Espressionismo in Germania di Jason Vella
Oscar Kokoschka è uno dei protagonisti del movimento fiorito in Germania a cavallo della prima guerra mondiale Espressionismo, l'arte come strumento di denuncia e critica morale Il 22 febbraio di vent'anni fa, a Montreaux in Svizzera, alla ragguardevole età di novantaquattro anni, muore Oscar Kokoschka, pittore, scrittore, autore drammatico e scenografo nato a Pòchlarn, nella Bassa Austria, nel 1886. Dopo essersi avviato agli studi di chimica, si iscrive alla Scuola d'arte decorativa di Vienna. Ma la sua vera formazione artistica avviene a Berlino, nel gruppo orientato dalla rivista Der Sturn, la stessa che organizza la mostra di Boccioni e dei Futuristi Italiani. Kokoschka si schiera con l'estrema avanguardia, sostenuto fervidamente da alcuni intellettuali, tra i quali Klimt e il musicista Schònberg, e diventa uno degli esponenti del Blaue Reiter, che ricostruisce il reale per mezzo di grandi macchie di colore puro. Ferito sul fronte russo durante la prima guerra mondiale, dal 1917 opera a Dresda anche come scenografo e drammaturgo espressionista; nel 1920 viene nominato professore nella locale Accademia. Quattro anni dopo comincia a viaggiare in Europa e in Africa, dando libero sfogo a un colore selvaggio, a un disegno tumultuoso ed estremamente vibrato. Da Vienna, dove risiede dal 1931, in seguito all'annessione nazista, si rifugia a Praga. I nazisti confiscano le sue opere e ne espongono sedici nella mostra d'arte degenerata, assieme a molti altri pittori espressionisti. Nolde, Marc, Beekman, Groz, eccetera. Cacciato dall'arrivo delle armate tedesche in Cecoslovacchia, lascia Praga per Londra dove risiede dal '38 a '53; poi si trasferisce in Svizzera, prima a Villeneuve poi a Montreaux. Storicamente l'Espressionismo nasce in Europa e particolarmente in Germania al principio di questo secolo, tendente a esaltare la soggettività dell'espressione contro l'oggettività della sensazione, che è alla base dell'Impressionismo. Più che come una scuola che si preoccupi di elaborare una propria visione formale, l'Espressionismo si precisa come un particolare stato psicologico, spesso esasperato, che interpreta la realtà o meglio la riflette secondo le reazioni istintive del proprio animo insoddisfatto e tormentato e la forza e la deforma, nell'intenzione di criticarla moralmente e di rifiutarla. Anziché superare la realtà ingrata mediante l'astrazione e rifugiarsi quindi in un ordine nuovo, l'artista espressionista, incapace di liberarsi dal mondo che lo circonda, si illude di superarlo attaccandolo violentemente: "La nostra cultura è ciarpame. Basta. Venite, barbari, sciiti, negri, indiani, pestate!". L'arte espressionista ha quindi un valore sociale di primaria importanza, denunzia il momento di crisi della società, delle sue ideologie, della sua cultura, di cui riconosce l'insufficienza, l'inadeguatezza storica, ma a cui nulla di diverso sa opporre se non il suo rifiuto. Quest'arte, fiorita a cavallo della prima guerra mondiale, si afferma soprattutto là dove quella società ha fatto la più catastrofica delle bancarotte, cioè la Germania. Ma, dalla Germania, il giudizio negativo si estende all'Europa, alla sua storia, al suo modo di vivere: "L'Europa è snervata - scrive Gangain e Emile Bernard - essa si è abbandonata alla bramosia del denaro e allo spirito analitico". Anche Van Gogh vuole eliminare ogni mediazione intellettualistica e si propone di "esprimere col rosso e col verde le terribili passioni dell'uomo". E Matisse scrive: "Ciò che cerco è soprattutto l'espressione. Io divento cosciente dell'aspetto espressivo del colore in modo del tutto istintivo. La mia scelta del colore non è basata su una teoria scientifica ma sull'osservazione, sulla sensazione, sull'esperienza della mia sensibilità". Le proteste contro una realtà "materiale, meschina, banale, meccanica, bassa" (Hugnet) si succedono continuamente. Klee già nel 1902 intuisce che si tratta di un contrasto tra filosofia della natura e filosofia della vita: "Il progresso verso una filosofia della vita è essenzialmente produttivo" e perciò l'esperienza storica perde ogni valore. "Io voglio essere come un neonato, non saper nulla dell'Europa, nulla". Più chiaramente si esprime Kokoschka: "Questa crisi, causata dalla scienza e dalla tecnica, sta distruggendo l'antica cultura. Il mondo delle idee di valore universale sta per morire. Noi siamo testimoni di ciò. Seguirà un lungo periodo di deserto, di sterilità e in questo periodo di mutamento spirituale saranno proprio i valori spirituali a sopravvivere a dispetto di tutto, e allora verrà il futuro. Seguirà la stessa sorte dei miti". Incapace di astrazione, come abbiamo detto, l'Espressionismo accetta il naturalismo trasmessogli dalla concezione positivistica tradizionale, ma dall'interno lo corrompe. Carica i mezzi espressivi di significati iperbolici, deformano il disegno, violando la natura eminentemente plastica del colore, per accentuarne le qualità emotive e sensuali. Questa arbitrarietà dell'uso dei mezzi tecnici è già avvertibile in alcuni epigoni dell'Impressionismo francese, in Toulouse-Lautrec, per esempio, e più ancora in Van Gogh. Espressionista del colore è, agli inizi, anche il Fauvismo, specialmente in Rouault. Persino Picasso, nel periodo cosiddetto negro, non è esente da inflessioni espressioniste. Nell'arte di Kokoschka, intenso ritrattista e febbrile paesista, si è voluto vedere anche un riflesso delle nuove teorie psicanalitiche di Freud, intese a indagare l'intimo del personaggio: i suoi modelli, dietro al loro aspetto esteriore, mostrano un mondo interiore lacerato, che rappresenta in realtà le angosce del pittore. Comunque Kokoschka si è sempre separato delle tendenze astrattizzanti dei gruppi coi quali si è trovato brevemente a operare: dietro alla sua convulsa espressione della realtà è sempre avvertibile lo scheletro architettonico di Cezanne, che sostiene la drammaticità del suo segno a spirale di impulso baroccheggiante. Il suo espressionismo, più moderato di quello dei tedeschi contemporanei, rafforza la caratterizzazione della realtà, tipica delle correnti centro-europee del post-impressionismo, senza mai fargli assumere una posizione di gruppo, ma isolandolo anzi nell'ambito delle correnti contemporanee. .Jason Vella