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occhi semplici
Persone comuni non avvezze ai linguaggi dell'Arte, raccontano le loro sensazioni al cospetto di opere prese a modello... L'Arte è veramente di tutti? per tutti?
l'angolo
Renato R. Iannone studioso ed appassionato prova ad entrare nello specifico mondo di una singola opera d'Arte presa a caso nel serbatoio ricco degli ospiti Artisti del portale
Città d'Arte
Viaggio all'interno del ricchissimo mondo delle Antiche Città d'Arte Italiane, attraverso paesaggi, storia, arte ed immagini
architettando
l'Architetto e designer Gabriella Pesacane ci conduce nello straordinario mondo de"l'Arte da vivere": L'ARCHITETTURA

"IL SECCHIO" periodico di approfondimento in formato pdf da scaricare e distribuire o regalare via mail!

IL SECCHIO
- secchiate d'Arte senza soluzione di continuità -

IN QUESTO NUMERO:

ARTE RAKU
l’antica ceramica riscoperata anche in Italia

LA SCAPIGLIATURA
di Maria Grazia Tolfo
L'Osteria del Polpetta e l'Ortaglia

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ARCHIVIO

Rosa Cangiano su:
Michelangelo Pistoletto - Venere degli stracci (1967)

Immaginate un'allegra brigata vagare negli insoliti spazi espositivi della Tate Modern in un tardo
pomeriggio di inizio agosto, quando, in fondo a un ampio corridoio completamente bianco, si trova
davanti una montagna di stracci davanti alla quale spicca una statua bianchissima. Nessuno conosce
l'autore, né il titolo dell'opera ma tutti ne rimaniamo colpiti.
La statua ritrae una donna, una Venere classica e perfetta nelle forme e nella posa, che, spalle
all'osservatore, sembra quasi volersi fare timidamente largo tra gli stracci ammassati.
L'impatto visivo è notevole: sullo sfondo abiti colorati raccontano le storie di quotidianità di chi li
ha indossati, mentre al centro il marmo bianco della statua emana una luce abbagliante.
Due mondi, quello imperfetto e disordinato degli abiti disposti in modo casuale e quello perfetto e
rigoroso scolpito nel marmo della statua, si scontrano sotto gli occhi dell'osservatore.
Arte e vita, apparentemente inconciliabili tra loro e perfettamente rappresentati nel contrasto di
materiali e colori scelti per quest'opera, sembrano alla fine trovare un punto d'incontro in quel telo
che la Venere stringe tra le dita della mano sinistra e che pare quasi confondersi tra gli stracci.

Maria Teresa Sica su:
San Francesco in meditazione -  Caravaggio

Cremona, Museo Civico, mi aggiro tra le sale della galleria e mi perdo, immersa tra sculture e dipinti disposti ordinatamente. È una sensazione magica camminare, soffermarsi ad osservare alcune opere piuttosto che altre, guardarle e, solo dopo, leggere il nome dell’artista, per evitare condizionamenti emotivi e di critica personale, ritrovare più opere di uno stesso artista e ritornare di fronte ad una già vista per osservare le caratteristiche proprie della sua mano, del suo tratto, osservare ed immaginare quello che poteva essere il suo metodo di lavoro. Cammino lentamente, immersa in quell’odore di vecchio e di nuovo, in quell’atmosfera austera e nello stesso tempo rassicurante. Volti, colori, scene di vita oppure immaginate, nature morte e poi…mi trovo avanti a un dipinto di fronte al quale non so, non riesco a indietreggiare. Osservo e nel frattempo, mi commuovo, è bellissimo! Sono con gli occhi lucidi e allora leggo: San Francesco in meditazione – Michelangelo Merisi detto Caravaggio.

Mi trovo lì, a un passo dall’opera di un artista che da sempre mi sconvolge. Continuo a guardare mentre mi porto la mano sinistra alla bocca. Non avevo mai visto un Caravaggio dal vivo e, cosa ancora più grandiosa, non mi vergogno a dirlo, non sapevo che lì ce ne fosse uno. È incredibile quello che ho provato osservando, mi pareva di entrarci dentro. Quel volto, così espressivo, le rughe della fronte, la linea del naso, lo sguardo basso, assorto e supplicante, diretto verso il volto del crocifisso in legno posto sul libro aperto a sua volta adagiato in parte su quel tetro, ma illuminato teschio. Le rughe del volto, l’espressione triste, scoraggiata, la bocca quasi imbronciata e le mani, con le dita morbidamente intrecciate, in un atto delicato e quasi di sconforto, come si possono tenere durante una preghiera che si fa avendo però uno stato d’animo disperato. La postura, come l’espressione, è propria di chi vuole implorare, è accovacciato, come a rendersi piccolo di fronte a quella croce piccola come la pagina di un libro eppure così immensa, e i tratti, le sfumature delle vesti, i colori, così perfetti, palpabili, vivi. Osservo e mi commuovo, ogni dettaglio mi porta in una dimensione che non so descrivere e poi lo sfondo, quasi buio ma meraviglioso, quell’albero intrecciato, nervoso nella semioscurità eppure così dettagliato, realistico come pure le foglie e i rami, più nell’ombra ma sempre perfetti, tanto che immagino di sentire lo scricchiolio se se ne spezzasse uno. Un intreccio di ombre e materia avanti al quale la figura illuminata mi trasporta nel vortice dei suoi pensieri e… mi ammutolisce. Essere a meno di un passo da un Caravaggio… un’esperienza meravigliosa, che scuote, molto intensa! Splendido!!!

