuto medioevale nascono nuovi palazzi e chiese progettati da alcuni architetti famosi come Michele Sammicheli, Antonio da Sangallo il giovane, Simone Mosca e Raffaello da Montelupo; nella seconda metà del secolo è dominante la figura dell'orvietano Ippolito Scalza che più di ogni altro contribuì a trasformare il volto della città.
Un analogo fenomeno di rinnovamento urbano si verifica ancora nell'Ottocento grazie all'intervento qualificato di altri architetti, come Giuseppe Valadier e Virginio Vespignani che abbellirono la città di nuove opere pubbliche e private di stile neoclassico. Così percorrendo le strette vie tipiche dell'impianto inalterato del medioevo, si scoprono continuamente facciate classiche ed eleganti architetture di epoche differenti che danno la misura della storia di una città che, pur rinnovandosi, conserva tutto il suo antico fascino.

Orvieto: città narrante
La città di Orvieto, in simbiosi con la rupe di tufo su cui è costruita, è un esempio eccezionale di integrazione tra natura e opera dell'uomo. In certi casi la testimonianza della consapevolezza di questo rapporto tra natura e architettura è manifestata esplicitamente, come nell'iscrizione apposta sul famoso pozzo di San Patrizio che recita "quod natura munimento inviderat industria adiecit" chiarendo appunto, che "Ciò che la natura aveva negato per la difesa - in questo caso l'acqua- lo aggiunse l'attività umana".
Visitare questa città è come attraversare la storia, perché vi si ritrovano, stratificate e concentrate, in uno spazio fisico precostituito, le tracce di ogni epoca per quasi tre millenni.
Un percorso ideale è evocato e suggerito al turista dei nostri giorni dalle due statue di Bonifacio VIII poste sulle porte estreme della città, porta Soliana, detta poi Porta Rocca dopo la costruzione della fortezza dell'Albornoz, dalla quale il Papa entrò e porta Maggiore da cui usci. Bonifacio VIII era tutt'altro che un turista - era stato addirittura Capitano del popolo ad Orvieto - ma le sue due statue, che gli costarono anche l'accusa d'idolatria, possono se non altro simbolizzare sia l'attenzione ohe merita la città di Orvieto che la tradizionale ospitalità dei suoi abitanti.
Oggi, che non è più necessario salire sulla rupe a dorso di mulo, un moderno sistema di "mobilita alternativa" permette un comodo e tuttavia suggestivo accesso alla città: da un lato la funicolare, che nell'ottocento funzionava ad acqua, completamente ammodernata, e dall'altro un ascensore (al quale si aggiungeranno scale mobili) sono anche il segno di una riappropriazione pedonale di un centro storico che si vuole a misura d'uomo per cittadini e turisti.

Orvieto: città sotterranea
Nel sottosuolo della città di Orvieto si cela un incredibile numero di cavità artificiali che danno vita ad un intricato labirinto di cunicoli, gallerie, cisterne, pozzi, cave e cantine. Le viscere orvietane conservano memoria degli abitanti che si sono, nei secoli, succeduti sulla rupe.
Un percorso guidato consente, in modo agevole ed estremamente piacevole, di apprezzare a pieno questa singolare realtà ipogea; è come viaggiare in una dimensione senza tempo, in cui si capisce la geologia della rupe e si incontrano aspetti particolari della storia di Orvieto: i colombari, le cave di pozzolana, i frantoi sotterranei.
Nel sottosuolo si è, da sempre, cercata la soluzione ai problemi che l'insediamento sulla rupe comportava: la ricerca dell'acqua ed il mantenimento degli alimenti. Il microclima riscontrabile nelle cavità ha consentito la conservazione di derrate e liquidi, fra i quali il vino non ha rappresentato certo un posto di secondaria importanza se uno dei nomi con i quali Orvieto era conosciuta nell'antichità era oinarea e cioè "dove scorre il vino" e ancora oggi l'Orvieto è famoso nel mondo.

Origini

L'origine di Orvieto così come quella del suo nome si occulta nei lontanissimi secoli:deriva per alterazioni da "Ourbibentos" con il quale Procopio la chiamava nell'impresa di Belisario?; da "Urbsvetere" come scrive S.Gregorio Magno?; da "Hurth-vi-Volthe" che in etrusco vorrebbe significare "luogo sacro a Velta"?Quest'ultima ipotesi darebbe valore all'opinione diffusa che Orvieto sia stato veramente il centro politico e religioso dell'Etruria, e cioè il celebrato "Fanum Voltumnae"dove i popoli delle Lucumonie solevano adunarsi per i giochi sacri, per i mercati, i concilii politici, le decisioni di guerra o per altri convegni di collettiva importanza e di generale interesse.Nel 264-263 a.c., Marco Fulvio Flacco, sconfiggendo gli etruschi, conquistava la città al potere di Roma.Fece parte del regno di Odoacre e teodorico; Belisario nel V secolo d.c. la liberò dai Goti unendola all'impero di Grecia; nel 606, soggiogando l'Italia, la ottenne Agilulfo, re dei Longobardi.Dopo un dominio carolingio,tra l'VIII e il IX secolo, passò alla Contessa Matilde di Canossa, e ,alla sua morte(1115), alla Chiesa.Nella seconda metà del XII secolo assurge a libero e forte Comune, tra i primi costituitisi in Italia, reggendosi con propri ordinamenti e statuti.Ha così i suoi magistrati e le sue Corporazioni, i suoi Podestà, i suoi Consoli, i suoi Capitani del Popolo. Adriano IV riconosce l'autorità comunale, e, con reciproci privilegi, prende per primo dimora in Orvieto nel 1156.Essendo la città situata in luogo elevato e dotata di robusta fortificazioni, potè onorarsi di aver ospitato, nel volgere dei secoli, più di 33 pontefici con la relativa corte,e re, regine e autorevoli personaggi.Sotto la guida illuminata del suo governo popolare, seppe raggiungere il più alto grado di sviluppo politico ed economico consentito a quei tempi. Con saggia potenza estese l'apprezzata giurisdizione fino al Mar Tirreno fondandovi Orbetello(piccola Orvieto).Lottò con Siena e Viterbo,Todi e Perugia.Antagonismi fra le due più importanti famiglie locali, Monaldeschi(Guelfi) e Filippeschi(Ghibellini), avviarono Orvieto alla decadenza. Da allora Orvieto rimase Guelfa senza contrasti tanto che nel 1296 lo stesso papa Bonifacio VIII viene eletto Capitano del Popolo.Nel 1354, il cardinale Albornoz che preparava l'ambiente per il ritorno del papa da Avignone, la riconquistava alla Chiesa, istituendovi un Vicario ponteficio.Nel 1414 Ladislao, re di Napoli, se ne impadronisce, ma presto Braccio di Fortebraccio la restituisce alla Chiesa.Nel 1494 Orvieto respinge gli svizzeri dell'esercito di Carlo VIII invasore dell'Italia:è un onorifico gesto che altre città più grandi (Milano) non seppero fare.Clemente VII vi trova asilio sfuggendo al "Sacco di Roma" del 1527.La città assume nel 1814 il ruolo di capoluogo di distretto della Provincia di Viterbo e nel 1831 diviene essa stessa capoluogo di Provincia.Nel 1860 rinuncia al grado di provincia di cui godeva.Rimane così per 70 anni sotto Perugia e passò poi alla Provincia di Terni.

Duomo e San Patrizio

I lavori per la sua costruzione ebbero inizio nel 1263 sotto il pontificato di Urbano IV. Il Papa volle consacrare in questo modo il cosiddetto "miracolo del sangue": durante una messa tenuta nella chiesa di S. Cristina a Bolsena da un prete boemo, durante l'Eucarestia, dal Pane spezzato sgorgò sangue che cadde sul corporale ora racchiuso in un bellissimo Reliquiario Gotico.
L'attenzione del visitatore è subito catturata dalla meravigliosa facciata gotica, nella quale si può notare un polittico decorato a mosaico e bassorilievi.
All'interno, alcune cappelle strutturate con volte a crociera, in una delle quali si trovano importantissimi affreschi realizzati da Frà Giovanni da Fiesole e da Luca Signorelli Nel transetto, si può ammirare una Pietà del XVI° secolo

Nel 1527, all'indomani del sacco di Roma, il Papa Clemente VII si rifugiò ad Orvieto. Per approvvigionare d'acqua la rocca dell'Albornoz, in caso di assedio o conflitto, fu edificato questo pozzo, su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane.
Terminato nel 1537, il pozzo è profondo circa 62 metri e, al suo interno, sono state realizzate due scalinate a doppia elica sovrapposte, così progettate per rendere più agevole il trasporto dell'acqua.

