Pittori della foresta metropolitana di Arturo C. Quintavalle
Che cosa è stato l’Espressionismo nella cultura dell’Europa? Un movimento di pittori iniziato a Dresda nel 1905 ma anche un progetto per trasformare la funzione dell’intellettuale nella Germania dominata dai miti imperiali. Visitare le sale bellissime della mostra, vedere le opere raccolte con intelligenza da Stephanie Barron e Wolf Dieter Dube col coordinamento vigile di Paolo Viti, fa capire come mai questa ricerca sia diventata, per tre generazioni, una categoria, il segno di un modo di esprimersi, di essere nel mondo. Nel 1905 dunque Die Brücke, a Dresda, è il ponte gettato fra artisti e società e insieme fra inconscio e coscienza. E lo fa capire l’idea di mettere gli autoritratti ad apertura di mostra: Alexej von Jawlensky si propone in chiave cézanniana Ernst Ludwig Kirchner evoca Picasso e le maschere negre; Ludwig Midner punta su Vincent Van Gogh; Eric Heckel cita Gauguin; Otto Dix Theodore Géricault; infine l’austriaco Oskar Kokosckha trasforma l’immagine in una apparizione.
Ma dipingere non è solo rifiuto dell’Accademia, è racconto, e del resto gli scrittori, da Arthur Schnitzler a Georg Trakl, propongono immagini e segnano essi pure il passaggio dalla mitologia della campagna alla città. Dunque dalla pace di Murnau alla colante Fabbrica (1910) di Jawlensky, dalle sospese atmosfere di Bagnanti allo stagno di Eric Heckel (1912) alle assottigliate figure di Kirchner dipinte fra il 1913 e 1914 che narrano di un universo urbano ritagliato come foresta pietrificata, sottili omaggi ai futuristi e al cubista Picasso. «O grandi città / costrutte di pietra / nella pianura! Così il senzapatria / segue ammutito / con fronte scura il vento,/ gli alberi brulli sul colle. / Oh fiumi trascoloranti lontano! / Immensamente angustia / il pauroso rosso tramonto / tra nubi di burrasca. / O popolazioni morenti! / Pallida onda / infrangersi al lido notturno, / stelle cadenti» scrive Georg Trakl, il poeta austriaco morto suicida nel 1914.
Ma questo mondo viene sconvolto, distrutto dalla guerra. E l’ultima parte della mostra propone sequenze indimenticabili di splendide incisioni che, sul filo di Goya, di Géricault, di Daumier, denunciano i nuovi disastri della guerra; con loro alcuni dipinti segnano un culmine assoluto: Prager Strasse di Otto Dix, I pilastri della società e Giornata grigia di Grosz. Crolla un impero ma nulla muta, i diseredati, i reduci, i poveri da una parte, i borghesi dall’altra. Questo grido delle immagini attraverserà due generazioni di pittura, fino a oggi.
Espressionismo tedesco: arte e società, Venezia, Palazzo Grassi, fino all’11 gennaio, cat. Bompiani. ***