Vittorio Balestrieri su:
Giuditta che decapita Oloferne 1620 -  Artemisia Gentileschi

Artemisia e Giuditta: la metafora delle donne contro la violenza

Raccolgo volentieri l’invito di Renato, e la sfida “artistica” cui mi sottopone, e cui sottopone soprattutto l’ignaro lettore. Il quale, non sarà certo ignaro quanto me, che non sono precisamente quel che si dice un critico d'arte; anzi, a dire il vero, mi sento anche piuttosto a digiuno di linguaggi e tecniche artistiche... Con le mie poche reminiscenze liceali, amo infatti considerarmi un semplice, generico fruitore d’arte, non particolarmente attento né preparato. E tuttavia, una simile sfida, mi incuriosisce e mi rimotiva; e mi pare piuttosto allettante. In questo mese di marzo 2011 come non mai, mi sembra che purtroppo i temi più diffusi e importanti, soprattutto per motivi mediatici relativi a ben noti processi che onestamente non ritengo molto onorevoli per il nostro Paese, siano la donna e la violenza. La donna, per l’uso che i media han fin qui fatto dell’immagine femminile.

La violenza, per quella che le donne sono costrette ancora a subire, e non solo attraverso la barbara arma dello stupro ancora tristemente presente nelle cronache, ma anche per quella più continua e sottile, e qui torniamo al primo tema, di un uso tutto strumentale che si fa sempre più ed a ogni livello delle donne, così come appunto accade da tempo anche per l’immagine del loro corpo. Orbene, sarà perché ho un buon ricordo di una scuola qui a Napoli intitolata a questa pittrice, sarà perché son rimasto molto favorevolmente impressionato dalla voglia di partecipazione crescente delle donne di “Se non ora quando” il 13 febbraio in tante piazze d’Italia e certo contro ogni violenza alle donne, sarà perché avevo ultimamente anche rivisto un film sulla vita dell’autrice dell’opera che voglio qui introdurre… ma ad ogni modo, di recente sono stato con degli amici alla Pinacoteca del Museo di Capodimonte, ad osservare e riflettere su alcune opere, e lì mi ha particolarmente colpito un dipinto; che mi sembra sia davvero rilevante come metafora di entrambi i temi sopra citati, anche se a secoli di distanza. Sto parlando infatti di un’artista di qualche secolo fa, ben quattro per la precisione: la pittrice è Artemisia Gentileschi, artista forse poco conosciuta al grande pubblico, ma credo oggi sicuramente degna di maggiore notorietà. L’opera in questione, è “Giuditta che decapita Oloferne”. L’opera mi ha particolarmente colpito per la vivezza dei colori e per l’icasticità del tema biblico raffigurato, e soprattutto per la forte correlazione che l’episodio ha con la vita di Artemisia e con la capacità che ella ebbe di ribellarsi, contro la società dell’epoca fortemente maschilista e a lei assolutamente ostile, e contro diverse figure maschili che aveva incontrato.

La vita dell’artista infatti, dal suo maestro sedotta e stuprata e successivamente in pubblico fortemente umiliata dal processo, spiega la scelta del drammatico soggetto pittorico con quel gesto estremo ritratto nell’istante in cui questo viene compiuto, appunto da Giuditta, e non già da Artemisia, come forse a qualcuno potrebbe sembrare più o meno giusto ormai per una sorta di contrappasso; un gesto violento, fatto d’impeto e di scatto, benché ben programmato perché realizzato con l’aiuto di un’altra donna, ossia quella che tiene il capo ad Oloferne.