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amare CORTONA

.... Cortona è posta sul fianco meridionale di un contrafforte che si protende dal monte S. Egidio (m 1057), uno dei rilievi più montuosi che separano la Valdichiana dalla Valle del Tevere e si estendono da Arezzo fino alle sponde del Trasimeno. Forti dislivelli esistono all'interno della città (m. 651 la Fortezza, m. 500 Piazza Garibaldi): ciò determina un'accentuata tendenza della maggior parte delle strade ed è a questa situazione che si deve lo sviluppo di Camucia, situata in pianura (m. 250), nodo viario, ferroviario ed economico con funzioni complementari rispetto al centro storico. Sia per la sua particolare struttura che per la posizione geografica, al centro della Valdichiana, Cortona un tempo centro agricolo di notevole importanza oggi invece si sta affermando sul piano turistico anche per la sua antica storia che si perde nella notte dei tempi. Sembra ormai certo che sia stata fondata dagli Umbri, tuttavia alcuni la vogliono edificata dai Pelasgi e altri dai Tirreni e successivamente conquistata dagli Etruschi che ne fecero una delle più importanti lucumonie. Come afferma Tito Livio che la cita insieme a Perugia e ad Arezzo. Questo popolo lasciò in questi luoghi anche a testimonianza della lunga presenza: tombe, materiale di vario genere emerso nel corso degli scavi. Infatti anche nei pressi di Cortona esistono ipogei dove erano soliti riporvi le ceneri o le salme dei defunti, con stanze ricoperte artificialmente di terra e di sassi accumulati in tanta quantità da formare alti cumuli denominati meloni, dalla gente del luogo. Sotto tali manufatti (Extructi montes) le famiglie cospicue degli Etruschi tumulavano i loro morti. Virgilio nell'Eneide (libro III, 62) cita tali onori funebri resi al troiano Polidoro figlio del re Priamo, e discendente dal cortonese Dardano aggiungendo: "ingens aggertur tumulo tellus", (è ammucchiata un'ingente quantità di terra al sepolcro), ad onorare la salma del giovane trucidato e porla "sotto la guardia della grave mora" Dante (Purgato- rio, C. 111, 129). Divenuta colonia romana nel 450 d.C. risulta inoltre che gli antichi greci la chiamarono Crotone mentre Publio Virgilio Marone e Rutilio Namaziano la citano come Corjtus. Ne parlano inoltre insigni scrittori dell'antichità classica come Erodoto, Polibio e persino Dionigi di Alicarnasso. Fu poi occupata dai goti e non se ne hanno notizie precise fino al 1200 d.C., quando inizia la sua ascesa come comune, battente una propria moneta coll'effigie in- tera di S. Vincenzo, circolante in Toscana, in Umbria e in qualche località del- le Marche dal 1267 al Sec. XVI. In questo periodo Cortona, divisa nelle fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, dovette sostenere dure lotte interne ed esterne, specie con Perugia ed Arezzo. Nel 1312, divenuta ghibellina, accolse Arrigo VII di Lussemburgo, ricono- scendolo signore della città e del suo territorio. A testimonianza della sua ac- cresciuta importanza il Papa Giovanni XXII vi istituì (1325) la diocesi, di cui fu Vescovo Ranieri Ubertini. A questo stesso periodo risale l'ascesa della fa- miglia Casali, i cui rappresentanti per circa un secolo ressero la Signoria della città. Nel 1409 fu conquistata da Ladislao, re di Napoli, che la cedette (1411) ai fiorentini e così la città passò rispettivamente prima sotto i Medici e, dal 1737 sotto i Lorena. Poi con il plebiscito del 1860 fece parte del Regno d'Italia. Da allora Cortona seguì le sorti della nazione dando un notevole contributo di soldati durante la "grande guerra" e nel secondo conflitto mondiale, rimanendo illesa durante i tremendi bombardamenti che devastarono i centri maggiori della Valdichiana. Questa prodigiosa protezione è attribuita dai cortonesi a S. Margherita. La lunga storia di Cortona si gloria di numerosi personaggi conosciuti in tutto il mondo poiché famosi sul piano artistico, letterario e religioso. Già nel Medioevo S. Francesco d'Assisi la scelse per fondare un convento: l'Eremo delle Celle che affidò a Frate Elia Coppi divenuto suo successore nell'amministrazione dell'ordine. Dello stesso periodo è la nobile figura di S. Margherita vissuta fra il 1247 e il 1297, famosa per le sue opere di carità successive alla drammatica conversione.



La sua Arte ...

Nel clima proficuo e culturalmente vivace del Rinascimento incontriamo la figura dell'insigne pittore l'Angelico, famoso per l'Annunciazione, Francesco Laparelli noto architetto militare e Giovan Battista Madalio, umanista vissuto alla sfarzosa corte di Leone X. Caratterizzano il 600 il pittore architetto Pietro Berrettini, vissuto fra il 1596 e il 1669, e gli insigni archeologi e letterati (Ridolfino, Marcello e Filippo Venuti ricordati soprattutto per aver fondato nel 1728 l'Accademia Etrusca tuttora assai nota a livello nazionale ed europeo.



La sua cultura ...

Vivono in Cortona manifestazioni culturali e folkloristiche legate alla più genuina tradizione. Le maggiori sono: la Mostra Mercato Nazionale del Mobile Antico che si svolge dall'ultima domenica di agosto all'ultima domenica di. settembre nei locali di Palazzo Vagnotti e la Fiera Nazionale del Rame Lavorato negli ultimi giorni di Aprile.
Numerose iniziative di carattere culturale (mostre d'arte, spettacoli teatrali, concerti, incontri e dibattiti) sono organizzate durante il corso dell'anno dall'Amministrazione Comunale, e dalla Biblioteca dell'Accadernia Etrusca. 
Hanno sede a Cortona da alcuni anni i corsi estivi di arte e architettura dell'Università di Athens (Georgia, USA), i corsi di aggiornamento della lin- gua italiana per studenti svizzeri di lingua tedesca organizzati dal Liceo di Wettingen, corsi di lingua inglese del Saint Clare's Hall. Numerosi anche i Congressi e i Corsi organizzati dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.) e dal C.I.M.E. (Centro Internazionale di Matematica Estiva). La Scuola Normale Superiore di Pisa che ha avuto in donazione dal Conte Passerini il Palazzone (sec. XVI) organizza annualmente tutta una serie di convegni, congressi e seminari di studio con la partecipazione di numerosi premi Nobel. Di significativo interesse per i giovani l'Università di Pisa organizza da qualche anno nel mese di settembre i corsi di orientamento universitario, porta a Cortona i migliori alunni del penultimo anno di scuola superiore di tutta Italia per presentare loro i corsi universitari e le prospettive di lavoro post- laurea. 
Tra le manifestazioni folkloristiche che si svolgono nei vari periodi dell'anno ne ricordiamo l'ormai famoso Festival della Gastronomia Cortonese (Sagra della Bistecca) nei giorni 14 e 15 agosto; il Consiglio dei Rioni (Terzieri) organizza in Cortona varie sagre: Sagra della Trippa, della Bruschetta, delle Lumache, delle Ranocchie della trota e del Fegatello. Nei dintorni "Sagra del Piccione" a Montecchio, della "Ciaccia fritta" a S. Pietro a Cegliolo, della "Castagna" a S. Martino a Bocena e a Teverina del Tagliolino con i ceci a Casale di Cortona e la Sagra del Cinghiale a S. Egidio. 
Caratteristica la Mostra Mercato Nazionale del Vitellone di razza chianina che si tiene ogni primavera a Camucia. Fra le Mostre ricordiamo anche quella del Fiore e della Pianta ornamentale che si svolge nel mese di Aprile e la caratteristica Mostra del Carro Agricolo a Fratticciola di Cortona. 
La felice posizione di Cortona, ai confini con l'Umbria, permette che da essa si possano raggiungere facilmente 'centri turisticamente importanti, sia della Toscana, che della vicina Umbria. Per ricordarne solo i più importanti: Firenze (km 102), Arezzo (km 29), Siena (km 80), Montepulciano (km 35), Perugia (km 54), Assisi (km 75), Città di Castello (km 45). 
Non è possibile qui ricordare tutti i piccoli centri della Valdichiana, che per bellezza e storia costituiscono il patrimonio culturale e artistico di questa parte di Toscana

 

Musei e Gallerie...

La città di Cortona ospita due Musei, il Museo dell'Accademia Etrusca e quello Diocesano. Questi costituiscono due appuntamenti immancabili per chi voglia saperne di più sulla storia della città, e sull'arte antica e contemporanea. 

Il Museo dell'Accademia Etrusca, formatosi in concomitanza e come espressione dell'attività culturale dell'Accademia Etrusca nel 1727, occupa 14 stanze del Palazzo Casali, in Piazza Signorelli e comprende collezioni che si riferiscono alla civiltà etrusca, egiziana, romana ed alle epoche posteriori. Il complesso più recente è costituito da una raccolta antologica di opere del cortonese Gino Severini (1883-1966). I pezzi più ammirati per importanza, bellezza e originalità sono il Lampadario etrusco in bronzo del 5° secolo a.C. la Barca funeraria egizia, in legno dipinto, di circa 2000 anni a.C. la Musa Polimnia singolare pittura a encausto su ardesia Una Madonna del Pinturicchio (1450-11669) l'Adorazíone dei pastori del pittore cortonese Luca Signorelli (1450-1669) una grande pala d'altare, con Madonna e Santi di Pietro da Cortona (1597-1669). In più vi si trovano altri famosi artisti, quali Niccolò Gerini, Andrea Commodi, Neri di Bicci, Bartolomeo della Gatta...

Il Museo Diocesano Occupa la chiesa superiore del Gesù adiacenti. Sulla parete di fondo della chiesa, l'Annuncíazione (1433), una delle più eccelse creazioni del Beato Angelico. Si possono ammirare opere del Sassetta (sec. XVI) di Duccio di Bonisegna (sec. XIV) e quelle di Luca Signorelli, fra le quali la drammatica Deposizione.

Museo Diocesano

Tale museo ha sede nella cinquecentesca chiesa del Gesù costituita da due distinte chiese. 
La chiesa superiore, fu adibita a Battistero nel sec. XVIII, il Fonte Battesimale, di marmo, è opera di Ciuccio di Nuccio (sec. XV). Di particolare rilievo in soffitto ligneo eseguito da Michelangelo Loggi detto il Mezzanotte (15 36). Oltre ai dipinti della scuola del Signorelli segnaliamo il trittico di Stefano di Giovanni detto il Sassetta (sec. XV), raffigurante la Vergine coi Santi. 
Di fronte all'entrata Crocifisso proveniente dalla chiesa di S. Marco di Pie- tro Lorenzetti (1306?-1348). Nella parete di fronte Assunzione della Vergine di Bartolomeo della Gatta (1448-1502). Inoltre si trovano altre opere del Beato Angelico (sec. XV) riproducenti nella predella episodi della vita di S. Domenico entrambe provengono dalla omonima chiesa di S. Domenico. Il capolavoro rimane comunque l'Annunciazione del Beato Angelico (1400 c.-1455). In quest'opera l'artista raggiunge infatti il massimo risultato in questo tema, trattato più volte. 
Databile intorno al 1433-34 testimonia una raggiunta adesione naturalistica ed una vigoria formale già rinascimentale. Nella Visitazione (particolare della predella), ad esempio, per lo sfondo l'artista si è ispirato ad un paesaggio reale, (veduta del Lago Trasimeno e di Castiglion dei Lago). Nella sala attigua sono state sistemate numerose opere di notevole pregio artistico: Parato Passerini composto da Piviale, Pianeta, Dalmatiche, Stole, Manipoli, Borse, Bandinella e Poliotto. Fu indossato per la prima volta dal Papa Leone X in occasione della sua visita a Cortona nel 1515. 
Di fronte all'entrata troviamo un'ampia vetrina in cui fanno spicco una campana di bronzo del 1432, Pisside in rame dorato con smalti nel nodo (prima metà del sec. XIV), Calice di Argento dorato e smalti (seconda metà del sec. XIV), Reliquiario a forma di croce in bronzo dorato e argento proveniente dalla chiesa di S. Marco (15 30). Di fronte il bellissimo Reliquiario Vagnucci di Giusto da Firenze risalente al 1458. Alle pareti: Madonna col Bambino e 4 angeli di Pietro Lorenzetti; Madonna col Bambino attribuita alla scuola di Duccio, S. Margherita e Storie della sua vita di ignoto aretino (fine sec. XII).


