il San Tommaso della pittura
Il san Tommaso della pittura Il Beato Angelico è in realtà 'iconoteologo' nell'intimo della persona e nella struttura delle forme visive. Egli intuisce secondo un'estetica di Fede e poi dà esistenza all'espressioni pittoriche secondo una 'teologia estetica' ben ponderata. Fra Giovanni infatti sa proporzionare con peculari 'mezzi di espressione' (alla maniera di Tommaso nella sacra dottrina) sé ed i suoi fruitori al mistero di Dio, che egli rende gioioso agli occchi e affascinante per l'animo. E questo generare nella belleza della Fede costituisce fra Giovanni artista originale all'nterno della cultura dell'Umanesimo di Firenze (cfr. E. Marino, Beato Angelico. Umanesimo e teologia, in "B. Angelico. Miscell. di studi", a c. Postul. Dom., Roma 1984).
Se, ad esempio, poniamo di contro Masaccio e fra Giovanni avvertiamo che il Domenicano nello stesso tempo che ammira l'artisticità del nuovo Giotto ne diviene antagonista. L'Angelico accetta di mettere in prospettiva e con realismo l'oggetto naturale -come isegnato da Brunelleschi e da Leon Battista Alberti -, ma la misura prospettica e l'oggetto naturale non sono per lui né 'la misura' né 'il naturale'. Per il Pittore domenicano v'è una prospettiva di Fede e di Grazia, che perfeziona ed eleva la 'prospettiva geometrica'; e v'è l'aspetto creaturale che specifica e riporta l'oggetto fisico e gli uomini alla loro relazione col mondo di Dio e alla loro disponibilità radicale all'azione del Creatore.
Masaccio e fra Giovanni perciò si distinguono per la 'qualità' della volontà d'arte, e quindi del processo della 'inventio' e della pratica della 'tecnica' pittorica. Masaccio vuole esprimere l'umanità nuova indicandone la 'forma' o 'condizione umana', e quindi la presenta percorrendo una via di ascesi all'insù (dall'Uomo alla Fede) in una situazione spaziale-plastica di luce-ombra atta ad accogliere ed a corrispondere al mistero di Dio. L'Angelico vuole anch'egli esprimere l'umanità nuova ma prospettandone la 'forma' o 'condizione cristiana' e soprannaturale che le proviene dalla partecipazione al mistero del Salvatore, e quindi la pone dinanzi ai nostri occhi in una situazione di luce-grazia, doni che da Dio giungono all'uomo come per una via all'ingiù (dalla Fede all'Uomo).
Queste considerazioni ci iniziano a riconoscere nel Beato Angelico quanto apprendiamo dalla riflessione e definizione dei Padri del Concilio di Nicea II (a. 787), che affermavano: "le pitture dei Santi sono state tramandate nella Ecclesia non altrimenti che la sacra lettura dei vangeli". La storia della salvezza, infatti, si manifesta - spiegano i Padri niceni - sia mediante la Parola-che-si-ascolta sia attraverso l'Immagine-che-si-vede, perchè come la lettura porta all'orecchio e quindi alla mente il contenuto del testo, così la visione delle pitture trasferisce all'occhio e quindi all'animo il contenuto dell'espressione figurativa (cfr Conc. Niceno II, [Terminus], in "Conc. Oecumenicorum decreta", a c. Ist. per le scienze relig., Bologna 1973, p. 135, e passim; B. Carranza, Summa conciliorum et pontificum, Venetiis 1546, Actio sexta, tomo I, p. 295v).
Dunque il suono ed il colore, la parola (o orecchio) e la visione (o occhio), vale a dire la predicazione e l'ostensione delle opere visive, costituiscono 'due vie' paritetiche per accogliere e proclamare la rivelazione divina. (cfr. E. Marino, Estetica fede e critica d'arte, ed. Prov. Rom. dei FF. PP., Pistoia 1997).
Non meraviglia perciò che le esortazioni papali propongano agli artisti ed al popolo di Dio il Beato Angelico come maestro ed esemplare.
Pio XII, nel discorso tenuto il 29 aprile 1955 in ocasione della Mostra delle opere del B. Angelico, affermava:che fra Giovanni "intende inculcare le verità della fede, persuadendo gli animi con la forma della loro bellezza".
Papa Giovanni Paolo II, che ha voluto la 'beatificazione' di fra Giovanni (cfr. la 'Lettera apostolica' del 3 ottobre 1982), ha confermato recentemente nella "Lettera agli artisti" (24 aprile 1999) che "le opere del Beato Angelico" sono da ritenere "modello eloquente di una contemplazione estetica che si sublima nella fede", e che (esplicito) con la loro bellezza muovono - in conformità alla tékhne del sillogismo poetico e retorico (entimema) - a dire di si al mistero della Fede.
Questi interventi dei pastori del popolo di Dio appaiono proposizione di fra Giovanni non solo di prestantissimo 'iconoteologo' ma anche di "dottore della Chiesa": quasi "le saint Thomas de la peinture" - come lo definiva Giulio Carlo Argan nel saggio "Fra Angelico" (Skira ed., Genève 1955, p. 9).
Il Beato Angelico è infatti il "Thomas-magister" sia degli artisti che 'quasi stella rectrix' guida nel processo estetico-creativo di 'intuizione nella Fede' e di 'generazione nella bellezza'; sia i teologi ai quali offre nella visione delle sue opere un 'locus fidei et theologiae' dell'Immagine del Figlio di Dio che "ha abitato fra noi" (Giov. 1, 14); sia dei fruitori che egli con visioni piene "di grazia e di verità" (Giov. 1, 14) eleva con la 'claritas: chiarezza' delle sue composizioni alla gioia della contemplazione-fascinante di Colui che ha reso 'visibile' la "Parola: e il Verbo si fece carne" (Giov. 1, 14), che di giorno in giorno fa 'beati gli occhi di coloro che guardano a Lui' (Matteo 13, 16) e che in continuazione "trasforma in quella stessa Immagine, sempre più fulgida" (2 Cor. 3, 18).