Un gesto quindi che come tale e in assoluto è indubbiamente da condannare; ma che di sicuro ha molto da insegnarci e che indiscutibilmente Artemisia non a caso scelse di raffigurare. Infatti la volontà di rappresentazione dell’omicidio di Oloferne, all’occhio di Artemisia la quale nell’atto eroico di Giuditta si identifica, mostrando così una sensibilità estremamente moderna, pare di certo essere un’estrema forma di ideale ribellione, un tentativo di riscatto che l’artista ha voluto universalizzare, ai posteri consegnandolo formalmente in immagine compiuta, e a fini non solo artistici, ma di certo fortemente evocativi e catartici, o come si dice in linguaggio psicanalitico, di rimozione. E i destinatari del messaggio, quei posteri, siamo noi, noi che forse oggi, pur nel rispetto delle leggi e nella condanna dei gesti estremi e violenti, potremmo apprendere tanto, nel senso della critica e della partecipazione attiva, da un’artista che non esitò a ispirarsi prendendo a simbolo e modello artistico una simile eroica forza d’animo e una tale voglia di giustizia.

In ultimo, per chi ancora non conoscesse a sufficienza le figure e le questioni citate, o anche volesse solo approfondire un po’, il mio suggerimento è innanzitutto una visita a Capodimonte, dove la tela è esposta (l’ingresso è gratuito fino al 31 maggio); ma anche la lettura di qualche pagina di Wikipedia sul tema; e soprattutto la visione del film “Artemisia Passione estrema” del 1998, e di qualche altro link:

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=2120

http://it.wikipedia.org/wiki/Giuditta_che_decapita_Oloferne_(Artemisia_Gentileschi)

http://www.youtube.com/watch?v=5US0TXkIkgw

http://senonoraquando13febbraio2011.wordpress.com/

Mariarosaria Marino su:
Il Martirio di Sant'Orsola 1610 - Michelangelo Merisi (Caravaggio)

Stamane a Napoli il tempo è un po' incerto, ma io una sicurezza ce l'ho già: intravedo il Palazzo quasi subito, dopo essere uscita dalla Funicolare Centrale.
Non avevo mai notato quanto fosse preziosa quella costruzione avvolta dallo smog. Quante volte ero già passata di lì senza mai entrare?
Adesso sto per scoprire che dietro quel grigio c'è tanto colore.

L'occasione è data da una mostra di vasi che raccontano come vivevano le donne, tra il  V^ e il III^ sec.a. C., in Grecia e in Magna Grecia .
Ma io so cosa voglio vedere sopra ogni altra cosa. Ne ho sentito parlare da tanto, so dei restaturi effettuati, della mano nascosta riportata alla luce, so che è l'ultima opera dell'Artista.

Così, dopo aver visitato la collezione  di ceramiche attiche e magnogreche "Le ore della donna" ( http://www.palazzozevallos.com/)  bella ed interessante, siamo pronti per entrare nella sala dove è esposto permanentemente il dipinto.

La sala è fredda e nella penombra il quadro si apre dinanzia a me. Solo per un attimo l'ho guardato nella sua interezza e, ancor prima di ascoltare l'audioguida, ho cominciato a fissare quel volto: non sapevo che fosse lui, il Merisi. Confesso la mia ignoranza, non ero preparata.

Non riesco a staccare gli occhi da quel viso, sono catturata da questa sanguigna presenza. Riguardando ancora, ancora e ancora il particolare del dipinto capisco il motivo: su quel volto abita  la sofferenza e, nel dolore che esprime, quasi prendono forma le cicatrici che il pittore si procurava nelle risse in cui si trovava invischiato.

Egli sembra sentire il presagio di morte ma anche la possibilità di salvezza del suo spirito. Il corpo della santa emerge da quello invisibile del Caravaggio, anzi è dentro di lui, è la sua anima.

L'anima-Orsola del pittore è ancora pura, pulita, vergine, non corrotta dai vizi, dagli abusi.... il viso del Caravaggio, invece, racconta di una vita giovane vissuta pericolosamente, audacemente, senza risparmiarsi. E' un uomo che sta morendo, che sente la sua fine vicina e che forse sa già che non sarà piacevole.

Quest' uomo tormentato raffigura la sua anima nella Santa per significare che dentro di sè alberga ancora l'innocenza e anche se a fatica, spera che potrà esserci per lui una redenzione.
Sembra quasi che voglia dirci che c'è una possibilità di salvezza in ognuno di noi, che con la morte si pone fine alle sofferenze ed agli errori, si puo ritornare ad una primordiale purezza, smarrita nella propria vita terrena, ma non perduta. Possiamo sempre riuscire a ritrovare quel che è già dentro di noi.


http://www.palazzozevallos.com/pop_caravaggio.asp?q_img=1

http://www.palazzozevallos.com/pop_caravaggio.asp?q_img=2

http://www.palazzozevallos.com/pop_caravaggio.asp?q_img=3

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