Sala del sarcofago romano e degli affreschi Lorenzetti

Nelle ampie sale adiacenti all'ingresso: si trovano opere di grande effetto scenografico oltre a che di indubbio valore artistico. Il sarcofago romano della parete di epoca romana (II sec. a.C.) fu trovato, secondo la tradizione sotto le mura del Duomo, nel 1240. Il rilievo del lato anteriore raffigura un combattimento, davanti alla porta di Efeso, fra Dionisio giovane e le amazzoni (Neppi Modona). Secondo altre interpretazioni la scena rappresenterebbe una lotta fra Centauri e Lapiti. La rappresentazione risulta molto movimentata e le figure, ricche di espressione tanto che Donatello e Brunelleschi la fecero oggetto di attenti studi (Vasari Vita di F. Brunelleschi). 
Nello stesso locale un frammento di affresco staccato dalla distrutta chiesa di S. Margherita raffigurante la via del Calvario attribuita a Pietro Lorenzetti e due sculture in marmo rappresentanti la Madonna col Bambino. 
Tra le pitture ragguardevoli indichiamo: Comunione degli Apostoli, Allegoria dell'Immacolata Concezione, Adorazione dei Pastori, Madonna coi Santi Michele Arcangelo, Antonio, Bernardino, Niccolò, Madonna con Francesco, Ludovico, Bonaventura e Antonio. Opere di Luca Signorelli e della sua bottega. 
Altra Adorazione dei Pastori proveniente dalla Chiesa di S. Francesco -Assunzione - Presentazione di Gesù al Tempio. Di particolare interesse sono inoltre le opere di Tommaso Berna bei detto il Papacello rappresentanti styorie di S. Benedetto e l'interessante Tabernacolo dorato di gusto tardorinascimentale situato su mensola.

Museo dell'Accademia Etrusca

Comprende 13 sale, contenenti opere di provenienza ed epoche diverse. Particolarmente interessanti sono i numerosi reperti archeologici etruschi che fanno del Museo di Cortona uno dei più rinomati in questo campo.

1 Sala: Sala d'ingresso 
Alle pareti vari busti in marmo copie di originali romani e stemmi in pietra.

2 Sala: detta del Biscione 
Vasto ambiente. Entrando la prima vetrina a destra contiene: bicchiere paleocristiano, lavori di bottega fiorentina degli Embriachi (sec. XIV-XV). 
Marzia in atto di suonare il doppio flauto - Pollaiolo. 
Altro bronzo di scuola toscana (Adarno?) Reperti longobardi - mortaio 
Battente di porta a forma di Sirena (sec. XV1-XVII) 
Prima vetrinetta a sinistra contiene statue di epoca etrusca (11 sec. a.C.) 
Ercole e Divinità Bifronte. 
Bronzetti raffiguranti animali - produzione romana (sec. 111 a.C. 1 d.C.) Frammenti di decorazione di cofanetti (sec. XV) 
2° vetrinetta a sinistra è la più importante poiché vi sono collocati reperti etruschi: 
Zeus (VII a.C.) - Bronzetti etruschi offerenti e oranti (sec. VII e VI a.C.)
-Kuroi lonizzanti (P.E.) VI-V a.C. 
Bronzetti raffiguranti divinità (V-IV sec. a.C.) 
3° vetrinetta bronzetti raffiguranti divinità e sacerdoti di epoca romana ed altri di epoca etrusca. 
Di notevole rilievo Mano Votiva in bronzo (I-II sec. d.C.) con mignolo e anulare ripiegati tutta cosparsa di simboli in rilievo. Forse dedicata a Mercurio (l'immagine del Dio è scolpita sull'anulare). Potrebbe riferirsi come altre mani analoghe al culto frigio di Jupiter Sabatius. E' stata rinvenuta a Cortona nel 1865. 
Graziosi bronzetti di tipo schematico - produzione etrusca-italica (V sec. a.C.) 
Il capolavoro comunque rimane il Lampadario Etrusco ritrovato nel 1840 nelle campagne cortonesi. Databile intorno alla seconda metà del IV sec. a.C., ha una forma circolare con un diametro di cm. 60 ed un peso di kg. 57,72. La lampada d'olio è di bronzo ed ha 16 becchi finemente decorati. 
Alle pareti della stanza opere di epoche diverse. 
A sinistra in fondo "Crocifisso" di scuola Pisana (sec. XIII). 
Varie immagini sacre raffiguranti la Madonna col Bambino della scuola di Francesco Signorelli. 
Sempre a sinistra entrando si possono ammirare le opere: S. Giuseppe di Jacopo Climenti (15 5 1-1640) - Visitazione di Giovan Battista Naldini (1577-1580 circa). Ecce homo di ignoto (Cortona 1530-1540 circa).
Nella parete di fronte all'entrata Adorazione dei pastori di Luca Signorelli - Madonna col Bambino e S. Giovannino del Pinturicchio (1454-1513) - Madonna col Bambino di Bartolomeo della Gatta (1490-1500 circa).

3 Sala: Sala Egizia 
Dedicata a Mons. Guido Corbelli, delegato apostolico in Egitto e Arabia dal 1891 al 1896, che curò l'invio di materiale archeologico alla nativa Cortona. 
Nella parete di fronte all'entrata sono ben esposti vari papiri. Nella vetrina di sinistra entrando: statuette funerarie XXI Dinastia (1080-950 a.C.) 
Cassetta in legno per contenere Usciobti (piccole statuette funerarie in foienee), dinastia XXVI-XXX (366-332 a.C.) - Vasi Canopi in calcaree con testa di legno per il defun to - Shedhar, Dinastia XXI (1080-950 a.C.) - Coni funerari in terracotta, Dinastia XVIII- XXI (1554-950 a.C.). 
Inoltre raccolta di coni funerari, scarabei funerari, amuleti e bronzetti di divinità ed animali di epoche diverse, ecc. Ricordiamo: la Barca Funeraria in legno, Dinastia XII (2000-1785 a.C.) pezzo unico esistente in Italia. 
Al centro della sala due mummie di epoca tolemaica ed un frammento di statua con iscrizione geroglifica (XVII din.). 
Nella vetrina di fronte lucerne di epoca greco-romana (332 a. C. VI sec. d.C.) - Maschera di sarcofago antropolide XVI-XXX din. (666-332 a.C.) - Statuette in legno Giano Bifronte raffiguranti Osiris, XXV1-XXX din. (666-332 a.C.) - Amuleti in foienee, pasta vitrea e pietra di epoca varia.

4 Sala :attigua alla Sala Egizia 
E' quella contenente il Trittico di Bicci di Lorenzo raffigurante Madonna col Bambino, Angeli e Santi, altra Madonna col Bambino e Angeli di Mariotto di Nardo (1415-20 circa) e stessa immagine di Cenni di Francesco (1375-1380 circa). 
Di notevole interesse artistico Madonna orante - mosaico (X11-X111 sec.) -Arte Toscana.

5 Sala: Quadri e stampe dei sec. XVIII
Pregevole cassettone del XVII sec. con piano in commesso di pietre dure, parti di stipo tedesco fine sec. XVI. 
Alle pareti grandi quadri del sec. XVIII.

6 Sala: Camera Giovan Battista Tommasi - gran maestro dell'Ordine di Malta. 
Passando dalla 6 a alla 7 a sala, sono ben collocati in ampie nicchie murali oggetti in avorio finemente lavorati provenienti dall'Oriente, dalla Cina, particolarmente interessante la grande scacchiera in avorio.

7 Sala: Ampia vetrina con livree di Casa Tommasi (sec. XVII1-XIX) 
Raccolta di spade e alabarde e un massiccio forziere del sec. XVIII.

8 Sala: Sala Medicea 
Con un bel soffitto a cassettoni e stalli cinquecenteschi alle pareti, è adibita ad incontri culturali. Alle pareti i quadri dei Lucumoni o Presidenti dell'Accademia Etrusca (sec. XVIII-XIX).

9 Sala: Sala delle Medaglie
Contenente ampie bacheche e vetrine con medaglioni, medaglie di varie epoche tra le quali due del Pisanello (XV sec.) con Leonello d'Este e Sigismondo Pandolfo Malatesta, ampia raccolta di monete etrusche e romane donate all'Accademia Etrusca da Marcello Venuti (1748) -, ceramiche giapponesi del sec. XIX, ceramiche cinesi del XVIII sec., - vassoi Ginori di Doccia (1740- 1750).

10 Sala: Tempietto Ginori 
Vi spicca il barocco Tempietto Ginori in porcellana donato all'Accademia Etrusca nel 1756 dal marchese Carlo Ginori in occasione della sua nomina a Lucumone. L'opera fu eseguita nel 1737 nella fabbrica di porcellane di Doccia. Il tempietto, di squisito gusto rococò, è tra i massimi capolavori del genere sia per l'originale inventiva dell'impianto che per l'accurata qualità della fattura. E' ornato da gruppi allegorici rappresentanti le Parche e il Tempo in alto, la Fortezza, la Prudenza, la Concordia e la Purezza in basso. Il Mercu rio alato collocato alla sommità è ispirato dal noto lavoro dei Giambologna. Sono inoltre applicati 76 medaglioni con i ritratti dei personaggi della Casa Medici. 
Due globi celesti sono di Silvestro Moroncelli (1652-1719). 
Nella parete di fondo è collocata la famosa e discussa Musa Polimnia, tavoletta di ardesia (0,385x0,330) dipin ta ad encausto (1 sec. d.C.?).

11Sala: Sala Romana
L'ampia vetrina al centro contiene candelabro in bronzo etrusco (V sec. a.C.), brocchetta in bronzo (450 a.C.), asce puntali di lancia, età del Bronzo-Ferro, fibule di varia forma, specchi etruschi in bronzo (sec. IV-III a.C.), oggetti decorativi in bronzo di epoca romana. 
Nelle vetrine di fronte all'entrata: statuette votive in terracotta (IV-Il sec. a.C.), unguentari romani in vetro (I-II sec. d.C.), ampia raccolta di lucerne (II- III sec. d.C.), alla parete destra entrando ben sistemate numerose epigrafi di epoca romana su marmo. 
Nella vetrina sinistra decorazioni architettoniche (III-II sec. a.C.) e tabelle bronzee (I-III sec. d.C.), statuetta di Ecate in alabastro del I sec. d.C.

