riflessioni sull'ateismo
Questo breve scritto non é volto alla diffusione delle mie idee in materia religiosa, bensì vuol soltanto essere un'apologia del mio pensiero, un modo di proporre ciò che penso e perchè lo penso. In molti hanno provato a dimostrare l'esistenza di Dio, probabilmente in meno hanno provato a dimostrarne l'inesistenza: si può credere o non credere in Dio, l'importante é a mio avviso porsi il problema, possibilmente in termini razionali. E invece troviamo chi crede in dio perchè gli hanno insegnato che dio esiste e chi non crede in dio perchè così gli hanno insegnato: si tratta comunque di due atteggiamenti non corretti, proprio perchè esulano dalla razionalità, ci si limita a prendere per buono ciò che ci viene detto. E un ateo come me é comunque il primo a disapprovare quelli che non credono in dio e che in realtà non si sono mai posti il problema se egli esista o meno: sbarazzarsi di dio come fan loro equivale a bere l'intero oceano in un sol sorso. Allo stesso modo, quelli che credono in dio solo perchè gli altri fan così, senza chiedersi se sia corretto o meno, peccano di ingenuità e di stoltezza; e da che mondo é mondo, la religione é sempre al fianco dell'uomo e non può non trovare un fertile terreno di sviluppo presso una natura irrequieta e angosciosa quale é quella umana; ora, su come essa sia nata é bene spendere due parole: secondo il partenopeo Giambattista Vico, la nascita della religione é simbolo di sviluppo della specie umana, di quegli antichi bestioni che eravamo migliaia di anni fa: infatti, volgendo lo sguardo al cielo e rendendosi conto dell'esistenza di forze divine, essi pervennero alla civiltà e si distaccarono mano a mano dalle loro barbare usanze; secondo il tedesco Federico Nietzsche, invece, la religione nasce come strumento per ovviare all'infelicità e all'insensatezza della vita: così i greci crearono una religione lussurreggiante di divinità caratterizzate dagli stessi difetti propri dell'uomo, riuscendo in tal modo a conferire un senso alla vita e alla sofferenza che la caratterizza. Sembra dunque che la religione sia del tutto necessaria, in quanto fornisce all'uomo un barlume di felicità, o almeno la speranza di ottenerla in un'altra vita; ma, come ha acutamente notato Marx, eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale . Molte altre sono, comunque, le possibili interpretazioni fornite nel corso della storia, ma a mio avviso la spiegazione più probabile va ricercata nell'infinita sete di conoscenza propria dell'uomo: infatti la prima volta in cui egli ha avuto il presentimento di una presenza divina, dev'essere senz'altro stata quando ha avuto il tempo di contemplare ciò che lo circondava e che senz'altro non poteva essere opera sua; a questo punto l'uomo, condotto dalla sua naturale sete di conoscenza, ha tentato di spiegarsi come ciò che lo circondava e di cui lui era solo spettatore avesse potuto originarsi. A furia di sforzare il proprio intelletto e di non venire a capo di nulla, l'uomo ebbe la pensata di risolvere la questione introducendo una forza esterna, un grande architetto onnipotente che, a seguito di un interminabile lavorio, aveva generato l'universo e vi aveva posto l'uomo affinchè godesse di quell'immenso spettacolo. In fondo, il problema sussistente era spiegare come si fosse originato il tutto, l'universo che ci circonda: ogni cosa presente nel mondo, infatti, doveva per forza essere il frutto di una creazione, questa era la spiegazione più evidente e ingenua; ma risalendo tassello per tassello la catena creazionistica, per evitare che essa fosse infinita, prima o poi, si doveva per forza arrivare a qualcosa che creasse senza essere creato e così appunto balenò l'idea di chiamare quel qualcosa Dio, pensando così di aver risolto il problema, quando invece se ne erano creati solo di nuovi. Infatti, se il mondo é stato creato da Dio, Dio da chi é stato creato? E' facile capire come in realtà il problema iniziale non venga risolto, ma solo spostato su una realtà che trascende il mondo, che ne sta al di là: per rispondere alla domanda 'chi ha creato Dio' senza introdurre un nuovo soggetto creatore e per non prolungare all'infinito la catena, bisogna per forza ammettere che Dio, nella sua onnipotenza e nella sua forza generatrice, non solo é stato capace di generare tutto ciò che ci circonda, ma anche se stesso. E così pare dunque risolto il problema. In realtà non viene risolto, ma