12 Sala: Sala Etrusca
A sinistra e a destra entrando numerose Urne Cinerarie in marmo, terracotta, alabastro di varie dimensioni, di cui molte presentano scene mitologiche sul davanti e figure di defunti sopra i coperchi, frequenti anche le iscrizioni sul bordo di questi. Alcune urne sono di età ellenistica. Nella prima vetrina entrando: ceramica a vernice nera dell'Etruria (IV-II sec. a.C.), cratere a Colonnette Apulo (I metà del IV sec. a.C.), cratere a Campana (stessa epoca), lebete Nunziale Campano (stessa epoca). 
Seconda vetrina: Ciotola primitiva età del bronzo (III millennio avanti Cristo), Oinochoe, Italo geometrica (prima metà VII sec. a.C.), Ceramiche etrusco-corinzie, Oinochoe a figure rosse (metà V sec. a.C.), "Skyphoi" a figure rosse (metà V sec. a.C.), ceramica attica e anfora attica di tipo tirrenico. 
Terza vetrina: vasi in Bucchero sottile (VI sec. a.C.), Ollette e coperchi di Bucchero sottile (stessa epoca), Foculo in Bucchero pesante con decorazione a rilievo (VI-V sec. a.C.), grande anfora in Bucchero grigio con decorazione a rilievo (stessa epoca), eleganti calici in Bucchero con decorazione a cilindretto (II metà VI sec. a.C.)

13 Sala: Sala Severini 
Qui sono conservate, assieme a numerose opere, manoscritti e pubblicazioni dell'artista ed un ritratto di Severini, opera dello scultore Nino Franchina (1941).

Eremo le Celle - Chiesa di S. Francesco

Così si chiama l'eremo francescano che si trova a cinque chilometri da Cortona, a m. 550 s.l.m. alle falde del monte S. Egidio. 
Il bosco lo affoga nell'incanto della natura; il Fosso dei Cappuccini ora non più precipitoso come in passato, crea l'armonia per un ambiente meraviglioso. 
S. Francesco, frate Elia, il B. Guido, il B. Vito dei Viti ed altri seguaci del santo costruirono le prime nove celle nel 1211. 
Fr. Elia ingrandì l'edificio nel 1332 perchè i frati aumentavano di numero. 
S. Francesco vi sostò ben quattro volte, cioè prima e dopo la quresima del 1211, tornando dalla Spagna nel 1215 e tornando da Siena nel 1226, prima di morire ad Assisi. 
Nel 1304 fu occupato dai Fraticelli che per la condanna da parte della Chiesa furono scomunicati nel 1318 e cacciati dalle Celle. 
Intorno al 1530 il Convento fu consegnato al PP. Cappucini di recente fondazione, i quali ingrandirono tutto, dandogli l'aspetto che ha oggi. 
Nel 1590 e nel 1645 vi furono tenuti due Capitoli Provinciali dell'Ordine. 
Nel 1775 per ordine granducale fu chiuso il noviziato. 
Nel 1707 e 1810 il convento fu soppresso dal governo napoleonico e nel 1866 dal governo italiano. 
Oltre i santi citati vi abitarono S. Bonaventura, S. Leonardo da Brindisi, il Card. Barberini ecc. 
Scopo delle visite turistiche però è rimasta soprattutto la Cella di S. Francesco. E' di forma rettangolare e misura m. 1,80 x 2,5 ed è alta m. 1,90. Conserva ancora il letto di legno su cui il s'anto dormiva, un'antica clessidra e la copia di un quadro rappresentante la Madonna con Bambino dinanzi al quale pregava S. Francesco l'originale fu rubato il 18 gennaio 1972. 
Una piccola finestrella fa vedere nella parte opposta del torrente il luogo dove fu costruita la cella del B. Guido, distrutta in seguito dalla piena. 
L'oratorio antistante la cella di S. Francesco servì da dormitorio ai suoi compagni.

Nella Chiesa si conserva la pala dell'altare maggiore rappresentante la Madonna e Santi, opera di Giovanni Marraci (1637-1703). Questa copre un prezioso reliquario regalato dal Vescovo di Cortona Mons. Ugolino Carlini nel 1846. Altra pala da altare raffigurante la Madonnla col Bambino e S. Felice da Cantalice si conserva sull'altare a destra entrando; è opera del pittore Carlino Dolci. 
Nel refettorio si può ammirare una bellissima Deposizione in legno di Giovanni Curradi da Rovezzano, allievo del Giambologna. Fu eseguita nel 1635. 
La campana è di Nicolò Bondi, senza data. 
Il Convento delle Celle resta ancor oggi uno dei più attraenti per la singolarità della sua posizione, per il silenzio, lo spettacolo della natura, il misticismo, il contatto col divino

I Palazzi

Palazzo Comunale (XII secolo) Si ha notizia che il Palazzo Comunale esisteva già nel 1241, perché un diploma del Re Enzo, figlio dell'Imperatore Federico Il è datato "Apud Corto- nium in palatio comunitatis eiusdem, anno 1241". Distrutto da un incendio fu ricostruito, ma rimaneggiato dall'intervento di Maestro Tuto nel 1275. Solo nel corso del secolo XVI furono aggiunte alla costruzione originale l'ampia scalinata e la torre campanaria. Interessante il balcone che domina Piazza della Repubblica nella quale un tempo si trovava un'antica fontana simile alla Fontana Maggiore di Perugia, distrutta nel 1550. Interessante la statua del "Marzocco" raffigurante un leone che appoggia la zampa destra sul giglio, emblema della Signoria Medicea, risalente al 1508. 
Sulla parte dell'edificio che si affaccia su Piazza Signorelli si trova la sala del consiglio questa appartiene al nucleo duecentesco. Interessante il soffitto a travi dipinte e nella parete di fondo un artistico camino in pietra del XVI secolo proveniente da Palazzo Sernini. 
E' un salone molto suggestivo non solo per gli affreschi della parete di fondo a cui fanno riscontro quelle laterali prive di intonaco e costituite da pietra serena a vista.
Sempre nel lato destro del Palazzo Comunale da notare la caratteristica scalinata in pietra serena gi gusto tipicamente medioevale e gli archi s sesto acuto nella parte inferiore


Palazzo Fierli Petrella Al n. 25 di Via Benedetti sulla sinistra troviamo Palazzo Fierli Petrella già detto dei Tommasoni da un ramo della nobile famiglia dei Tommasi del Boscia. É il più grande edificio sorto nella cosidetta "spina" ed uno dei più maestosi di Cortona. Esso venne costruito nel Quattrocento e risulta dall'accorpamento di costruzioni preesistenti; ma pur rimanendo in essere l'impianto quattrocentesco fu nel tardo Cinquecento che l'edificio ricevette l'aspetto attuale. Il Della Cella fa il nome di Filippo Berrettini, ma non sembra esserne convinto poiché scrive: "in questo 'lavoro si scostò dal suo stile abituale". Il palazzo grandioso e imponente è a pianta quadrangolare, con cortile interno e lato posteriore in piazza Signorelli (nn. 23-25). La facciata era aperta a pianterreno da una serie di nove arcate a bugnato, ora tamponate, su muro dì bozze di pietra. L'alzato ha sopra il pianterreno un mezzanino, due piani nobili con finestre archivoltate e ultimo piano di servizio. Il Salmí segnalava arpioni, torciere e portastanghe cinquecentesche ed una lunetta in ferro battuto, sul portone, del Settecento. Questa si vede tutt’oggi ed è di una eleganza perfetta.
Palazzo Passerini (XIII Secolo) Palazzo Passerini si affaccia nella piazzetta che sovrasta Piazza della Repubblica. Originariamente Palazzo del Capitano del Popolo, fu costruito nel XII secolo come sede dei Capitani del Popolo che rappresentavano "i tribuni della plebe" in quel periodo. 
Fornito di un'imponente torre che in seguito fu distrutta. Fu donato nel 1514 dai Capitani del Popolo al Cardinale Silvio Passerini che si preoccupò di ristrutturarlo con gusto prettamente rinascimentale. Furono eseguite numerose e pregevoli decorazioni a cui collaborò Guglielmo de Marcillat. Si ha notizia che nel 1515 Leone X visitando la città fosse lì ospitato

Palazzo Sernini-Mancini Costruzione rinascimentale, opera di Giovan Battista di Cristofano Infregliati, detto il Cristofanello, iniziato nel 1533 da un Laparelli. Il basamento, in pietre scalpellate, ha le finestrelle per gli ambienti seminterrati e termina con una cornice rientrante, sulla quale si innalzano i pilastri di cinque finte arcate semi circolari con gli stipiti e la curvatura a bugne lisce della porta d'ingresso e delle finestre. Ricchi cornicioni sottostanno alle finestre semicircolari a bugne lisce del primo piano, al parapetto della loggia che forma il secondo piano e alla tettoia. Decorano la loggia dieci colonne architravate in piano e sei pilastrini, che ripiombano sui mezzi pilastri basati sopra mensole poco sporgenti poste sotto il cornicione del primo piano. Sebbene chiusa la loggia risulta di grande effetto architettonico
Palazzo Vescovile Sorge sulla destra della piazza, sistemata a lieve pendio e che in antico aveva il piano di calpestio ad un livello più basso; e sorge sul lato destro della Cattedrale.
All'esterno il palazzo vescovile sì presenta come un blocco compatto, di forma rettangolare, semplicissimo nell'aspetto: pianterreno, due piani superiori, finestratura normale. Soltanto la facciata principale su Piazza del Duomo mostra oltre gli accennati resti medioevali (pilastri e archi) un armonioso portale cinquecentesco sormontato da alcuni stemmi vescovili tra i quali il più grande è quello Passerini nell'antica foggia (un bue ritto su tre monti). Il portale come mostra lo stemma appostovi fu fatto costruire dal vescovo Ricasoli (15381560). Un altro stemma, marmoreo, è del vescovo Corbelli (18961901) originario di Cegliolo: campo diviso in verticale attraversato obliquamente da una fascia con sopra e sotto una stella a sei punte.
Nella facciata prospettante su Via Vagnotti si vedono murate due lapidi in marmo con iscrizioni dettate, dice il Fabbrini, dall'abate Lanzi e che ricordano la visita a Cortona di M. Luisa infante di Spagna e regina d'Etruria nel 1803 e i lavori di ripulitura e restauro del palazzo fatti eseguire per l'occasione dal vescovo F. Ganucci. Sopra la porta d'ingresso si vede lo stemma del vescovo LaparelliPitti: metà dello stemma è dei Laparelli (giglio nella parte superiore e sbarre verticali in quella inferiore) e l'altra metà è dei Pitti (campo tutto a onde).
L'interno dei palazzo è molto semplice; vi si trovano alcune sale, non molto vaste: sala Gialla, sala Verde, sala del Caminetto, sala dei Trono ... La più vasta, quella del trono vescovile, ornata con gli stemmi e i nomi dei vescovi cortonesi è la sala delle udienze; la sala Gialla è quella d'incontro con gli ospiti dì riguardo ... La cappella come oggi si vede fu fatta fare dal vescovo Carlini (18291847); ed è stata di recente affrescata per incarico di Mons. Franciolini dal pittore amalfitano Ignazio Lucibello (1904-1970).

 

Le Chiese

Chiesa di S. Domenico
E' fuori delle mura della città, all'inizio dei giardini pubblici. Nel 1230 si iniziò a costruire una piccola chiesa, finita nel 1314. In seguito diventò refettorio del convento, di cui l'ampliamento fu terminato nel 1320. Era frequentata dalle terziarie domenicane che non erano tenute a comporre la cronaca della loro attività e di cui perciò non si hanno notizie. 
Solo verso il 1400 fu acquistato il terreno dove fu costruita la chiesa attuale, terminata nel 1438. 
Fu costruita fuori delle mura perchè allora tra i due ordini mendicanti, francescano e domenicano, c'era in pratica un tacito accordo che, per evitare invadenze e attriti, prevedeva che uno si situasse fuori dalla città e l'altro dentro. A Cortona i francescani erano notoriamente padroni della situazione, e perciò ai domenicani non restò che un tratto di terreno fuori porta Peccioverandi. 
Della chiesa gotico - monastica quattrocentesca si vedono ancora i finestroni, affreschi e tratti di muro anche all'esterno. 
Nel 1557 la chiesa subì gravi danni per favorire le fortificazioni della città eseguite da Gabrio Serbelloni da Milano, architetto anche della Fortezza. 
Nel 1594 finivano i lavori di restauro; nel 1596 fu rifatto il pavimento e imbiancate le pareti, in precedenza affrescate. 
Sul lato destro della chiesa era il convento dei domenicani dove avevano abitato anche S. Antonino Vescovo di Firenze ed il Beato Angelico, grande pittore. 
Il 5 giugno 1786 fu soppresso il convento con decreto granducale. Dal 1778 al 1800 vi abitarono i Servi di Maria, poi la chiesa rimase in abbandono. 
Nel 1810 il Vescovo di Cortona Niccolò Laparelli ne iniziò il restauro.

Negli anni 1818 e 1819 furono distrutti due terzi del convento per dare luogo ai giardini pubblici detti il "Parterre" realizzati dai soldati napoleonici. Dopo la guerra 1915 - 18 vi fu costruito il Monumento ai Caduti, opera dello scultore cortonese Delfo Paoletti (1895 - 1975). 
La chiesa attuale è larga m. 13 e lunga fino all'altare m. 33. Gli altari furono costruiti su disegno di Ascanio Covatti cortonese (m. 1632). Da destra entrando si vedono una Deposizione, dipinta da Baccio Bonetti cortonese (1588-1645), sintesi della Deposizione di L. Signorelli conservata nel Museo Diocesano; un bel crocifisso del '500 sul primo altare; un'affresco restaurato del '400; sul terzo altare una pala di scuola signorelliana.
L'organo fu costruito nel 1547 da M° Luca di Bernardino Boni del Cianciulla di Cortona; fu restaurato nel 1597 dal cortonese Luzio Romani. 
La tavola dell'abside destra è di Luca Signorelli; rappresenta la Madonna e Santi. 
L'ancona dell'altar maggiore è una bellissima opera di Lorenzo Gerini, donata da Cosimo e Lorenzo de' Medici nel 1440. Sotto l'altare si conserva il corpo del B. Pietro Capucci (1390-1445). 
Ridiscendendo, sulla parete sinistra si trova una tavola di Bartolomeo della Gatta (1491), rappresentante l'Assunzione; alcune figure furono aggiunte nel 1788. 
La lunetta, affrescata dal Beato Angelico (1387-1455), è stata trasferita qui dalla facciata della chiesa durante il restauro più recente. 
L'Assunta del primo altare è di Jacopo Negretti detto Palma il Giova- ne (1544-1628). 
Seguono un altro affresco della chiesa quattrocentesca, recentemente restaurato; una Circoncisione, di Domenico Cresti detto il Passignano (1560-1636); una settecentesca S. Caterina di Ernesto Amandoli cortonese. 
Una campana è firmata Recubl. Dominicus di Agubio - 1355; un'altra è di Luca Biondi di Cortona, 1422; la piccola non porta nè data ne autore

Chiesa di S. Michele Arcangelo

Ai piedi del bellissimo colle che inizia a degradare dolcemente dalle mura di Cortona verso la verde Val D'Esse, ricoperto da vigneti e uliveti, alberi secolari, splendide ville, e tanti cipressi, che conferiscono al paesaggio un'atmosfera di grande serenità e misticismo, sorge una delle più belle e antiche chiese delle vallate aretine, dedicata a S.Michele Arcangelo. 
Le origini di questa chiesa sono antichissime. Nei primi secoli dell'impero Romano, Cortona era una città fiorente e ricca, e come ci ricorda lo scrittore romano Plinio il vecchio, era uno dei 38 municipi in cui era divisa l'Etruria. La sua campagna era coltivata e curata con amore e passione, e solcata da splendide vie.
La zona della Val D'Esse, dove sorge la Chiesa, apparteneva ad una nobilissima famiglia romana, la Gens Metellia, che ha lasciato il suo nome a questo luogo: Metelliano. Nei documenti ed anche al presente, questa chiesa è chiamata così: Chiesa di S.Michele Arcangelo in Villa di Metelliano, o più brevemente S. Angelo in Villa di Metelliano. 
Al lato della chiesa vi passava una via romana, che come vedremo in seguito, diverrà la via più importante di tutta la zona. Gli agricoltori, dove ora sorge la chiesa, vi avevano eretto un tempio dedicato al Dio Bacco, Dio del vino, della gioia, delle feste popolari, le più importanti delle quali venivano chiamate "Baccanali". Il tempio era situato più o meno al centro della chiesa. 
Il 13 Giugno 313, l'imperatore Costantino con un famoso editto, riconobbe il cristianesimo come libera religione e pose fine a secoli di persecuzioni che aveva costretto i cristiani alle catacombe e al nascondimento. Il mondo cristiano fu pervaso da un'ondata di grande entusiasmo, che portò come prima cosa ad edificare chiese come casa di Dio e centro della comunità cristiana. Sorsero così splendide basiliche nelle grandi città dell'impero romano, come piccole e modeste chiese dovunque: nei colli, nelle vallate, nelle grandi pianure... 
Nei secoli IV - V gli abitanti di questa zona si erano convertiti al cristianesimo, come del resto era avvenuto un po' in tutta l'Italia, e trasformarono questo piccolo tempio di Bacco che non serviva più, in una chiesetta cristiana. Vi sono due prove molto attendibili: 
1) Il Dio Bacco veniva chiamato dalla gente di campagna col nome di Succhio, dal latino sucus che significa bevanda, vino, quindi Dio del vino, e anche il tempio veniva indicato con lo stesso nome: Succhio. Nel ricordo di questo nome, anche la chiesa che sarà costruita su di esso, verrà chiamata in tutti i documenti fino ad oltre il 1300, S. Michele Arcangelo al Succhio, o più brevemente S. Angelo al Succhio, ed in alcuni documenti è indicata solo col nome di Succhio. Così nello statuto di Cortona dell'anno 1325, nel capitolo XVII si legge che il comune distribuiva annualmente "lire 45 per candele da accendere all'elevazione dell'ostia tra sedici chiese urbane ed alle rurali di Fieri, Targia, Succhio, Santa Lucia a Loreto e Marignano". La chiesa nominata semplicemente col nome "Succhio" era S.Angelo al Succhio cioè questa chiesa, che così veniva chiamata perché appunto edificata su di un tempio pagano dedicata al Dio Bacco-Succhio.
2) Nel 1960 le Belle Arti di Arezzo, quasi al centro della chiesa attuale, dove ora c'è una grata, fecero fare degli scavi per vedere che cosa nascondeva il pavimento. Trovarono un ampio vano sorretto da archi in mattoni, adibito a cimitero: nel medio evo, era usanza seppellire i defunti sotto il pavimento delle chiese. Ma come cosa più importante, trovarono 13 reperti in pietra lavorati con diversi simboli e fregi, che certamente erano di provenienza di questa chiesa paleocristiana del IV - V secolo. Vi sono riprodotti simboli della liturgia paleocristiana e romana: tracci di vite e grappoli d'uva, cerchi, quadrilateri, serti di rami a corolla con sovraimpresso un reticolo di x continui. In più prelevarono altre tre lastre trovate fra le tombe, che recavano anch'essi dei simboli. Il tutto è visibile in fondo alla chiesa: essi sono attaccati alle pareti vicino al portone d'ingresso. Lo studioso M. Fatucchi nella sua opera "Scultura altomedioevale dell'antica diocesi d'Arezzo", cita per il Cortonese come di epoca romana, una trentina di pezzi della chiesa di S.Vincenzo, vecchio duomo di Cortona, ora non più esistente, 13 pezzi della Chiesa di S.Michele Arcangelo a Metelliano, 6 frammenti dell'Abbazia di Farneta, ed uno di S.Martino a Bocena. I 13 pezzi citati dal predetto autore sono quelli in fondo alla chiesa: sono povere cose, ma pur sempre capaci di trasmettere un messaggio di storia e cultura. Molto probabilmente appartiene a quella prima chiesa, anche la semplice e bella acquasantiera consunta dal tempo, posta all'ingresso. 
Come sarà stata questa chiesetta costruita sul tempio pagano? È difficile poterlo immaginare. Non era grande, forse neppure ricca, ma certo resa bella presso il Signore dalla fede ardente di quelle primitive comunità cristiane. 
Anche Cortona con il suo territorio, caduto l'Impero Romano, conobbe l'invasione dei barbari e secoli di guerre con distruzioni, spopolamento e sofferenze d'ogni genere: Goti, Bizantini, e infine i Longobardi che conquistarono Arezzo e Cortona intorno al 599. Proprio in quell'anno risulta da alcuni documenti, che il re Longobardo Agilulfo, marito delle regina cattolica Teodolinda, concesse dei privilegi al Vescovo di Arezzo e Cortona, Innocenzo. Ormai i Longobardi giunti in Toscana intorno al 575, si erano ammansiti ed era cominciata la loro conversione al cattolicesimo e la fusione con le popolazioni locali, favorita dal grande Pontefice Gregorio Magno e da Teodolinda. 
I Longobardi che occuparono la Val D'Esse, trovarono questa chiesa paleocristiana. Essa era piccola e forse anche in cattive condizioni. La demolirono e al suo posto ne costruirono una molto più grande. A pochi metri dalla vecchia chiesa, era stata costruita una torre di osservazione, posta lungo la via romana, poi divenuta via medioevale. Essa serviva a controllare i movimenti delle bande nemiche che dalla Valdichiana o dalla ValD'Esse si avvicinavano a Cortona e tentavano di chiudere gli accessi alla città. I costruttori longobardi, appoggiarono la nuova chiesa a questa torre che divenne la parte frontale delle chiesa, ed in essa vi aprirono il portone d'ingresso. La presenza di questa torre ci viene assicurata all'interno delle chiesa da due grossi muri che non potevano avere altro scopo che sorreggere un peso enorme di due tre e forse quattro piani, secondo l'altezza della torre. Essa divenne torre campanaria fino al 1439, quando fu demolita perchè pericolante e sostituita dal campanile a vela, tutt'ora esistente. Il vuoto lasciato all'esterno dalla sua demolizione fu ricostruito non a filaretto come il resto della chiesa, ma con pietre normali, per dire che non era il muro originario. Della torre è rimasta la prima stanza sopra l'ingresso, dove è visibile all'interno della chiesa, una piccola porta-finestra. Com'era la chiesa Longobarda e che cosa è rimasto di essa? Secondo studi recenti specialmente dell'Architetto prof. Giacomo Gioannini, la chiesa doveva avere la dimensione dell'attuale, ma leggermente più corta. Essa terminava all'inizio del muro della torre, e quindi senza le due cappelle laterali, per cui la torre non doveva essere inglobata come ora nella chiesa, ma esterna ad essa. La chiesa aveva tre absidi ma una sola navata, i muri perimetrali erano più bassi ed era coperta a capanna con due soli spioventi. In questo modo si spiegherebbero molte cose: perchè le lesene che hanno solo funzione decorativa non arrivano fino al tetto, e perchè nella parte alta vicino al tetto il muro esterno presenti vari rifacimenti piuttosto rozzi, come se fosse stato rialzato. 
Le due absidi laterali sono le cose più belle e importanti che rimangono della chiesa Longobarda. Esse sono ben diverse da quella centrale che è in puro stile preromanico. Esse hanno le splendide monofore a doppio arco, e all'esterno sono decorate con archetti ciechi, decorazione in uso dal VI - X secolo. Al posto dei vetri, come le altre monofore, hanno una sottile lastra di alabastro oniciato di Volterra. Esse sono rimaste intatte attraverso i secoli. Per la loro antichità, sec.VII, semplicità, e bellezza, sono dei veri gioielli, riportati spesso in importanti pubblicazioni su monumenti romanici e preromanici. 
Il popolo Longobardo, una volta convertitosi al cristianesimo, aveva scelto come protettore l'Arcangelo Michele, che la Sacra Scrittura ci presenta come il principe celeste che riportò la grande vittoria in cielo contro satana e gli altri angeli ribelli. I Longobardi, popolo guerriero, si sentivano molto vicini a questo grande condottiero. Il Re Cuniberto (667-687) fece dipingere l'effigie di S.Michele Arcangelo sulla bandiera dei Longobardi. A lui dedicarono una basilica a Pavia dove furono coronati vari Re d'Italia, e a Lui dedicarono quasi tutte le chiese da loro costruite. Così anche questa chiesa fu dedicata a S.Michele Arcangelo nel VII secolo, data della sua costruzione.