solo furbescamente accantonato. Tanto più che, se proprio dobbiamo introdurre un ente capace di autogenerarsi, mi sembra molto più intelligente ravvisarlo non già in un dio che trascende la realtà, ma nell'universo stesso, come hanno fatto pensatori quali G. Bruno o Spinoza. Tuttavia, mi si potrà obiettare, se Dio fosse solo una menzogna, un artefizio introdotto dall'uomo, sarebbe già stato smascherato da secoli, mentre invece continua ad essere venerato e accettato da milioni di persone; in effetti se la maggior parte delle persone crede in Dio, questo lo dobbiamo anche al fatto che non sia possibile dare una dimostrazione della sua inesistenza così efficace da rendere del tutto ridicola e inaccettabile l' esistenza divina; ma se non é mai possibile dimostrare del tutto l'inesistenza di Dio, é altrettanto vero che non é possibile dimostrarne l'esistenza, sebbene in molti nel corso della storia si siano cimentati in argomentazioni spericolate e magari anche convincenti: essi hanno sempre e comunque fallito perchè la base del credere in Dio é l'atto di fede, ossia il credere in Dio senza porsi troppe domande, l'avere la certezza della sua esistenza pur non potendola dimostrare razionalmente. Ma se la religione é sopravvissuta per così tanti anni, lo dobbiamo anche ad interessi materiali nascosti dietro ad essa: la religione può infatti facilmente essere adoperata come un vero e proprio strumento di regno, per mantenere buoni certi individui o certi ceti sociali con vane promesse di una vita ultraterrena in cui rifulga l'uguaglianza, o intimorendoli con le minacce di un dio in grado di castigare chi infrange le leggi in vigore. Naturalmente tutti possono facilmente capire come sia facile e vantaggioso slacciare le briglia alla fantasia e crearsi un Dio, cercando poi di far sì che tutti credano nella sua esistenza: dico facile, perchè non costa neanche un grande dispendio di forza intellettuale, dico vantaggioso perchè introducendo una forza superiore agli uomini capace di punirli o di premiarli, si impone al popolo di comportarsi come vogliamo, o meglio, a seconda di come vuole il Dio che abbiamo inventato. E così diventa facilissimo tener a bada il popolo, da sempre soggiogato in maniera più o meno evidente alla volontà dei potenti, i quali possono rivendicare e giustificare la propria 'superiorità' appellandosi ad un misterioso volere divino: Dio, colui che ha creato il mondo e tutto può, ha scelto che le cose andassero così, che alcuni avessero più diritti rispetto al altri, ma che nel presunto aldilà regnerà l'uguaglianza e chi si sarà comportato bene, non nuocendo ai potenti e non sovvertendo la situazione vigente, potrà godere di una vita beata. Prima avevo avanzato l'ipotesi che forse sarebbe stato vantaggioso, o per lo meno meno dannoso, ravvisare un dio nell'universo stesso, portando ad un livello divino ogni singolo atomo del mondo: questo se non altro avrebbe impedito quella che per me é la più grande tragedia religiosa, ossia l'abbandono e la sfiducia totale nel nostro mondo, in ciò che quotidianamente ci circonda, visto come un qualcosa di caduco, di passeggero, come la copia di qualcosa di più perfetto presente in un'altra dimensione; la nostra vita stessa su questo mondo é diventata una vita di passaggio, che va vissuta nel timore di una futura punizione divina e nella speranza di un'esistenza beata ed eterna nel 'vero' mondo. Questa terrificante impostura che serpeggia negli animi di milioni di persone, non fa altro che gettar discredito sul nostro mondo, che perde inevitabilmente valore in quanto solo realtà passeggera e non meta ultima: 'e fu così che il nostro mondo divenne una favola' asserisce Nietzsche riferendosi alla perdita di valore del nostro mondo causata dalla convinzione che ve ne fosse un altro, un 'mondo dietro il mondo'. Certo il popolo, sfinito ed esasperato dalle ingiustizie e dalle sofferenze, può anche essere rincuorato dall'idea di una vita futura caratterizzata dalla beatitudine e dall'uguaglianza, così come può far comodo ai potenti che il popolo creda in ciò: da sempre l'uomo sente l'esigenza di essere schiavo, di non essere il signore dell'universo, ha come una sorta di complesso di inferiorità, deve per forza rinvenire qualcuno che abbia creato tutto per lui; in altri termini: l'uomo sente la necessità di credere in qualcosa e così la religione diventa un vero e proprio oppio di cui non si può fare a meno, un narcotico