La prima volta che la chiesa di S.Michele Arcangelo viene citata nei documenti è nel 1014, nei Privilegi a favore dell'Abate di Farneta dato in quell'anno da Enrico II, Imperatore di Germania, per confermare nella proprietà i beni spettanti a quell'Abbazia. L'originale di quel privilegio si conserva nell'Archivio di Stato di Arezzo. In esso è detto fra le altre moltissime cose: "Nel nome della Santissima ed indivisibile Trinità, io Enrico, per divina clemenza Augusto Imperatore dei Romani... mi degno di accordare e confermare... al predetto venerabile Cenobio (Abbazia di Farneta) e al presente Abate e ai suoi successori, ... concediamo, diamo... la Chiesa di S. Angelo con tutte le sue pertinenze" Si noti come la Chiesa nei documenti, per brevità, viene quasi sempre citata come chiesa di S.Angelo 
L'unica via romana rimasta intatta in questa zona, era quella che congiungeva Firenze - Arezzo - Perugia - Roma, costeggiando le colline ad oriente della Valdichiana non invasa dalle paludi. Questa strada saliva a Cortona, poi scendeva verso la Val D'Esse toccando il lato occidentale della chiesa di S.Michele Arcangelo, proseguendo poi per Perugia, Assisi, Roma. Nel Medioevo questa strada assunse un'importanza grandissima. Su di essa passò una folla immensa di pellegrini che dal Nord Italia e anche dal Nord Europa, si recavano ad Assisi e Roma. Per essa transitarono eserciti di soldati, bande di ventura, gente umile del popolo come gente nobile e importante: condottieri, re, regine, conti, mercanti, studiosi.... e anche tanti santi. 
Nel secolo XI un grande architetto svolse la sua opera nella diocesi di Arezzo, che allora comprendeva anche Cortona, costruendo numerose e splendide chiese. Nei documenti viene chiamato Maginardo Aretino. Un documento riferisce che nel 1019 si trovava a Ravenna per studiare gli splendidi monumenti bizantini di quella città. Egli unì e fuse mirabilmente la tradizione protoromanica aretina con quella dei maestri lombardi, e quella bizantina. In quel periodo furono vescovi d'Arezzo: Elemperto dal 986 al 1010, Guglielmo dal 1010 al 1013, Adalberto dal 1014 al 1023, e Teobaldo dal 1023 al 1036. Egli lavorò sotto di essi, e realizzò la sua opera più importante, il Duomo di Arezzo sul colle di Pionta, che purtroppo non esiste più perchè andato distrutto durante una guerra fra Aretini e Fiorentini. Il Duomo fu terminata nel 1032. È molto probabile che ultimato il Duomo, egli fosse chiamato dai monaci di Farneta a ristrutturare questa chiesa per due motivi: dare ai pellegrini che in gran numero transitavano per quell'importantissima via medioevale che passava al lato della chiesa, l'opportunità di pregare in uno splendido tempio dedicato a S.Michele Arcangelo, a quei tempi il grande personaggio biblico più amato e venerato dal popolo cristiano dopo Maria Santissima, e forse anche perchè la chiesa era in precarie condizioni. 
Solo un grande artista poteva donarci un monumento dalle linee architettoniche così perfette. Egli lasciò intatte le due absidi laterali, ricostruì quella centrale adornandola con i tre bellissimi archi trionfali in pietra, l'allungò di alcuni metri inglobando la torre, e le diede la forma basilicale. È lunga m. 28,50 e larga m.10,80. La pianta, come già accennato, è a forma basilicale, senza transetto e cripta. L'interno è a tre navate; quella centrale è più alta delle altre e larga il doppio. Ogni navata termina con un abside semicircolare contenente un altare. Il presbiterio è leggermente rialzato. Le tre navate sono divise da archi a tutto sesto sorretti da possenti pilastri alternati a esili colonne ottagonali. Le colonne e i capitelli delle colonne, a piramide tronca rovesciata, sono elementi di derivazione bizantino-ravennate. Così il protoromanico e il bizantino si alternano e si uniformano, con grazia, con scioltezza e con genialità, che le conferiscono caratteristiche uniche in Toscana e altrove. 
Varcato il modesto portale e superato il vestibolo si può ammirare tutta la bellezza e lo splendore di questa chiesa, con le sue linee architettoniche perfette, semplici, armoniose, mentre un gioco di ombre e di luci che si riflette sulla nuda pietra accoglie il visitatore, creando un'atmosfera di grande raccoglimento e misticismo. 
Tutti gli studiosi di arte medioevale ammettono che questa chiesa risale al sec. XI. Se poi accettiamo la tesi che è stata ricostruita da Maginardo Aretino, può essere datata fra il 1030 e il 1040, dopo che l'artista aveva terminato nel 1032 il Duomo di Arezzo. 
COSE DA NOTARE ALL'INTERNO
1) I 13 reperti in pietra appesi alle pareti vicino all'entrata della chiesa appartenenti alla primitiva chiesa paleocristiana, a cui se ne aggiungono altri tre trovati nel cimitero sotto il pavimento della chiesa. 
2) I possenti muri all'ingresso che sorreggevano la torre di cui è rimasta la prima stanza indicata da una porta finestra all'interno della chiesa. La cappella dedicata a S.Michele Arcangelo sulla destra, e la cappella col fonte battesimale sulla sinistra. 
3) L'acquasantiera in pietra consumata dal tempo, forse appartenente alla primitiva chiesa paleocristiana.
4) Lo scavo fatto nel 1960 ricoperto da una grata, posto a circa metà della chiesa sulla destra. Notare l'arco in mattoni visibile dalla grata. La chiesa sotto il pavimento è formata da una grande stanza sorretta da archi uguali a quello, adibita nel medioevo a cimitero. 
5) Notare la diversità delle colonne, soprattutto nel basamento, e questo perchè fu adoperato materiale di recupero. 
6) Notare la diversità delle due absidi laterali da quella centrale. Le monofore o finestre delle absidi laterali del VII secolo hanno doppia arcatura, colonnette, sono molto elaborate e bellissime, mentre la monofora dell'abside centrale del secolo XI, è in puro stile preromanico, semplice e disadorna. 
7) I due confessionali sono del 1600. Le stazioni della Via Crucis in terracotta sono opera dell'artista cortonese-romana Donatella Marchini.
COSE DA NOTARE ALL'ESTERNO 
1) La facciata è di una estrema semplicità e di chiara derivazione bizantina. Sopra il portale vi è un grazioso arco con 26 pietre e colonnine pensili.
2) Le lesene, elemento decorativo che modulano i muri laterali e le absidi, si elevano dal suolo fino a raggiungere la gronda. 
3) Di particolare importanza sono le due lunette timpanate sopra le porte laterali che si aprivano sui fianchi della chiesa ed ora chiuse. Di squisita fattura sono gli archetti che le racchiudono. Le lunette sono dei veri capolavori di scultura con la loro decorazione simbolica che richiama motivi paleocristiani. Molti studiosi pensano che queste lunette non siano state fatte per questa chiesa, anche perchè sono simili ma non uguali, ma che appartenessero alla precedente chiesa longobarda, o molto più probabilmente alla piccola chiesa paleocristiana del IV-V secolo. 
4) La parte absidale è la parte più bella della chiesa, e necessita di restauri urgenti. Anche qui notare la diversità fra l'abside centrale e quelle laterali, decorate con archetti ciechi in cotto, decorazioni in uso, come già accennato, dal VI al X secolo. 
5) Le due campane sono una del 1504 e una del 1754.
Come tutte le chiese antiche, anche S.Michele Arcangelo, ha conosciuto momenti di splendore e momenti di decadenza, ma architettonicamente è rimasta invariata. L'unica cosa aggiunta sono le due finestre vicino alle absidi. Sono datate 1674 e sono piuttosto brutte. Fu dichiarata monumento nazionale nel 1907.
Questa chiesa splendida nella sua semplicità ed armonia, parla all'animo del visitatore un linguaggio che non è solo quello dell'arte e della storia, ma è anche e soprattutto quello del raccoglimento e della preghiera. Qui hanno sostato e pregato i più grandi Santi: S. Francesco D'Assisi, S. Antonio da Padova, S. Bonaventura, S. Domenico, S. Margherita... quando nei loro frequenti viaggi passavano dinanzi ad essa, uniti da un immenso amore e devozione a S. Michele Arcangelo. 
Le sue penombre, i suoi silenzi, mentre riportano l'eco di una civiltà lontana, invitano alla meditazione e al colloquio con Dio. E da circa mille anni, le sue pietre antiche e spoglie accolgono, e quasi suggeriscono, la preghiera di quanti si rivolgono con fede all'Arcangelo Michele.