con cui l'uomo controlla la propria angoscia, ma ottunde la propria mente. E' arrivato il momento di aprire gli occhi e di vedere con la propria ragione, che magari non può risolvere ogni problema, tuttavia può in ogni caso dire la sua e resta comunque il solo strumento conoscitivo a nostra disposizione: essa é un pò come una candela che ci illumina il cammino, certo sparge una luce fioca incapace di illuminare ogni cosa, ma, in assenza di lampadari o di fari, dobbiamo accontentarci e fare un buon impiego di essa. Se vogliamo approdare a nuove conoscenze, dobbiamo smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia delle cose divine e dobbiamo provare a rispondere ad ogni quesito con la nostra ragione, finchè, con il passare del tempo, a poco a poco, non scopriremo ogni cosa. Kant dice che la nostra ragione é afflitta da domande che non può respingere perchè le sono imposte dalla natura della ragione stessa, e a cui però non può rispondere perchè esse superano ogni capacità della ragione umana: tuttavia occorre riconoscere che tutti i progressi effettuati nel corso della storia sono frutto del retto impiego della ragione, che, senz'altro, non potrà capire ogni cosa, ma non per questo dobbiamo sentirci autorizzati a metterla da parte e anteporre ad essa le spiegazioni religiose: e così, indagando sull'origine dell'universo senza riuscire a trovare una spiegazione razionale, non dobbiamo chiuder la partita introducendo dio, l'architetto autore del mondo; questo gesto é sintomo di una totale sfiducia nella nostra ragione e nella potenza dell'uomo! Dio é una risposta grossolana, un'indelicatezza verso che si sforza di adoperare al meglio la propria ragione per far luce sulle realtà più oscure! E' come se, non riuscendo a trovare altre risposte possibili, si dovesse ricorrere ad una causa esterna invisibile e fittizia per mettersi il cuore in pace, per evitare un dispendio energetico di forza intellettuale: certo é più facile dire 'Dio ha creato il mondo' che non sforzarsi di capire come esso sia nato, ne convengo; però, a ben pensarci, introdurre Dio non ci permette di capire molte cose in più: dico che la mia ragione non basta per comprendere tutto, quindi non si può spiegare come sia nato il mondo; l'ha creato Dio, ora so come é nato il mondo, ma non so come é nato Dio! Il problema si sposta, ma non si risolve: ancora una volta apprezzo maggiormente la concezione panteistica, che vuole l'intero universo come dio: non so come esso sia nato, però ha la facoltà di creare ogni cosa. D'altronde il presunto dio, oltre ad essere 'invisibile' e immateriale, apre un immenso ventaglio di problemi difficilmente risolvibili che, se ben analizzati, portano all'ateismo: se dio esiste ed é perfetto come vuole la tradizione e come prova a dimostrare Cartesio, come può amare o odiare gli uomini? Come può punirli? Non può amarli, perchè un ente perfetto non può certo provare amore, in quanto si ama ciò che non si ha, ma che si vorrebbe avere: ma se é perfetto, non ha bisogno di nulla se non di se stesso, é autonomo, e anzi, creando il mondo e ciò che lo abita si é già autodiminuito, occupandosi di cose non perfette (che il mondo e l'uomo non siano perfetti, secondo la religione, non ci son dubbi: l'uomo sceglie il male, il mondo é caduco,ecc.). Allo stesso modo un ente perfetto e buono quale si pretende che dio sia, non può punire o provare rancore, perchè sono peculiarità di un ente imperfetto, capace di provare sentimenti abietti. Mi pare dunque che dio, ammettendo che esista, non possa essere perfetto; ma almeno buono dovrebbe esserlo, stando a quanto sostengono le religioni più disparate: dunque dio é ed é buono; ma se dio é ed é buono, come si spiegano il male, la sofferenza e il dolore che imperano nell'universo? Se dio fosse buono, anche se non perfetto, non avrebbe creato il male, ma dal momento che il male c'é, dio non può essere buono. Dunque dio, ammesso che esista, non é nè buono nè perfetto. Cominciano a sorgere dei dubbi sulla sua esistenza: dio ha creato il mondo e l'uomo per estrinsecare la sua perfidia? Li ha creati per divertirsi nel vedere l'uomo contorcersi tra i rantoli e gli spasmi della sofferenza? A questo punto é meglio che dio non esista, piuttosto che esista e sia malvagio. Se é ed é malvagio, vuol dire che, inevitabilmente, la sofferenza che regna in questo mondo, sarà presente, magari anche in misura maggiore, nell'altro mondo, quello della vita