Chiesa di S. Francesco

Bagno della regina", o "Tagliata", o "Spacco della Regina" che richiama alla memoria. la. "Tagliata di orbetello. I Romani più tardi vi costruirono i bagni pubblici e forse un tempio pagano.
Nel sec. XIII faceva parte della Porta di S. Cristoforo essendo la città divisa allora in "Porte" anzichè in "Quartieri".
In quello stesso tempo ne erano, proprietari, i monaci bendettini di S. Egidio che vendettero in data 5 dicembre 1244 il "Bagno della Regina" al Comune di Cortona che a sua volta lo vendette a F. Elia da Cortona, il successore di S. Francesco nell'amministrazione Dell'Ordine. Il contratto fu firmato il 23 gennaio 1245 e si crede che in quello stesso anno fr. Elia abbia iniziato, i lavori per la costruzione della seconda chiesa dopo quella di Assisi, dedicata al Santo.
Precedentemente vi aveva costruito il primo nucleo del Convento dove trasferì nel 1250 buona parte della Comunità che era alle Celle. 
La nuova chiesa era lunga m. 43,14 dalla porta centrale all'arco del l'altare maggiore, e larga m. 15, 16. 
Fu costruita in pietra concia, in stile gotico, a forma rettangolare, con travi scoperte, volte a crociera a sesto acuto, finestre bifore e acuminate. Fu aperta al culto il 7 maggio 1254, un anno dopo la morte di fr. Elia che fu sepolto nel coro. Nella recente riesumazione delle sue ossa, il 13 agosto 1966, l'esame scientifico ha tolto ogni dubbio sulla loro autenticità. 
Sotto la chiesa era sistemato l'Oratorio della Compagnia del Laudesi frequentato anche da S. Margherita. 
Nel 1573 la Compagnia fu soppressa; l'Oratorio fu riempito di terra e adibito a sepolture, tra cui si crede che vi sia anche quella di Luca Signorelli. 
Nel 1596 la chiesa subì una notevole trasformazione. Molti finestroni gotici furono sostituiti con quelli rettangolari che si vedono nella parete destra e nel coro; sulla parete sinistra furono chiusi del tutto. 
Nel 1466, M° Lorenzo di Giacomolda Prato costruì l'organo, che fu restaurato dal cortonese M° Dionigi di Agostino Romani nel 1603 - 1605. Quasi completamente distrutto durante la guerra 1940 - 44, non è più funzionante. 
Degli altari sulla destra, il primo è di Mariotto Radi cortonese (1609), con pala di Nicola Monti pistoiese;la secondo ha una pala dipinta dal fiorentino Orazio Fidani: il terzo è di Augusto Radi (1606) con pala di Andrea Commodi (1609); il quarto, del 1596, ha una pala di Lodovico Cardi detto il Cigoli (1597). 
Il quadro sull'altare nella crociera è opera del senese Francesco Rustici detto il Rustichino (1625); rappresenta la Madonna tra angeli ed i santi Francesco, Margherita e Nicola. 
La cappella nello sfondo a destra contiene, sulla parete destra, il monumento a Raniero Ubertini, vescovo di Cortona dal 1325 al 1348; è attribuito ai fratelli cortonesi Angelo e Francesco di Pietro (1360). La cappella stessa è del 1657. Il quadro di fronte al monumento è di Ciro Ferri (1657).


L'altare maggiore in marmo è di Bernardino Radi. Nella grande stamoteca è conservata la Croce Santa portata da fr. Elia da Costantinopoli. La parte inferiore a tempietto è del Roscetto (1518); tutto il resto è un capolavoro di oreficeria bizantina del sec. X. 
Oltrepassata la cappella di sinistra e tornando verso la porta centra le, il primo altare porta il grande Crocifisso di Giuseppe Piamontini fiorentino. Le statue di S. Margherita e di S. Giuseppe da Copertino sono dei cortonese Francesco Fabbrucci (1687 - 1767). 
Il secondo altare è opera di Agostino Radi (1607); la pala d'altare è di P. Berrettini (1665). 
Il terzo altare è di Filippo Berrettini (1611); la pala è di Camillo Sagrestani fiorentino. 
Il quarto altare (1617) porta un bel quadro di Raffaello Vanni senese (1587 - 1673). 
Gli affreschi recentemente riscoperti in vari punti delle pareti sono della scuola di Buonamico di Martino detto il Buffalmacco, fiorentino (1382). 
L'ultimo restauro, eseguito dalla Soprintendenza ai Monumenti di Arezzo al tetto e al campanile, si concluse nel 1977. 
Ci sono cinque campane, di cui tre elettrificate. Una, del 1250, fu fatta fondere da fr. Elia Coppi a Carlo Petrolini de Trebio e Pasquale Bureatelli perus. Rifusa nel 1773, misura cm. 85 di diametro. 
La seconda, del 1267, fusa da Dainense Aretino, misura cm. 70 di diametro. 
La terza, del 1373, di M° Nicola di Cortona, misura cm. 96 di diametro. 
La quarta, del 1771, fusa da Alessandro Tognozzi e da Giovanni Donenico Moreni, misura cm. 38 di diametro. 
La quinta, del 1805, misura cm. 42 di diametro; l'autore è ignoto.

ABBAZIA DI FARNETA

E' dedicata alla Madonna Assunta in cielo ed è ubicata su una piccola altura a m. 317 s.l.m. sulle colline del "Chiucio" lungo la via che da Camucia - Cortona porta allo svincolo della superstrada Siena - Perugia nei pressi di Foiano. E' al centro di un territorio della Val di Chiana interessantissimo per i resti degli elefanti preistorici ed i reperti delle civiltà etrusca e romana che vi riemergono; se ne conservano urne cinerarie ed altri oggetti di notevole importanza documentaristica. 
Tra il 700 e l'800 d.C. i Conti di Ronzano Orso, Griffone e Gignello vi fondarono la famosa Abbazia che ebbe il periodo di maggior floridezza tra il 900 e il 1300. 
Dell'Abbazia, di cui ora non resta quasi niente, si hanno notizie dal 1014 in poi. In quella data l'Imperatore Enrico II confermo l'Abbazia di Farneta nel possesso di chiese e castelli. La storia di Farneta si sviluppa fino al sec. XVIII con diplomi, privilegi, bolle di imperatori e papi, a favore della comunità benedettina che vi abitava. 
La chiesa, che ancora esiste, ha subito tante trasformazioni che non si può più descrivere l'architettura originale. Non possiamo dire se nacque a tre navate o ad una sola, con facciata maestosa o umile, con particolari diversi o uguali a quelli di oggi. Certamente nel 1755-59 la facciata fu abbattuta e la navata fu accorciata di 14 m. coi restauri seguenti. 
Dopo i più recenti restauri del 1923, del 1940 e del 1964-65, sollecitati e seguiti quest'ultimi con amore e perizia dal parroco Don Sante Felici, la chiesa si presenta sobria e suggestiva nella costruzione in pietra arenaria detta serena cortonese. 
Ciò che ne costituisce l'attrazione più affascinante è la cripta sotto il transetto, a tre scomparti lobati e a volte a crociera caratteristiche dell'architettura preromanica. La poca luce contribuisce a darle un'atmosfera catacombale. 
E larga m. 18,60 e profonda m. 9,15. Le volte sono sorrette da colonne monolitiche e leggermente rastremate di epoca romana, forse reperti locali; sono di marmo cipollino, di granito cinereo, di travertino. I capitelli sono di ordine toscano dorico e romanico. 
Questa mescolanza di tempi e di stili rende ancora più interessante questa cripta. 
Una campana fu rifusa nel 1724; l'altra, di Mugnai Filippo di Montevarchi, è del 1827.
Annesso alla chiesa "l'antiquarium" con reperti di paleologia e di archeologia, altri, ritrovati nella zona, sono visibili presso il Museo Paleontologico di Firenze.

La poca luce contribuisce a darle un'atmosfera catacombale. 
E larga m. 18,60 e profonda m. 9,15. Le volte sono sorrette da colonne monolitiche e leggermente rastremate di epoca romana, forse reperti locali; sono di marmo cipollino, di granito cinereo, di travertino. I capitelli sono di ordine toscano dorico e romanico. 
Questa mescolanza di tempi e di stili rende ancora più interessante questa cripta. 
Una campana fu rifusa nel 1724; l'altra, di Mugnai Filippo di Montevarchi, è del 1827.
Annesso alla chiesa "l'antiquarium" con reperti di paleologia e di archeologia, altri, ritrovati nella zona, sono visibili presso il Museo Paleontologico di Firenze.