eterna, che diverrebbe così regno della sofferenza eterna. Schopenhauer dice: 'se ad un dio si deve questo mondo, non ci terrei ad essere quel dio: l'infelicità che vi regna mi strazierebbe il cuore'; l'infelicità che regna nel mondo potrebbe spezzare il cuore ad un dio che ha creato un mondo in cui regna il dolore , ma che é fondamentalmente buono, tanto da soffrire lui stesso per i patimenti che subisce l'uomo: ma un dio buono avrebbe potuto creare un mondo dominato dalla sofferenza? No di certo. Se é così potente da creare il mondo, vuol dire che lo é anche abbastanza per eliminare da esso il dolore, ma dato che il dolore c'é, vuol dire che dio non ha voluto eliminarlo e che dunque si tratta di un dio malefico. Se tutta la natura ci grida che dio esiste, come molti sostengono, é anche vero che essa ci grida che é un dio malvagio, che prova piacere nella sofferenza altrui. Ma dio non é malefico proprio perchè non esiste: tutta la natura grida che esiste, e, strano a dirsi, io non recepisco queste urla insistenti, che si protraggono da secoli: mi guardo intorno, ammiro la bellezza di ciò che mi circonda senza scorgere in essa alcun suggello dell'operato divino, tutto assorbito dal viverla fino in fondo, prima che esaurisca il tempo a mia disposizione e ch'io torni donde sono venuto: nel nulla. E prima di scivolare in quei tenebrosi meandri, voglio ancora vedere e ammirare molte cose di questo mondo, l'unico di cui io abbia la certezza e in cui io creda per davvero: nessuno mi riporterà in vita una seconda volta e non ne provo sofferenza; solo ho paura di non riuscire a fare tutto quel che vorrei in questo lasso di tempo che mi é dato vivere, ma, in fondo, l'idea di protrarre la mia esistenza per l'eternità mi spaventa: la prima immagine che mi viene alla mente per rappresentarmi un'eterna esistenza é un'eterna ed interrotta noia. Cercando di riassumere brevemente il mio pensiero, per me l'essenza suprema non é Dio, ma l'uomo, il quale é indubbiamente difficile da scoprire e da capire fino in fondo , tanto che egli é per se stesso la più difficile delle scoperte. Se poi dio esiste e ha creato il mondo, come si spiega che non tutti avvertono la sua presenza? Mi si obietterà però che non tutti non si accorgono della sua presenza, solo chi non ne é capace: io non mi accorgo dell'esistenza di dio, ma non é certo colpa mia: deve per forza essere colpa di dio che non mi ha creato idoneo ad accorgersi della sua presenza. Devo poi ammettere che io sono piuttosto propenso a vedere in dio un limite per la volontà creatrice dell'uomo: se esistesse dio, che resterebbe da inventare? Tutto sarebbe già perfetto così come é, senza bisogno di modifiche e di cambiamenti; ma io, più mi guardo intorno, e più scorgo imperfezioni e disuguaglianze, cose davvero incompatibili con l'esistenza di dio e che possono cambiare solo se l'uomo lo desidera. Già, perchè con la convinzione dell'esistenza di dio, é facile capirlo, l'uomo ha finito per alzare un pò troppo la testa verso il cielo, tutto preso dalle cose divine, e ha finito col dimenticarsi del mondo terreno, delle sue imperfezioni e di tutto quel che rimane ancora da fare per esso e per chi vi abita; dice giustamente Freud che 'se l'uomo distoglierà dall'aldilà le sue speranze e concentrerà sulla vita terrena tutte le forze rese così disponibili, riuscirà probabilmente a rendere la vita sopportabile per tutti e la civiltà non più oppressiva per alcuni'. Dunque, il mio non vuole essere un invito ad abbracciare l'ateismo, ma solo un incoraggiamento a ragionare sul problema: può davvero esistere un dio a noi superiore e che tutto può? E se tutto può ed è buono, perché ci sono ancora così tante cose che non vanno, perché la sofferenza non ci abbandona? Ed è proprio ponendomi queste domande, in una solennità ieratica, che io sono pervenuto all'estrema conclusione, all'inesistenza di Dio; proprio come un bambino scopre che Babbo Natale non esiste ed è solo una messa in scena dei genitori per indurlo a comportarsi rettamente. E così, con la nuova e fantastica scoperta, si apre un mare innanzi a noi, un mare che non era mai stato così aperto: e i protagonisti assoluti siamo noi, non dio. Si tratta di un mare per molti aspetti periglioso e ricco di insidie, ma è il nostro: infinitamente più grande di prima, quand'esso era sovrastato dall'inquietante presenza di dio, il quale, come una nebbia offuscante, si é diradato dopo secoli di permanenza.