Chiesa di S. Margherita

Tra il sec. XII e il sec. XIII i PP. Camaldolesi di S. Egidio possedevano in questo luogo un ospizio dove sostavano quando venivano a Corto na. 
Nel 1217 vi costruirono un oratorio dedicato a S. Basilio, S. Egidio e S. Caterina martire. 
Nel 1259 Guglielmino vescovo di Arezzo vendette il terreno per paga re i soldati che avevano conquistato e distrutto Cortona. 
Nel 1269 lo ridonò ai PP. Camaldolesi che però non vi tornarono più come padroni. 
Nel 1288 S. Margherita chiese inutilmente a Guglielmino l'autorizzazione a riedificare l'oratorio; la ottenne invece dal suo successore Ildebrandino con lettera del 27 agosto 1290, e l'opera fu condotta a termine. 
Dopo la morte di S. Margherita la Comunità di Cortona edificò, dal 1297 al 1304, su disegno di Giovanni Pisano, una chiesa a lei dedicata accanto all'oratorio preesistente. Era di stile gotico e aveva una sola na vata corrispondente alla navata centrale attuale, ma di questa più corta di m. 11. Faceva parte dell'edificio mediovale il rosone che ancor oggi si ammira nella facciata. 
Nel 1330 il corpo della Santa venne trasferito dall'oratorio nella nuova chiesa, della quale Ambrogio Lorenzetti nel 1353 affrescò le pareti con episodi della vita. 
Nel 1362 sopra la tomba della Santa fu collocato il mausoleo costruito da Angelo e Francesco di Pietro, cortonesi domiciliati ad Assisi; è quello che si ammira sulla parete sinistra all'altezza del presbiterio. 
Nel 1580 il corpo della Santa venne collocato sull'altar maggiore. Nel 1651 fu costruita l'urna attuale di cui Pietro Berrettini da Cortoha aveva disegnato gli esterni, eseguiti da argentieri fiorentini. Nel 1602 venne portato in questa chiesa anche il crocifisso che aveva parlato alla Santa nella chiesa di S. Francesco e che oggi si conserva sull'altare a destra del presbiterio. 
Nel 1617 il cortonese Agostino Romani costruì l'organo collocato inizialmente sopra la porta principale e nel 1730 trasportato dov'è attualmente. E' stato restaurato nel 1840 da G. Paoli, nel 1907 da D. Chisci e nel 1971 dalla Ditta Giustozzi di Foligno. 
Nel 1627 si aggiunse il portico antistante la facciata per ricovero della gente. 
Dal 1650 al 1690 fu costruito il campanile. Nel 1738 si aggiunsero i due bracci laterali della chiesa in modo che questa prese la forma di croce latina. Dal 1858 al 1897 fu costruita la chiesa attuale, che misura m. 41 x 24 oltre il coro, su disegno dell'Arch. Mariano Falcini fiorentino e la facciata fu rielaborata dall'Arch. Giuseppe Castellucci. L'opera fu eseguita per volontà dei cortonesi che erano rimasti illesi dal colera che aveva colpito quasi tutta la Toscana. 
Nel 1917 si cominciò la costruzione della cappella votiva dedicata ai caduti nella guerra 1915 - 1918 su disegno dell'Arch. G. Castellucci fiorentino; venne inaugurata nel 1922. L'affresco è opera di Osvaldo Bignami di Lodi. 
Nel 1927 la chiesa fu elevata dal Papa Pio XI a Basilica minore. Entrando a destra, il primo altare è di Filippo Berrettini (1609); la pala (1610) è di Federico Barocci da Urbino. 
Il secondo altare è di Mariotto Radi cortonese che lo eseguì nel 1606; la pala fu dipinta da Jacopo Chimenti da Empoli (1554 - 1640) nello stesso anno.


Sulla parete sinistra il primo altare è del cortonese Ascanio Covatti (1602); la pala è di Francesco Vanni di Siena (1563 - 1610) che la dipin- se nel 1602. 
Anche il secondo altare è di Filippo Berrettini, mentre la pala è di Pietro Giannotti da Bologna (1636). 
Altri quadri eseguiti fra il 1771 ed il 1775 sono dei pittori fiorentini Sante Pacini, Filippo Burci, Giuseppe Fabbrini, Gesualdo Ferri. 
Le statue sui pilastri sono di Amalia Duprè; furono scolpite tra il 1881 e il 1884. 
Le bandiere conservate negli stipi e i due lampioni sulla parete destra all'altezza del presbiterio furono catturate a navi corsare da cortonesi appartenenti all'Ordine di Malta. Le lapidi riportano i particolari delle imprese. 
La decorazione pittorica del soffitto è di Giorgio Bandini e della sua scuola che l'eseguirono tra il 1880 e il 1881, aiutati dal cortonese Gaetano Brunacci. 
Una campana venne fusa da Joannes Pisanus nel 1322 e una da Moreni Tognozzi di Firenze nel 1765. Due furono rifuse da Magni Raffaello di Lucca nel 1894; furono aggiunte altre due

Chiesa di S. Maria delle Grazie

E' il monumento rinascimentale artisticamente più valido di Cortona.
Fu costruita dalla corporazione dei calzolai presso una concia di cuoio che si trovava sulla collina sotto Cortona, e fu dedicata alla Madonna la cui immagine era venerata in un tabernacolo sul luogo, situata a m. 346 s. I. m. 
Per suggerimento di Luca Signorelli, il disegno fu affidato a Francesco di Giorgio Martini da Siena (1439-1502), insigne architetto, ingegnere militare, pittore e scultore. 
La costruzione dell'edificio, che è a croce latina, si protrasse dal 1485 al 1513. E' lunga m. 46,30, larga in navata m. 11,30 e nel transetto m. 35,10, alta m. 23 in navata e m. 53,27 in cupola. 
La cupola fu finita nel 1514 ma è nato un equivoco sulla sua paternità. Infatti, un modello in legno costruito da Pietro di Norbo ha fatto credere che questo artista fiorentino ne fosse stato l'autore, mentre l'armonia e l'omogeneità col corpo dell'edificio permette di ritenere che il modello sia stato costruito sul disegno di Francesco di Giorgio Martini. 
La chiesa venne restaurata nel 1729-30, nel 1777-78 e di nuovo nel 1822, quando fu tolta la copertura in piombo della cupola. Nel 1949 la cupola venne nuovamente ricoperta di piombo, e furono ricostruiti alcuni cornicioni del lato destro per impedire che tutti andassero distrutti dall'acqua e dal gelo che ha buon gioco sulla porosità propria della pietra serena cortonese. Nel 1974 il timpano venne restaurato e l'interno restituito allo stato primitivo con la ripulitura del pietrame e con l'imbiancatura. 
La vetrata in facciata è del francese Guglielmo de Marcillat ,(1470-1529), molto attivo a Cortona e ad Arezzo in quel tempo. Fu restaurata nel 1892 dal prof. Francesco Moretti. 
L'affresco della lunetta esterna è opera dignoto del sec. XVI. Il portale centrale fu realizzato nel 1523 dallo scultore cortonese Bernardino Covatti (1460-1550).

Le due campane sono della Ditta Terzo Rafanelli di Pistoia, 1861. Sugli altari della parete destra si vedono una pala rappresentante l'Annunciazione, del cortonese Tommaso Bernabei detto il Papacello (m. 1559), allievo del Signorelli; una Madonna e Santi, di ignoto del sec. XVII; un'Assunzione dipinta dal Papacello dopo che era stato alla scuola di Giulio Romano. 
I due altari in crociera provengono dall'antica chiesa di S. Vincenzo; furono collocati qui nel 1788 insieme alla tela di S. Vincenzo martire, di ignoto del sec. XVII. Su quello di destra è una Madonna e Santi del fiorentino Alessandro Allori detto il Bronzino (1535-1607). 
Due vetrate rappresentanti S. Sebastiano e S. Paolo sono della scuola del Marcillat. 
L'altare maggiore é, come il portale, del cortonese Bernardino Covatti. 
Proseguendo sulla sinistra verso l'ingresso, sugli altari vi sono una Madonna e Santi, di Jacone fiorentino (m. 1553); l'Immacolata Concezione, della scuola del Signorelli con evidenti tracce dell'allievo Turpino Zaccagnini cortonese (m. 1542); L'Adorazione dei Magi, del Papacello.

Duomo

La Cattedrale

La sua storia
Costruita, sulle rovine della primitiva pieve romanica di S.Maria (XI-XIII ec.) i cui resti sono ancora ben visibili in facciata, è' probabilmente l'edificio sacro più antico e carico di storia della città di Cortona.
In tale luogo infatti, ancora prima esisteva un'antica chiesa paleocristiana (forse IV sec.) costruita sulle fondamenta del preesistente tempio pagano. 
La chiesa attuale è databile alla seconda metà del XV secolo:, i lavori per la sua costruzione ebbero ufficialmente inizio il 9 giugno dell'anno 1481, ma probabilmente erano già iniziati nel 1456 sotto il vescovo Salvini. 
Subito dopo la fine dei lavori, il 9 giugno 1507 Giulio II acconsentì alle richieste del vescovo Guglielmo Capponi ordinando il trasferimento del titolo di cattedrale dalla chiesa (ora distrutta) di S.Vincenzo fuori le mura.
L'attribuzione del disegno alla scuola del Brunelleschi, e più precisamente a Giuliano da Sangallo è probabilmente da considerarsi erronea. Molto più probabilmente l'edificio è opera di un architetto e di maestranze influenzate da Giuliano da Sangallo stesso.
Sul lato sinistro la cattedrale poggia sulle mura di cinta etrusche, sul lato destro confina con il portico con galleria superiore del XVI ec. che si trova tra la cattedrale stessa e la facciata del palazzo vescovile.
Il suo campanile, di cui si a che i lavori erano già iniziati nel 1564, è tato realizzato in sostituzione di quello preeistente abbattuto nel 1560 perchè pericolante. Il disegno di quesst'opera è attribuito al cortonese Francesco Laparelli (1521 - 1570) ed è probabile che il vasari abbia contribuito con i suoi consigli. Nel campanile ono contenute 8 campane fuse negli anni: 1536, 1589, 1600, 1608, 1614, 1698, 1731, 1772. 
La cattedrale, di stile rinascimentale, è lunga m. 47 (compreso il coro), larga m. 18, alta m. 16,15 nella navata centrale e m. 10,90 in quelle minori.
La pianta dell' edificio è caratterizzata da una lunga e larga navata centrale affiancata da due navate laterali con le quali è collegata da due file di 6 arcate. La nave centrale continua oltre l'arcone trasversale sino a formare una grande cappella a pianta quadrata che cotituisce il coro.

Le 10 colonne sono, all'infuori di tre, monolitiche, realizzate in pietra grigio-scura che con il loro alto soprassesto - capitello - pulvino, costituiscono un chiaro riferimento a quelle della prima delle due chiese a croce latina che Filippo Brunellechi cominciò sotto il patronato dei Medici: la chiesa di S.Lorenzo a Firenze. 
La copertura delle navate è a volta a botte su quella centrale ed a crociera sulle laterali.
Le finestre ovali sono opera di da Antonio Pierani nel 1701, quando fu costruita anche la volta della navata centrale ridipinta nel 1886 - 87 dal cortonese Gaetano Brunacci (1853 - 1922). 
Il portale centrale è la copia di quello originale mentre quello laterale è del cortonese Cristoforo Infregliati detto il Cristofanello. 
L'altare maggiore, è opera del cortonese Francesco Mazzuoli nel 1664. 
Il pavimento di marmo è dei 1765, gli altari laterali furono costruiti tra il 1650 e il 1690. Il pulpito del 1524 rimaneggiato nel 1651, è opera di Michelangelo Leggi detto il Mezzanotte cortonese;. La porta di bronzo che chiude la tomba dei vescovi è del romano Goffredo Verginelli, 1964.

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